Strategia della tensione tra terrorismo, attentati e mafia tesina

Tesina di maturità su argomenti moderni: terrorismo e mafia, il loro modo di agire. Vita e operato dei maggiori combattenti e riferimenti a "il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia.

E io lo dico a Skuola.net

LA STRATEGIA DELLA TENSIONE TRA TERRORISMO, ATTENTATI E MAFIA

1. TERRORISMO
Figura 1 Le Twin Towers a New York subito dopo l’attacco dell’ 11 Settembre
Il terrorismo è un’arma feroce ed efficace, violenta, criminale e al tempo stesso politica. Questo fenomeno ormai si è imposto a livello globale con un’intensità sempre in crescendo.

Il concetto di terrorismo è quanto mai ampio e contestato tanto che non è mai stato possibile trovare una definizione di validità assoluta e accettabile da tutti.
In senso lato possiamo definire terrorismo tutte le azioni compiute nell'ambito di lotte armate che non siano intese semplicemente a colpire le forze armate avversarie ma a spargere il terrore fra le popolazioni civili. Una guerra che si combatte tramite azioni vigliacche, che miete vittime tra civili inermi, mirando a colpire il cuore di un paese senza dargli possibilità alcuna di difendersi.

1.1 TIPI DI TERRORISMO
La comunità internazionale è concorde nel delineare, almeno sul piano teorico, due forme distinte di terrorismo: Interno e Internazionale.

Il Terrorismo interno si sviluppa nei confini di una stessa realtà statale; esso è indirizzato a sovvertire l’ordine dello Stato, a sopprimere le libertà individuali e lo stato di diritto, generalmente nel tentativo di instaurare una classe politica rivoluzionaria. In questo tipo di terrorismo sono incluse anche forme di Terrorismo di Stato le quali tendono a negare, in parte o totalmente, ogni libertà.
Con l'espressione ''Terrorismo di Stato'' si fa quindi riferimento ad attività violente perpetrate da un governo contro la sua stessa popolazione o contro quella di territori da esso occupati, volte a creare un clima di terrore al fine di rafforzare la propria autorità.

Il Terrorismo Internazionale, a differenza di quello Interno, coinvolge una molteplicità di Stati: le forme di lotta utilizzate sono, generalmente, legate ad assassini e obiettivi mirati che, nella maggior parte dei casi, rappresentano simbolicamente lo stato-nemico. Esempio di tale terrorismo può essere considerato l’attacco alle Twin Towers dell’11 settembre 2001, che verrà trattato in seguito.
La forma di Terrorismo Internazionale che, nell’ultimo ventennio, ha sconvolto maggiormente la coscienza collettiva è sicuramente quella islamica. Per definizione, ogni cellula terroristica possiede una sua ideologia, politica o religiosa, che solitamente è una distorsione di altre ideologie o confessioni religiose che si oppongono loro stesse alla violenza.
Gli attacchi terroristici in sé, spesso, non hanno come obiettivo gli effetti dei danni diretti, ma gli effetti delle loro ricadute indirette.
Il terrorismo Internazionale sembra essere ancora più minaccioso se si considera che le sue organizzazioni hanno ramificazioni in più paesi e sostegni finanziari tanto cospicui quanto occulti, legati anche alle rivalità tra paesi vicini: esempio di ciò è l’ingente affluenza di denaro che giunge nella casse Al-Qāʿida ad opera di Iran e Siria.

Esiste inoltre un’ultima tipologia di terrorismo che spesso coincide con la lotta per la libertà, almeno agli occhi di chi lo applica. E’ il caso di gruppi armati animati da un forte sentimento nazionale, i quali rivendicano la libertà e indipendenza del proprio territorio da occupazioni straniere. Tra le organizzazioni che maggiormente rappresentano tale terrorismo ritroviamo l’IRA (Irish Republican Army) operante in Irlanda, l’ETA (Euskadi Ta Askatasuna, nella lingua basca significa “Patria basca e Libertà”) che da oltre 40 anni affligge il territorio spagnolo con i suoi continui attentati, l’UCK ('Ushtria Çlirimtare e Kosovës) organizzazione paramilitare che richiedeva la separazione del Kosovo dalla Repubblica Federale Jugoslava.
Non vanno dimenticati anche tutti quei movimenti indipendentisti minori che, tramite l’impiego della strategia del terrore, cercano di ottenere la propria libertà.
Caratteristica di questo tipo di terrorismo è la tendenza, una volta assicurate le condizioni politiche di un maggior rispetto delle minoranze, ad esaurire l’impatto violento, rientrando nei tradizionali canoni della lotta democratica.

2. TERRORISMO E MAFIA IN ITALIA
Il terrorismo si è manifestato in tutta la sua violenza anche in Italia, spesso sotto le sembianze di Terrorismo di Stato. Le stragi di Piazza Fontana, di Fiumicino e di Bologna sono tragici episodi della storia Italiana, spesso dimenticati dai più.
Inevitabilmente il clima di terrore, che caratterizzò l’Italia sul finire degli anni ’60 fino alla prima metà del 1980, provocò ulteriori scismi all’interno della già frammentata realtà italiana che ancora non era riuscita a trovare un’effettiva unità nazionale, o qualcosa che si avvicinasse a tale concetto.
Inoltre la mafia, presente, nei suoi primi anni di vita, soprattutto al Sud, favorì la creazione di nuove spaccature all’interno del panorama italiano.
Naturalmente la frammentarietà italiana non può essere solo attribuita al sorgere di organizzazioni criminali di stampo mafioso o alle tensioni sociali dovute ai violenti anni di piombo. La sua origine va infatti ricercata al momento della stessa unificazione quando andarono delineandosi gravi problemi, che in parte già annunciavano il futuro dell’Italia. Tra questi problemi ricordiamo in primis la questione meridionale e il brigantaggio che porranno le basi per il pieno sviluppo e diffusione della mafia. Secondo alcune interpretazioni recenti le stesse origini della mafia dovrebbero essere ricercate nella Sicilia Occidentale del Medioevo, in cui, il gabellotto, che subaffittava a terzi il terreno del padrone, in caso di problemi giudiziari o liti attuava una sua “Giustizia Privata”. Nella figura del gabellotto si rispecchia quindi quella del comune mafioso che risolve i problemi del clan nel clan.
Mafia e Terrorismo, almeno per quanto riguarda lo scenario italiano, possono essere inclusi tra quei fenomeni che contribuirono, e purtroppo contribuiscono ancora, allo smembramento della società Italiana.

Ma cos’è la Mafia?
Difficile trovare una definizione precisa per il termine. Le analisi moderne del fenomeno della mafia la considerano, prima ancora che una organizzazione criminale, una "organizzazione di potere"; ciò evidenzia come la sua principale garanzia di esistenza non stia tanto nei proventi delle attività illegali, quanto nelle alleanze e collaborazioni con funzionari dello Stato, in particolare politici, nonché del supporto di certi strati della popolazione.

« La mafia non è affatto invincibile. È un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha avuto un inizio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni. »

Figura 2 Giovanni Falcone (a sinistra) e Paolo Borsellino

Così la definisce Giovanni Falcone, il quale pagò con la propria vita la sua lotta e dura opposizione alla criminalità organizzata.

Con il termine Mafia non si vuole indicare solamente quella radicata in Sicilia, ma anche la ‘ndrangheta Calabrese, la Camorra Campana e la Sacra Corona Pugliese e in generale tutte quelle organizzazioni criminali che come essa si comportano. La Mafia è infatti una realtà Italiana e non solamente del Mezzogiorno, che nel tempo è riuscita a controllare buona parte del commercio mondiale, mettendo le proprie radici nella maggior parte dei paesi sviluppati.

2.1 LA SOCIETA’ MAFIOSA
La vita della Mafia si basa su precise regole non scritte ma tramandate oralmente tra i membri, che ne regolamentano il funzionamento e l’organizzazione.
Alla base dell’organizzazione sta la famiglia, che costituisce la cellula fondamentale. Essa è una struttura a base territoriale che controlla un quartiere della città o interi centri abitati, da cui, solitamente, assume il nome.
Le famiglie si compongono di “uomini d’onore” coordinati, per ogni gruppo di dieci, da un “capo decina”. Al vertice della famiglia vi è un “capo” di nomina elettiva, assistito da un “vice capo” e da uno o più “consiglieri”.
La famiglia mafiosa si rivela un vero e proprio piccolo stato, basata su rigide leggi gerarchiche. Ovviamente vi è un organo che coordina le attività delle varie famiglie, denominato “commissione” o “cupola”. Tale organo è composto dai capi di tre o più famiglie territorialmente confinanti. Esso ha il ruolo di far rispettare le regole mafiose all’interno della comunità e di comporre le vertenze fra le famiglie.
Ciò è quanto emerge dai molteplici interrogatori a Tommaso Buscetta, considerato uno dei maggiori esponenti della Mafia Siciliana e divenuto in seguito il primo collaboratore di giustizia.
Uno dei punti di forza di qualsiasi organizzazione su impronta mafiosa è sicuramente la capacità di intimidire gli “avversari” tramite minacce, avversari che in tal modo diventano pedine della malavita organizzata, incapaci di opporsi ad essa.
Negli ultimi anni la società mafiosa è cambiata parecchio. In primo luogo il suo credo, basato su onore e rispetto, è venuto meno. Ciò è testimoniato dalla violenza inaudita esercitata da parte dei mafiosi nei confronti di donne e bambini, da sempre considerati, per quanto strano possa sembrare, sacri e intoccabili. Inoltre la Mafia sta avviando un processo di “desicilizzazione”, con tale termine si vuole indicare la diffusione sempre maggiore della mafia in tutta la Penisola Italiana. Oggigiorno la maggior parte degli “affari” mafiosi avvengono in Lombardia, dove la Mafia ha radici ovunque, tanto da essere riuscita a finanziare sostanzialmente l’EXPO 2015 di Milano.

IL “TERRORE” INTERNAZIONALE

Innumerevoli sono gli attentati terroristici e politici attuati a livello internazionale, per ovvi motivi se ne prenderanno in considerazione solo alcuni. In particolar modo quelli che, più di altri, hanno lasciato il segno nella memoria collettiva e che hanno rappresentato alcuni dei periodi più bui nella storia del nostro pianeta. Essi verranno presentati in ordine cronologico.

John Fitzgerald Kennedy

« L'umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all'umanità. »

Il caso Kennedy è passato alla storia come l’attentato più misterioso degli ultimi 50 anni. Nulla si conosce sulla precisa dinamica degli eventi, su chi fu il mandante dell’omicidio, sul possibile coinvolgimento di forze governative o segrete.
Figura 3 John Fitzgerald Kennedy
Decine di menti si sforzarono nel creare le più stravaganti ipotesi di complotto che vedevano coinvolte associazioni segrete di vario genere, politici, mafie. Tutto ciò che può essere preso in esame sul caso Kennedy è la storia così come appare, il suo impegno politico che di sicuro gli procurò non pochi nemici: spiegarne quindi l’omicidio attraverso una delle tante tesi complottiste sarebbe inutile e sicuramente controproducente.

Breve Biografia
JFK nacque a Brookline il 29 maggio del 1917. Dopo aver partecipato alla seconda guerra mondiale come volontario della marina, ferito, tornò a Boston, dove intraprese l’attività politica militando nel Partito Democratico.
Il 2 gennaio 1960 annunciò la sua decisione di concorrere alle presidenziali, nel discorso di accettazione della candidatura enunciò la dottrina della "Nuova Frontiera". Come in passato, infatti, la Nuova Frontiera aveva indotto i pionieri ad estendere verso ovest i confini degli Stati Uniti, in modo da conquistare nuovi traguardi per la Democrazia Americana, ad esempio combattere il problema della disoccupazione, migliorare il sistema educativo e quello sanitario, tutelare gli anziani e i più deboli; infine, in politica estera, intervenire economicamente in favore dei Paesi sottosviluppati.
Il 20 Gennaio 1961 fu eletto presidente degli U.S.A. battendo il suo diretto rivale conservatore Nixon.
La sua brevissima attività politica fu segnata da una serie di eventi destinati a cambiare l’assetto politico globale: lo sbarco nella Baia dei Porci, la Crisi dei missili di Cuba, la costruzione del Muro di Berlino, la conquista dello spazio, gli antefatti della Guerra del Vietnam e l'affermarsi del movimento per i diritti civili degli afroamericani.

L’assassinio
Kennedy venne assassinato alle 12.30, ora locale, del 22 novembre 1963, durante una visita ufficiale a Dallas, in Texas.
Lee Harvey Oswald, venne arrestato alle 13:50, quindi alle 19:00 accusato di aver ucciso un poliziotto di Dallas ed alle 23:30 di aver assassinato il presidente nel quadro di una "cospirazione conservatrice". Dopo appena due giorni Oswald venne ucciso, all’interno del seminterrato della stazione di polizia di Dallas, da Jack Ruby, proprietario di un night club della città e noto alle forze dell’ordine per i suoi legami con la mafia.
Morivano così, insieme ad Oswald, le indagini, senza che ci fosse la possibilità di intentare a suo carico un processo, interrogarlo e portarlo in tribunale.
Figura 4 Foto segnaletica di Lee Harvey Oswald, arrestato dalla polizia di Dallas
Cinque giorni dopo la morte di Oswald, il presidente Lyndon B. Johnson, successore di Kennedy, creò la Commissione Warren, presieduta dal giudice Earl Warren, per indagare sull'omicidio. Inutile dire che senza alcuna pista da seguire, essa non ottenne risultati significativi.
Nel 1993, il libro “Case Closed: Lee Harvey Oswald and the Assassination of JFK” del giornalista investigativo Gerald Posner, analizzò le varie teorie cospirative formulate fino al momento, concludendo che non era possibile dimostrare l’effettiva esistenza di un complotto.

Nel novembre del 2002 venne tolto il segreto alle cartelle cliniche di Kennedy, rivelando che i suoi problemi fisici erano più seri di quanto si pensasse in precedenza. Oltre a soffrire un dolore costante per la frattura di alcune vertebre, soffriva di disturbi digestivi del Morbo di Addison. Kennedy veniva sottoposto ad iniezioni di procaina prima di ogni evento pubblico per poter apparire in salute. La spina dorsale di Kennedy era affetta da un'osteoporosi aggravata dalle iniezioni di corticosteroidi; questo lo costringeva ad usare un busto per alleviare il peso del corpo sulle vertebre inferiori. È stato ipotizzato che lo indossasse anche il giorno in cui venne ucciso. Dopo essere stato colpito una prima volta il suo corpo sarebbe dovuto scivolare in una posizione in cui l'automobile gli avrebbe offerto una maggiore protezione, ma il busto mantenne il suo corpo in posizione eretta dando all'assassino il tempo di sparare il colpo fatale alla testa.
Secondo un approfondimento giornalistico ANSA del 2007, sarebbero nuovamente emersi dubbi sul fatto che l'arma, un fucile della Règia fabbrica d'Armi di Terni Carcano modello 91/38 (numero di serie C2766), possa aver esploso tre colpi in soli sette secondi, in quanto un tiratore scelto ha impiegato 19 secondi nella medesima operazione.
In ogni caso, la confusione delle teorie complottiste non ha mai fornito una sola ricostruzione plausibile e dettagliata degli eventi, mentre la colpevolezza di Lee Harwey Oswald, almeno stando alla quantità di prove e indizi raccolte all'epoca, sembra provata.
Ancora oggi l’omicidio/attentato Kennedy rimane un caso del tutto irrisolto, unica testimonianza di quel giorno giunta fino a noi è il video di Zapruder in cui si vede il presidente venir colpito da due proiettili, l’ultimo dei quali risulterà essergli fatale. Secondo la maggior parte delle tesi complottiste sarebbero stati tagliati alcuni fotogrammi del filmato, nei quali, ipoteticamente parlando, sarebbe dovuto apparire il killer.

Martin Luther King
Uno dei tanti attentati del XX secolo e uno dei più famosi è forse quello di Martin L. King, avvenuto a Memphis (Tennessee) il 4 aprile 1968.

Tutto è iniziato il 1° febbraio 1968 con la morte di due spazzini, di Memphis, entrambi di colore. Questi, sorpresi da un acquazzone sul lavoro, essendo obbligati dalle leggi della città che non permettevano ai lavoratori di colore di trovare riparo in un qualsiasi luogo pubblico, si rifugiarono nel cassone del loro camion. Il meccanismo accidentalmente si avviò e i due uomini perirono straziati dagli ingranaggi. Continue umiliazioni e discriminazioni portarono gli spazzini, sull’esempio dei loro colleghi di New York, ad incrociare le braccia. Il sindaco di Memphis dichiarò lo sciopero illegale e si rifiutò di rispondere ai sindacati dei lavoratori. Iniziò così nella città una lunga marcia di protesta.
Quando Martin Luther King arrivò a Memphis il bilancio delle proteste era tragico: un morto, 33 feriti e 300 arresti. Il pastore volle attuare la sua ultima propaganda di pace: la Campagna dei Poveri. La data fu fissata per l’ 8 aprile 1968.
Mercoledì 27 marzo 1968, mentre a New York King raccoglieva denaro per la sua campagna, un uomo bruno, occhialuto e un po’ stempiato comprava in un’armeria un Remington 243, sotto falso nome. Il suo vero nome era James Earl Ray, un criminale già noto alle autorità per reati quali furto con scasso e rapina a mano armata. Incarcerato nel 1959, condannato a 20 anni di reclusione, riuscì ad evadere nel 1967.
Mentre Martin teneva le sue conferenze e i suoi discorsi da una chiesa all’altra, l’assassino si spostava e alloggiava in diverse pensioni, fornendo sempre nominativi inventati. Affittò la stanza 5B della pensione Bessie Brewer in S. Main Street a Memphis dalla quale si aveva un’ottima visuale sul Lorraine Motel, in cui, durante la sua visita pastorale, soggiornava Martin Luther King.
Il 4 aprile il sicario completò il suo piano acquistando un binocolo Bushnell da montare sul suo fucile.
Erano le 18.01 quando il corpo di Martin Luther King cadde a terra agonizzante sulla terrazza davanti alla camera 306 del Lorraine Motel.
Inutile sarebbero stati i tentativi di rianimazione, il tempestivo intervento dei medici, la disperata corsa all’ospedale.
Alle 19.05 Martin Luther King venne dichiarato morto.
L’8 aprile, la manifestazione ebbe luogo ugualmente in suo onore e fu condotta da Corretta King, (la moglie).
Iniziò così la rocambolesca fuga dell’omicida che lo portò a fuggire in tutta Europa. Venne arrestato l'8 giugno 1968 all'aeroporto Heathrow di Londra, mentre cercava di imbarcarsi su un aereo diretto a Bruxelles, munito di un falso passaporto canadese.
Ray fu velocemente estradato in Tennessee e accusato dell'omicidio di King; egli dapprima confessò di essere l'assassino, ma tre giorni dopo ritrattò, proclamando la sua innocenza. Il 10 marzo 1969 venne condannato a 99 anni di reclusione.

Al ‘Qaida e l’attentato alle Torri Gemelle

Figura 5 L’11 Settembre 2001 l’America veniva colpita nel profondo del suo territorio
Il secolo appena iniziato è stato purtroppo funestato da eventi tragici per la storia dell’umanità: se prima il terrorismo era un evento legato a conflitti interni in un paese, la logica conseguenza di un mondo globalizzato è stata quella di riportare le tensioni su scala mondiale.
L’attentato dell’11 settembre 2001, ad opera di una cellula terroristica dormiente sotto le direttive di Osama Bin Laden, ha dimostrato tutta la potenzialità micidiale del terrorismo.
Per la prima volta gli Stati Uniti erano colpiti da un bombardamento nel proprio territorio, oltretutto ad opera di aerei civili americani e senza un’esplicita dichiarazione di guerra da parte di un altro stato.
Osama Bin Laden, recentemente ucciso durante un blitz americano in Afghanistan, era un potente sceicco miliardario che, nel corso degli anni, non si fece scrupolo di reclutare uomini, donne e bambini per costruire un vasto esercito di combattenti “Shahīd” (che in arabo significa testimone, tradotto in italiano con martire).
Si pone quindi la domanda di quali siano le motivazioni che possano indurre un giovane a usare il proprio corpo come arma per uccidere persone innocenti.
Se si rileggono le pagine di storia si può notare come l’esercito giapponese si sia sempre avvalso di questo “sistema di combattimento” che salì alle cronache internazionali soprattutto durante il Secondo Conflitto Mondiale. I Nipponici addestravano i propri piloti “convincendoli” che la loro morte era voluta dagli Dei per punire i nemici dell’Impero del Sol Levante.
Tutto era dunque programmato, stabilito, destinato: questo modo di pensare portò all’inutile martirio di tanti giovani Giapponesi (e tanti americani vittime delle loro gesta “eroiche”), illusi dall’idea di poter essere uno strumento divino.
La storia si ripete, i “martiri” islamici sono giovani tra i 18 e 25 anni, selezionati e addestrati con rigidi protocolli religiosi e militari; in cambio del loro sacrificio viene promesso come premio il più alto livello del paradiso e la garanzia che i compagni si prenderanno cura della loro famiglia.
Lo Shahīd è colui che porta avanti il jihād, l'"impegno sacro e doveroso" di combattere i “non-mussulmani” rappresentati soprattutto dall’America e dagli stati con essa alleati.
L’11 settembre 2001 segna la svolta nella metodologia terroristica. Quello che l’America aveva sempre temuto diveniva realtà; un terrorismo altamente organizzato, in grado di insediare sul suolo americano individui perfettamente integrati che di nascosto coltivavano la volontà di colpire nel profondo l’America. Terroristi che, studiando nelle stesse scuole americane, erano riusciti ad ottenere il brevetto di volo, uomini al di fuori di ogni sospetto, ben lontani dagli indici delle persone ricercate.
La mattina dell'11 settembre 2001, 19 affiliati di al-Qāʿida dirottarono quattro voli civili commerciali. I dirottatori fecero intenzionalmente schiantare due degli aerei sulle Twin Towers del World Trade Center di New York, causando poco dopo il collasso di entrambi i grattacieli e conseguenti gravi danni agli edifici vicini. Il terzo aereo di linea fu fatto schiantare dai dirottatori contro il Pentagono. Il quarto aereo, diretto contro il Campidoglio o la Casa Bianca a Washington, mancò l’obiettivo precipitando in un campo della Contea di Somerset (Pennsylvania), dopo che i passeggeri e i membri dell'equipaggio ebbero tentato di riprendere il controllo del velivolo.
Gli attacchi terroristici dell'11 settembre causarono poco meno di 3.000 vittime. Nell'attacco alle torri gemelle morirono 2.752 persone, tra queste 343 vigili del fuoco e 60 poliziotti. La maggior parte delle vittime erano civili.
Gli attacchi ebbero grandi conseguenze a livello mondiale: gli Stati Uniti d'America risposero dichiarando la "Guerra al terrorismo" e lanciando un’invasione dell'Afghanistan controllato dai Talebani, accusati di aver volontariamente ospitato i terroristi.
La risposta degli U.S.A., con le operazioni militari in Afghanistan e Iraq, al fine di eliminare quello che Bush definì “l’Asse del Male”, contribuì ad aggravare la situazione già esistente, trasformando un paese estraneo al terrorismo in un vero e proprio campo di battaglia.
Infatti le bombe dell’11 marzo 2004 alla Stazione Ferroviaria di Madrid e del 7 luglio 2005 alla metropolitana di Londra, vengono fatte risalire all’organizzazione islamica ed hanno colpito capitali coinvolte nell’occupazione militare dell’Iraq.
Certo non sono mancati i morti italiani, basti pensare agli attentati di Nassiriya in Iraq, il rapimento e l’uccisione di alcuni ostaggi.
Gli attentati di Nassiriya rimangono tragici episodi nella storia militare italiana. Il 12 novembre 2003 avvenne il primo grave attentato di Nassiriya che provocò la morte di 19 italiani e il ferimento di altri 20, si susseguirono a tale attentato numerosi altri scontri tra le forze italiane e quelle terroriste.
La guerra al Terrorismo Internazionale si potrà vincere solo quando le grandi potenze del Mondo daranno a tutti i popoli le stesse possibilità economiche, democratiche e religiose, sottraendo al terrorismo il terreno da cui accinge i suoi frutti mortali: analfabetismo, povertà, emarginazione.

TERRORISMO E MAFIA ITALIANA

Il periodo delle stragi si inserisce in un momento molto difficile della storia italiana degli ultimi cinquanta anni. Siamo nei cosiddetti "anni di piombo", quando il Paese è attraversato da una crisi economica e da gravi contrasti sociali.
In questi anni nasce e si sviluppa in Italia il terrorismo politico, l’azione politica violenta di gruppi estremisti di destra e di sinistra, che agiscono al di fuori del normale confronto politico democratico e che, mediante la "strategia della tensione" hanno l’obiettivo di provocare la crisi delle strutture democratiche dello Stato. Questa strategia si realizza attraverso una serie di attentati contro persone che svolgono in qualche modo un ruolo attivo nella vita democratica del Paese (magistrati, uomini politici, rappresentanti delle forze dell’ordine, professori universitari), ma assume anche la forma di vere e proprie stragi nelle piazze, nelle banche, sui treni che coinvolgono anche semplici cittadini.
“Ho quarant'anni qualche acciacco troppe guerre sulle spalle
Troppo schifo per poter dimenticare
Ho vissuto il terrorismo stragi rosse stragi nere
Aeroplani esplosi in volo e le bombe sopra i treni

Ho visto gladiatori sorridere in diretta
i pestaggi dei nazisti e della nuova destra
Ho visto bombe di stato scoppiare nelle piazze
E anarchici distratti cadere giù dalle finestre”
Modena City Ramblers (Quarant’anni)

Piazza Fontana - Una strage di Stato -
L’Italia si trova nel periodo più oscuro della sua storia, è quello della contestazione studentesca e segna l’inizia della strategia della tensione che portò all’esecuzione di 140 attentati tra il 1968 e il 1974.
Milano. Alle ore 16.30 del 12 dicembre 1969 fu fatto esplodere un ordigno contenente sette chili di tritolo nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, al numero 4 di Piazza Fontana.
I terroristi non avrebbero potuto scegliere un momento migliore: la banca infatti era affollata per il “mercato del venerdì”, che convocava tutti gli agricoltori delle province di Milano e di Pavia. L’ordigno era stato collocato in modo da causare il maggior numero possibile di vittime: sotto il tavolo al centro del salone riservato alla clientela.
Figura 6 Piazza Duomo, funerali per la strage del 12 Dicembre
Il bilancio infatti fu tragico: sedici morti, di cui quattordici sul colpo, e ottantotto feriti. Nelle ore immediatamente successive all’attentato, vennero visitate dagli inquirenti la maggior parte delle sedi di organizzazioni di estrema sinistra. Le indagini vennero condotte anche nei confronti di qualche organizzazione di estrema destra, tralasciando inspiegabilmente Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, le più importanti. Le indagini si svolsero con incredibile rapidità, quasi si fosse a conoscenza, già in principio, degli esecutori della strage. Nel giro di qualche giorno furono richiamate dalla polizia circa 84 persone sulle quali, come dichiarò la polizia, “gravano pesanti indizi”. Fra gli indagati, tutti membri dei circoli anarchici “Bakunin” e “22 Marzo” spiccavano Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda.
Il primo ad essere interrogato fu Giuseppe Pinelli al quale non venne contestata nessuna imputazione ma non fu comunque rilasciato. Ad interrogarlo fu il commissario Calabresi che guidava l’inchiesta della strage.
Il 15 dicembre, a mezzanotte, nel cortile della questura di Milano, venne rinvenuto il corpo esamine di Pinelli, precipitato da una finestra del quarto piano. La polizia sull’accaduto affermò che Pinelli, vedendo il suo alibi distrutto e accusato di aver compiuto la strage, si era buttato dalla finestra suicidandosi. Sulla morte di Giuseppe Pinelli si aprì un’inchiesta.
Il commissario Calabresi dichiarò di non essere stato presente al momento della “caduta”, versione poi confermata. La sentenza sull’inchiesta Pinelli venne emessa nell’ottobre 1975.
Il dr. Onorevole Ambrosio così scrisse:
« L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli »
Il commissario Calabresi fu tuttavia vittima di una violenta campagna di stampa che portò al suo assassinio nel maggio 1972 da parte di gruppi di estrema sinistra.
La sentenza D'Ambrosio passò alla storia soprattutto per il modo in cui motivò la morte di Pinelli: non suicidio, non omicidio, ma "malore attivo". Un malore che avrebbe provocato un involontario balzo dalla finestra della Questura del Pinelli.
I quattro poliziotti e il commissario Lo Grano, che erano presenti in quella stanza l'ora della morte del ferroviere, accusati di omicidio colposo, vennero prosciolti dalla stessa sentenza.
L’opinione pubblica non fu mai del tutto convinta della “spontaneità” del gesto di Pinelli.
Il 16 dicembre 1969 fu la volta del secondo imputato: il ballerino Pietro Valpreda, appartenente al gruppo 22 Marzo, il quale fu accusato di essere l’esecutore della strage.
Il giovane dichiarò sempre la sua innocenza che gli verrà riconosciuta solo 15 anni dopo.
Sempre lo stesso giorno, la perizia effettuata sulle borse usate per contenere l’esplosivo aprì una nuova pista che portò, dopo più di un anno, all’arresto di due esponenti di Ordine Nuovo: Franco Freda e Giovanni Ventura.
Il testimone chiave nell’indagine fu Guido Lorenzon, affermava di essere a conoscenza di fatti ricollegabili all’attentato grazie allo stretto contatto con Ventura, che pur non avendogli mai confessato apertamente di essere uno dei colpevoli, aveva saputo riferire con troppa precisione informazioni dell’attentato, e quindi non poteva essere estraneo alla faccenda.
Nel novembre del 1971, mentre Ventura era in carcere, si scoprirono nell’abitazione di Giancarlo Marchesin, un arsenale di munizioni NATO, identiche a quelle utilizzate nella strage. Marchesin dopo essere stato arrestato dichiarò che quelle armi erano state nascoste lì da Giovanni Ventura qualche giorno dopo il 12 dicembre 1969 e che prima si trovavano presso un certo Ruggero Pan.
A Roma, il 23 febbraio 1972, il primo processo per la strage vide come principali imputati Valpreda e Mario Merlino.
Il 3 marzo 1972 furono arrestati Freda e Ventura e con loro finì in carcere anche il fondatore di Ordine Nuovo, Pino Rauti, che venne rilasciato dai magistrati D’Ambrosio e Alessandrini senza la caduta dei capi d’accusa. Si iniziarono ad evidenziare legami tra estremismo di destra e i servizi segreti.
Nel maggio del 1973 emerse un nuovo imputato, Guido Giannettini che riuscì a fuggire a Parigi sotto la copertura del SID.
Tra il 1974 e il 1989 si susseguirono numerosi processi che videro accusati membri del SID e delle forze dell’ordine.
Nel 1979 Giovanni Ventura riuscì ad evadere e fuggire all’estero, si sospettò l’intervento delle forze segrete anche in questo caso. Erano, infatti, state fornite a Ventura le chiavi della prigione e alcune bombole narcotizzanti per coprirsi la fuga.
Nel 1984 tutti gli imputati vennero assolti, dopo oltre 15 anni di indagini la polizia ancora brancolava nel buio.
Le indagini si rigirarono su Delfo Zorzi, capo operativo della cellula veneta di Ordine Nuovo, considerato l’esecutore materiale della strage. Questo, dopo l’eccidio si rifugiò in Giappone protetto dal governo Nipponico e divenne man mano un imprenditore miliardario.
Nel maggio 1998 la procura di Milano chiuse le inchieste sulla strage e depositò la richiesta di rinvio a giudizio per i maggiori imputati tra cui Delfo Zorzi.
Nel maggio 2005 si chiuse l’ultimo processo in cassazione (il settimo a partire dal giorno della strage) confermando l’assoluzione degli imputati e obbligando i parenti delle vittime a sostenere le spese processuali.
“Viva l’Italia, l’Italia del 12 dicembre”
Francesco De Gregori

Bologna, 2 Agosto 1980
La strage di Bologna, compiuta il 2 agosto 1980 alla stazione ferroviaria di Bologna, è uno degli atti terroristici più gravi avvenuti in Italia nel secondo dopoguerra. Per Bologna e per l'Italia fu una drammatica presa di coscienza della cruda realtà del terrorismo.

Figura 7 La stazione di Bologna dopo la violenta esplosione
Alle 10:25, nella sala d'aspetto di 2ª classe della stazione di Bologna, affollata di turisti e di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze, un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, esplose, causando il crollo dell'ala ovest dell'edificio. L'esplosivo, di fabbricazione militare, era posto nella valigia, sistemata a circa 50 centimetri d'altezza su di un tavolino portabagagli, allo scopo di aumentarne l'effetto. L’onda d'urto, insieme ai detriti provocati dallo scoppio, investì anche il treno Ancona-Chiasso, che al momento si trovava in sosta sul primo binario, distruggendo circa 30 metri di pensilina, ed il parcheggio dei taxi antistante l'edificio.
L'esplosione causò la morte di 85 persone ed il ferimento di oltre 200.

La città reagì immediatamente all’attentato con orgoglio e prontezza: molti cittadini, presenti sul luogo dell’esplosione, prestarono i primi soccorsi alle vittime e contribuirono ad estrarre le persone sepolte dalle macerie; la corsia di destra dei viali di circonvallazione del centro storico di Bologna, su cui si trova la stazione, fu riservata alle ambulanze ed ai mezzi di soccorso.
Dato il grande numero di feriti, non essendo tali mezzi sufficienti al loro trasporto verso gli ospedali cittadini, i vigili impiegarono tutti i mezzi in loro possesso, anche autobus, in particolare quello della linea 37, auto private e taxi. Al fine di prestare le cure alle vittime dell'attentato, i medici ed il personale ospedaliero fecero ritorno dalle ferie, così come i reparti, chiusi per le festività estive, furono riaperti per consentire il ricovero di tutti i pazienti.
L'autobus 37 divenne, insieme all'orologio fermo alle 10:25, uno dei simboli della strage.
Nei giorni successivi Piazza Maggiore ospitò imponenti manifestazioni di sdegno da parte della popolazione e dei familiari delle vittime. Non furono risparmiate accese critiche e proteste rivolte ai rappresentanti del Governo, intervenuti il giorno 6 ai funerali delle vittime celebrati nella Basilica di San Petronio. Gli unici applausi furono riservati al presidente Sandro Pertini, giunto con un elicottero a Bologna alle 17.30 del giorno della strage, che in lacrime affermò di fronte ai giornalisti: «non ho parole, siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia»
Non furono subito chiare le cause che portarono all’esplosione, nell’immediatezza dell’attentato le forze dell’ordine tesero ad attribuirne la colpa a eventi fortuiti, quali lo scoppio di una vecchia caldaia nel sotterraneo della stazione. Solo dopo 24 ore si palesò la natura dolosa dell’esplosione rendendo evidente la matrice terrorista dell’attentato, che contribuì ad indirizzare le indagini nell’ambiente del terrorismo nero.

Come già era accaduto per la strage di piazza Fontana si sviluppò una serie di affermazioni, contro affermazioni, piste vere e false, tipiche di altri tragici episodi della strategia della tensione.
Vi furono numerosi episodi di depistaggio finalizzati a far concludere il più velocemente possibile le indagini. Fra questi il più grave fu quello organizzato da membri facenti parte del vertice del SISMI che fecero porre in un treno a Bologna una valigia piena di esplosivo, dello stesso tipo che fece saltare la stazione, contenente effetti personali di due noti terroristi internazionali. Venne inoltre redatto un dossier in cui venivano spiegati gli intenti stragisti dei due terroristi, legati ad altri esponenti dell’eversione neofascista.
Non si riuscì mai a indagare qualcuno come mandante della strage.

Brigate Rosse e Nuove BR
Tra i gruppi terroristici che devastarono il nostro paese nel corso degli anni di piombo di certo non vanno dimenticate le Brigate Rosse.
La prima volta che le BR si presentarono sul panorama italiano era la primavera del 1970 quando, nel quartiere Lorenteggio di Milano, apparvero volantini firmati Brigate Rosse con sopra disegnata un’asimmetrica stella a 5 punte, che presto sarebbe diventata simbolo di terrore e morte.
Figura 8 La stella a 5 punte asimmetrica che terrorizzò la popolazione italiana nel corso degli anni di piombo
Nacque così un progetto di guerra civile ma l’opinione pubblica sembrò non volersene accorgere, neppure lo Stato considerò adeguatamente la pericolosità del movimento.
La sigla BR era sconosciuta ai più e neanche la questura di Milano ne sapeva molto di più.
Un gruppo armato con intenzioni rivoluzionarie e sovversive si stava affacciando sullo scenario italiano e nessuno sembrava curarsene o possedere informazioni su di esso.
La prima rivendicazione brigatista avvenne nel settembre del 1970 quando due bidoni della spazzatura esplosero davanti al garage di Giuseppe Leoni, direttore centrale del personale della Sit-Siemens. Sulla porta del garage appariva per la prima volta nella storia la scritta Brigate Rosse, rossa come il sangue che da lì a poco sarebbe stato versato.
La Polizia sottovalutò anche questo episodio, considerandolo piuttosto dovuto ad atti vandalici di qualche teppistello e la rivendicazione una sola copertura.

Ideologicamente, le Brigate Rosse traggono la loro origine dal marxismo-leninismo. Sono un gruppo chiuso, rigidamente compartimentato, ma non per questo assente da infiltrazioni. Concepiscono il partito come un’avanguardia di massa che deve indicare il cammino per il raggiungimento del potere e la costruzione della Dittatura del Proletariato.

La prima azione delle Brigate Rosse che ha avuto un certo peso avvenne nel gennaio 1971: otto bombe incendiarie furono collocate sotto altrettanti autotreni sulla pista prova pneumatici di Lainate dello stabilimento Pirelli. Tre autotreni vennero distrutti dalle fiamme.
La Polizia arrivò ad organizzare la prima operazione degna di nota, nei confronti delle BR, solo nel maggio del ’72. Tuttavia la maggior parte dei ricercati riuscì a sottrarsi all’arresto.
Le BR si trasformarono in organizzazione esclusivamente clandestina e si basarono sul modello organizzativo proposto in Uruguay dall’organizzazione guerrigliera dei Tupamaros.
Vennero così fondate le due colonne storiche delle Brigate Rosse, ognuna composta da più brigate operanti all’interno delle fabbriche e dei quartieri, una di Milano e una di Torino.
L’8 settembre 1974 venne sferrato dalle forze dell’ordine il primo duro colpo alle BR: grazie ad un infiltrato, Silvano Giorotto, i carabinieri sotto il comando del generale Dalla Chiesa (che da lì a poco sarà vittima di un attentato mafioso) arrestarono due capi dell’organizzazione.

Il Caso Moro

«Era la notte buia dello Stato Italiano, quella del nove maggio settantotto..
La notte di via Caetani, del corpo di Aldo Moro, l'alba dei funerali di uno stato.. »
Modena City Ramblers (I Cento Passi)

Figura 9 Fotografia del politico italiano Aldo Moro, scattata durante la sua prigionia dalle Brigate Rosse.
Il tempo che corre non solo ci allontana dalla completa verità sulla strage di via Fani, la lunga detenzione di un uomo politico di primo piano e la sua orrenda fine, ma rende tutto più complesso. Il trascorrere degli anni che sempre più ci fa apparire lontano quel tragico evento, anziché semplificare il quadro di insieme della vicenda, tende ad aggiungere nuovi tasselli ad un mosaico che appare ormai infinito. Aldo Moro, presidente della DC, per almeno vent’anni personaggio centrale della politica italiana, venne sequestrato da un commando delle Brigate Rosse il 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, alla vigilia del voto parlamentare che - per la prima volta dal 1947 - sanciva l’ingresso del partito comunista nella maggioranza di governo. Durante il rapimento la sua scorta, composta da cinque uomini, fu sterminata. Il gruppo armato che s’impadronì di Moro affermò di volerlo processare, per processare tutta la Democrazia Cristiana, forse addirittura non rendendosi conto di aver gettato sulla scena politica nazionale una bomba ad alto potenziale. I 55 giorni in cui Moro fu detenuto in un "carcere del popolo" aprirono infatti una serie di enormi contraddizioni in seno all’intera classe politica italiana, mentre i brigatisti finirono col dimostrarsi - con i loro documenti miopi e vetusti - completamente avulsi dalla realtà storica del paese.
Il 9 maggio 1978 Mario Moretti, capo dell’organizzazione armata, lo uccise con un colpo di pistola alla nuca, “eseguendo la sentenza”, così come scritto nell’ultimo comunicato delle BR.
Il cadavere di Moro venne ritrovato nel baule posteriore di una Renault 4 rossa, che diventerà simbolo della ferocia di quegli anni.

Nella prima metà degli anni ’80 le BR andarono disgregandosi, a causa delle divisioni interne e dei duri colpi inferti loro dal generale Alberto Dalla Chiesa. Solo col finire degli stessi anni riappariranno sullo scenario italiano sotto il nome di “Nuove Brigate Rosse”.

Il Caso D’Antona
Figura 10 Il Professor Massimo D'Antona
L’assassinio del Professor Massimo D’Antona riapre la stagione degli omicidi ad opera delle “Nuove Brigate Rosse”. Fu eseguito la mattina del 20 maggio 1999 in Via Salaria a Roma, mentre il professore stava recandosi al lavoro. Gli attentatori scaricarono un intero caricatore sul professore dandosi poi alla fuga. Poche ore dopo, pervenne la rivendicazione, 14 pagine stampate fronte/retro con la stella a 5 punte. Rispetto alle similari rivendicazioni degli anni di piombo si notava un netto peggioramento dello stile e della qualità letteraria.
L’8 luglio 2005 la corte d’Assise di Roma emise la sentenza che portò all’incarcerazione degli attentatori.

Il Caso Biagi
Sempre alle Nuove Brigate Rosse è riconducibile l’omicidio di Marco Biagi.

«Non vorrei che foste costretti a intitolarmi una sala, come a Massimo D’Antona…»
Figura 11 Marco Biagi
Con questa battuta Marco Biagi si rivolgeva al Ministro del Welfare Roberto Maroni. Pochi giorni dopo, il 19 Marzo 2002, venne ucciso dalle Nuove BR a Bologna, mentre, di ritorno dall’Università di Modena dove insegnava diritto del lavoro, si apprestava ad aprire il portone di casa. Marco Biagi era impegnato nella definizione delle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e nella riforma del mercato del lavoro.
Il ministero dell’Interno, in quel periodo diretto da Claudio Scajola, aveva privato Marco Biagi della scorta, concessagli pochi mesi prima per timore di attentati da parte dell’estremismo di sinistra.
Dopo meno di tre anni le Nuove BR tornavano ad uccidere con la stessa pistola il medesimo bersaglio, un consulente in riforme del lavoro dello stesso ministero, senza che costui venisse protetto da una scorta.

Strage di Capaci, l’Italia piange un eroe
Dopo più di un decennio, caratterizzato da una serie impressionante di omicidi all’interno dell’organizzazione mafiosa, nell’ambito della guerra tra l’ala dei Palermitani e quella dei Corleonesi, e dall’eliminazione di molti magistrati e uomini delle forze dell’ordine, la mafia decise di alzare il tiro. La strage di Capaci segna l’inizio della stagione stragista.
Figura 12 Giovanni Falcone
Giovanni Falcone era il bersaglio ideale, in quanto nemico giurato di Cosa Nostra, grande servitore dello Stato nella lotta alla mafia, ma soprattutto uomo isolato e duramente contrastato da parte della magistratura, della politica e della stessa informazione. Nell’89 venne addirittura accusato di essersi organizzato il fallito attentato nella sua villa al mare per farsi pubblicità.
Nel 91 il vicepresidente del consiglio Claudio Martelli e responsabile del dicastero della giustizia lo chiamò a dirigere la sezione Affari Penali del ministero. Seguì un periodo di lavoro molto intenso in cui Falcone elaborò l’attuale modello organizzativo di lotta alla mafia, basato sull’istituzione di una procura nazionale antimafia. Una struttura avente il compito di coordinare le indagini, i rapporti tra le procure e le forze di polizia al fine di migliorare l’attività investigativa. Falcone, inoltre, intuì per primo l’importanza fondamentale del ruolo dei pentiti per scoprire l’organizzazione di Cosa Nostra e i suoi traffici.
La strage di Capaci è l’attentato in cui il 23 maggio 1992, sull’autostrada A29 nei pressi dello svincolo di Capaci e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie e tre agenti della scorta.
Gli esecutori materiali del delitto furono almeno cinque uomini tra cui Giovanni Brusca, (sicario incaricato da Totò Riina) la persona che fisicamente azionò il telecomando che fece detonare i 500 chili di tritolo posti sotto il manto stradale.
La detonazione provocò un’esplosione immane e una voragine enorme sulla strada.
Alla diffusione delle prime notizie da parte dei media, l’Italia intera, sgomenta, trattenne il fiato per la sorte delle vittime. Purtroppo Giovanni Falcone, dopo alcuni disperati tentativi di rianimazione, presso l’ospedale civico di Palermo, morì per le ferite riportate, seguito poco dopo dalla moglie. La strage di Capaci, festeggiata dai mafiosi nel carcere dell’Ucciardone, ha segnato una delle pagine più tragiche della lotta alla Mafia, ed è strettamente collegata al successivo attentato di cui rimase vittima il giudice Borsellino amico e collega di Falcone.
Le stragi provocarono una reazione di sdegno nell’opinione pubblica, oltre che l’intensificazione della lotta antimafia, con il conseguente moltiplicarsi dei pentiti e la cattura di latitanti quali Totò Riina.

Paolo Borsellino

«Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore solo una volta»

Figura 13 Paolo Borsellino
Paolo Borsellino, fu il più giovane magistrato italiano, a soli 23 anni vinse infatti il concorso in magistratura. Dopo essersi dedicato, in un primo tempo, solo alle cause civili, concentrò i suoi sforzi nell’indagare i fenomeni che regolamentavano i rapporti tra mafia e politica nella gestione degli appalti pubblici. Era il 1980, l’anno in cui Cosa Nostra cambiava volto, ai vecchi uomini d’onore si sostituivano gli spietati Corleonesi capitanati da Totò Riina. Nello stesso anno Paolo Borsellino iniziò la sua collaborazione con Rocco Chinnici, procuratore capo di Palermo. Chinnici riuscì a riunire una straordinaria squadra di magistrati, tra cui anche Falcone, dando origine al Pool antimafia con l’obiettivo di combattere Cosa Nostra con metodi nuovi e più efficaci. Chinnici ebbe l’intuizione giusta: indirizzare le indagini verso le attività finanziarie di Cosa Nostra, concentrandosi sugli appalti e sui conti bancari. Che la strada fosse quella giusta lo dimostrò la spietata reazione della mafia. La scia di sangue lasciata da Cosa Nostra divenne sempre più lunga. Prima di Pio la Torre e Dalla Chiesa (ucciso solo dopo 100 giorni dal suo arrivo a Palermo) altri uomini erano caduti percorrendo la strada della giustizia, riuscendo a far approvare infine la legge “Rognoni/La Torre” che istituiva il reato di associazione mafiosa e forniva ai giudici gli strumenti per indagare sui conti bancari. Purtroppo, ancora una volta, la reazione mafiosa fu violentissima con l’assassinio di Rocco Chinnici (29 luglio 1983). Il suo successore, Antonino Caponnetto, portò avanti il cosiddetto “Maxiprocesso” alla mafia. La chiave di svolta delle indagini condotte dal pool antimafia fu l’arresto e il pentimento di Tommaso Buscetta.
Fu il giudice Falcone a interrogarlo e convincerlo a rivelare nomi e fatti, dando un colpo fortissimo alle fondamenta di Cosa Nostra e avviando il più grande processo contro l’organizzazione criminale. Il Maxiprocesso durò 22 mesi concludendosi il 16 dicembre del 1987. Nell’aula bunker dove si tenne da una parte erano presenti gli uomini simbolo del pool, Falcone e Borsellino, dall’altra, dietro le sbarre, 475 imputati. Il numero così elevato richiese speciali misure di sicurezza, tra cui alcune modifiche strutturali al carcere dell’Ucciardone, nonché un notevole dispiegamento di forze sia civili che militari.
Borsellino e Falcone pagarono con la propria vita la loro lotta.
Dopo l’attentato del maggio 1992, a soli 57 giorni di distanza, Cosa Nostra decise che era arrivato il turno di Borsellino. Il boss Totò Riina incaricò uno dei suoi uomini, Salvatore Biondino, che a sua volta si rivolse a uomini d’onore legati a Bernardo Provenzano, di organizzare l’attentato al giudice.
La mattina del 19 luglio del 1992 Paolo Borsellino si trovava a Villagrazia di Carini, località in cui era solito trascorrere le vacanze con la famiglia.
Il magistrato decise però di rientrare a Palermo per fare visita alla madre in via D’Amelio.
Nel frattempo Salvatore Biondino stava osservando i suoi spostamenti. Il mafioso avvertì i killer già posizionati in via D’Amelio di tenersi pronti.

Via D’Amelio era la strada perfetta per pianificare un attentato, per piazzare un'autobomba, in quanto senza uscita. Gli abitanti della zona avevano chiesto più volte che fossero presi dei provvedimenti, impauriti dall’arrivo delle auto blindate del magistrato. Gli stessi uomini della scorta avevano chiesto la rimozione di tutte le auto da via D’Amelio, ma nessuna misura preventiva era stata presa.

«Mia madre era in casa da sola e fece in tempo a sentire le sirene delle macchine che si avvicinavano e poi scoppiò il finimondo », ricorda Rita Borsellino, la sorella di Paolo. »
Antonino Caponnetto, accorso sul luogo, riuscì a dire solo: “È finito tutto”.
Insieme a Paolo Borsellino furono assassinati gli agenti della scorta.

« Allora dissi: "Paolo, arrivederci a presto". Non è facile descrivere, né dimenticare lo sguardo che mi dette Paolo.
"Ma sei sicuro" -disse- "Antonio, che ci rivedremo?".
La domanda mi turbò, mi turbò molto, cercai di mascherare il mio turbamento, la volsi un po' in tono scherzoso: "Ma che stai dicendo, Paolo? Certo che ci rivedremo".
E allora mi abbracciò, ma mi abbracciò con una, con una forza... che mi fece male! Mi strinse, non se ne rendeva conto... ma mi abbracciò come... come a non volersi distaccare, come a volere... tenere avvinto qualcosa di caro e portarselo via.
Ecco, quello è stato... lì ho sentito che era l'addio di Paolo. »
Antonino Caponnetto

Nel corso dei vari processi fino ad oggi celebrati sono stati condannati in via definitiva 47 persone, 25 delle quali all’ergastolo. Tra queste: Salvatore Riina, Salvatore Biondino, Giuseppe Graviano, Carlo Greco e Salvatore Profeta.

Peppino Impastato, la forza delle parole

«E' nato nella terra dei vespri e degli aranci, tra Cinisi e Palermo parlava alla sua radio..
Negli occhi si leggeva la voglia di cambiare, la voglia di Giustizia che lo portò a lottare..
Aveva un cognome ingombrante e rispettato, di certo in quell'ambiente da lui poco onorato.. »
Modena City Ramblers ( I Cento Passi )

Il 9 maggio del ’78, mentre l’Italia era sottochoc per il ritrovamento a Roma del cadavere di Aldo Moro, in un piccolo paesino della Sicilia affacciato sul mare, Cinisi, a 30 chilometri da Palermo, moriva dilaniato da una violenta esplosione Giuseppe Impastato.
Impastato era un militante della sinistra extraparlamentare e sin da ragazzo si era battuto contro la mafia, denunciandone i traffici illeciti e le collusioni con la politica. A far uccidere Impastato fu il capo indiscusso di Cosa Nostra di quei tempi, bersaglio preferito delle trasmissioni della Radio libera che Peppino aveva fondato a Cinisi.
Figura 14 Peppino Impastato davanti alla “sede” di radio AUT
Solo cento passi separavano, in paese, la casa degli Impastato da quella dell'assassino di Peppino.
Sin dalla nascita aveva respirato un clima di intimidazioni e omertà; suo padre infatti, pur non avendo mai avuto un ruolo di primo piano, era strettamente legato a Cosa Nostra attraverso suo cognato, capo della Cupola negli anni ’60. Peppino fin da subito disse che si sarebbe battuto tutta la vita contro la mafia e iniziò la sua rottura all’interno della sua società, del suo paese, ma soprattutto della propria famiglia.
In questo senso Peppino Impastato rappresenta un caso particolare, quello di un militante, un attivista che combatte la mafia pur provenendo da essa. Una circostanza anomala, dato che la famiglia rappresenta di solito la cellula più compatta e più impermeabile e compatta della struttura mafiosa.

Radio AUT e la trasmissione Onda Pazza
Nel 1977, con il boom delle Radio Libere, Peppino Impastato decise di fondarne una propria. Con gli amici si procurò in maniera rocambolesca l’attrezzatura e iniziò le trasmissioni. La chiamò Radio Aut e, nella trasmissione Onda Pazza, usava la satira per sbeffeggiare i capimafia e i politici locali rivelando trame illecite e attività illegali. Il bersaglio preferito era don Tano Badalamenti, l’erede di Cesare Manzella nonché l’amico di suo padre Luigi.
Peppino Impastato per la prima volta fece nomi e cognomi, senza reticenze, cercando di rompere il tabù dell’intoccabilità dei mafiosi, in un paese dove la gente, al passaggio di Tano Badalamenti, quasi si inchinava. A seguito delle minacce di morte di Don Tano il padre di Peppino chiese protezione oltreoceano. A poco servirono le sue suppliche, anzi fu ritrovato morto il 19 settembre del 1977. Peppino continuò e intensificò la sua protesta.

La morte
L’8 maggio 1978 Peppino passò l’intera giornata e l’intera nottata a Radio Aut, come spesso accadeva. Il giorno successivo andò a salutare dei parenti americani in paese, poi si sarebbe dovuto incontrare con gli amici la sera per un comune impegno politico. Gli amici, non vedendolo arrivare, si misero a cercarlo. Così passò la notte; gli amici erano ormai sicuri che fosse successo qualcosa. E in effetti qualcosa era successo, l’irreparabile: Peppino Impastato era stato ucciso, dilaniato da una bomba piazzata sulla ferrovia Palermo-Trapani.

«Poteva come tanti scegliere e partire, invece lui decise di restare..
Gli amici, la politica, la lotta del partito.. alle elezioni si era candidato..
Diceva da vicino li avrebbe controllati, ma poi non ebbe tempo perché venne ammazzato..
Il nome di suo padre nella notte non è servito, gli amici disperati non l'hanno più trovato.. »
Modena City Ramblers ( I Cento Passi )

Al funerale di Peppino Impastato si presentò spontaneamente una folla di giovani accorsi da tutta Sicilia, ma non si vide l’ombra dei compaesani… neanche i più vicini alla famiglia.

L’ultimo oltraggio della mafia contro il giovane che aveva osato sfidarla, fu il depistaggio dell’indagini e Impastato venne trattato come terrorista o suicida. Solo nell’Aprile del 2002 ebbe finalmente giustizia.

L’eredità di Impastato è stata raccolta da Pino Maniaci, fondatore di Telejato che tutt’ora trasmette servizi relativi alla mafia facendo nomi e cognomi ogni giorno.

LEONARDO SCIASCIA

Leonardo Sciascia nasce a Racalmuto, nell’entroterra agrigentino, l’8 gennaio 1921, primo di tre fratelli. La madre viene da una famiglia di artigiani, il padre è impiegato in una delle miniere di zolfo della zona. Sciascia trascorre con il nonno e le zie la maggior parte dell’infanzia e il loro ricordo ricorrerà spesso nelle numerose interviste successivamente rilasciate dall’autore, nelle quali spiegherà anche il profondo legame con la Sicilia delle zolfare, a cui lo avvicinano il nonno e il padre.
Inizia presto ad accostarsi alla letteratura e alla cultura, grazie alla biblioteca privata degli zii, maestri delle elementari. Da subito affiora la sua forte passione per la storia, unita all’amore per la scrittura e gli strumenti dello scrivere: matite, penne, carta e inchiostro sono oggetto dei suoi giochi; sulla prima pagina di un quadernetto bianco il piccolo Leonardo scrive: "Autore: Leonardo Sciascia". Nel 1935 l’autore si trasferisce a Caltanissetta con la famiglia e si iscrive all’Istituto Magistrale IX Maggio, nel quale insegna Vitaliano Brancati che diventerà per Sciascia un modello. Nello stesso periodo si avvicina all’anti-fascismo e allarga le sue letture interessandosi agli autori nordamericani.
Nel 1941 supera l’esame per diventare maestro elementare.
Nei primi anni del ’40 lo scrittore è assunto come impiegato all’ammasso del grano di Racalmuto dove resterà fino al 1948: un’esperienza che gli permette di conoscere il mondo contadino siciliano. Nel 1944 sposa Maria Andronico, maestra nella scuola elementare di Racalmuto. Da lei Sciascia avrà le sue due figlie, Laura e Anna Maria. Pochi anni dopo, nel 1948, il suicidio del fratello Giuseppe lascia un segno profondo nell’animo dell’autore. Dal 1949 al 1957 lavora come insegnante nella scuola elementare del suo paese.
Gli interessi per la società siciliana sono già evidenti ne “Le Parrocchie di Regalpetra (1956), suo primo libro di rilievo. In Sciascia è presente una risentita dimensione civile, una speranza nei poteri della ragione e nelle conquiste liberatrici della Storia, ma nel contempo una dolente coscienza delle carenze e delle colpe delle classi dirigenti. L’opera di Sciascia assume sin dall’inizio il valore di testimonianza, nel caso de “Le Parrocchie di Regalpetra”, una profonda denuncia nei confronti del fascismo e delle condizioni sociali del mezzogiorno. Denuncia che verrà ampliata, con la pubblicazione de “il Giorno della Civetta” (1961), a tutta la società mafiosa.
Lo stile di Sciascia è molto semplice, il linguaggio è aderente al mondo rappresentato tuttavia evitando di cadere nel folclore. Egli va più a fondo, alla sostanza dei problemi della Sicilia.
Alla rievocazione di vicende siciliane del passato sono dedicati “Il consiglio d’Egitto” (1963) e Morte dell’Inquisitore (1964). Gli anni Sessanta vedono anche la genesi di A ciascuno il suo (1966), un libro bene accolto dagli intellettuali, in cui l’autore torna a parlare dei problemi della Sicilia a lui contemporanea, riprendendo il discorso iniziato con Il giorno della Civetta.
Lo scrittore tenterà anche di applicare al teatro la propria propensione alla scrittura fortemente dialogata, ma l’incontro/scontro con la mediazione operata dal regista gli appare come "devastatrice" dei testi e lo induce ad abbandonare il proprio impegno teatrale.
Il 1971 è l’anno de Il contesto, libro destinato a destare una serie di polemiche, più politiche che estetiche, alle quali Sciascia si rifiuta di partecipare ritirando la candidatura del romanzo al premio Campiello. Tuttavia si fa sempre più forte la propensione ad includere la denuncia sociale nella narrazione di episodi veri di cronaca nera: gli Atti relativi alla morte di Raymond Roussel (1971), I pugnalatori (1976) e L’affaire Moro (1978) ne sono un esempio.
Importante è anche l’attività di Sciascia come saggista su tradizioni, scrittori e personaggi della sua Sicilia, con i volumi Pirandello e la Sicilia, La corda pazza, Scrittori e cose della Sicilia e Cruciverba.
Nel 1979 accetta la proposta dei radicali e si candida sia al Parlamento europeo sia alla Camera. Eletto in entrambe le sedi istituzionali opta per Montecitorio, dove rimarrà fino al 1983 occupandosi quasi esclusivamente dei lavori della commissione d’inchiesta sul rapimento Moro. In seguito a nuovi contrasti con il PCI di Berlinguer Sciascia abbandona l’attività politica, ma non rinuncia all’osservazione delle vicende politico-giudiziarie dell’Italia, in particolare per quanto riguarda la mafia. In un articolo sul «Corriere della sera» dal titolo I professionisti dell' antimafia, nel 1987 Leonardo Sciascia afferma che in Sicilia, per far carriera nella magistratura, nulla vale più del prender parte a processi di stampo mafioso.
Gli ultimi anni di vita dello scrittore sono segnati dalla malattia che lo costringe a frequenti trasferimenti a Milano per curarsi. Sia pure a fatica prosegue la sua attività di scrittore.
Sciascia muore a Palermo il 20 novembre 1989, lo stesso anno della pubblicazione della sua ultima opera, Una storia semplice. Il suo corpo riposa all’ingresso del cimitero di Racalmuto.

Il Giorno della Civetta

Il Giorno della Civetta è il più famoso libro di Leonardo Sciascia soprattutto perché è stato il primo a parlare di Mafia e a mostrarne i delitti e le connessioni con la politica. All’epoca, nelle parole dell’Autore stesso, “sulla Mafia esistevano degli studi, studi molto interessanti, classici addirittura: esisteva una commedia di un autore siciliano che era un’apologia della Mafia e nessuno che avesse messo l’accento su questo problema in un’opera narrativa di largo consumo”, la stessa parola Mafia era usata con tutte le cautele quasi di malavoglia.

«Ma mettiamo le cose su un altro piano: c’è stato mai un processo da cui sia risultata l’esistenza di un’associazione criminale chiamata mafia cui attribuire con certezza il mandato e l’esecuzione di un delitto? E’ mai stato trovato un documento, una testimonianza, una prova qualsiasi che costituisca sicura relazione tra in fatto criminale e la cosiddetta mafia? »

Era il 1961 e secondo l’allora Cardinale di Palermo la Mafia non esisteva ed era un’invenzione dei comunisti, per i politici non esisteva un problema mafioso in Sicilia, nei verbali dei tribunali e dei carabinieri solo rarissimamente appariva questa parola, senza mai giungere ad indagini approfondite sull’organizzazione, la struttura e l’esatta natura della Mafia. Ovviamente, secondo il Codice Penale, ancora non esisteva alcun reato di associazione mafiosa. (Si dovrà aspettare il 1982 con l’omicidio del Generale Dalla Chiesa)

Trama
Il Giorno della Civetta è un giallo sull’omicidio di un impresario edile “Colasberna” da parte della Mafia.
Protagonista è il capitano Bellodi, ufficiale dei carabinieri, parmense, di stanza in Sicilia, ma soprattutto un uomo che crede nei valori di una società democratica e moderna, contro l’immobilità di un mondo di vecchi interessi costituiti.
Si tratta ovviamente di una storia non a lieto fine, perché le collusioni con la politica e il potere della Mafia riescono facilmente a fare sgonfiare la storia dirottando i sospetti dal vero colpevole all’amante della moglie di Paolo Nicolosi, un potatore scomparso lo stesso giorno dell’omicidio dell’impresario. Un particolare tipicamente mafioso quello della scusa delle corna, che infatti sarà usato più di una volta dalla Mafia per cercare di coprire vari delitti: carabinieri e magistrati venivano gentilmente invitati a fare qualche indagine in più sulla vittima e sui suoi parenti perché magari si poteva trovare qualcosa, e quel qualcosa di solito veniva fuori.

«La verità è nel fondo di un pozzo: lei guarda in un pozzo e vede il sole o la luna; ma se si butta giù non c’è più né sole né luna, c’è la verità»

Il libro di Sciascia impressiona particolarmente se pensiamo a come 50 anni fa non si sapesse cosa fosse la Mafia, tanto da poter tranquillamente sostenere la sua inesistenza.

A quel tempo la mafia non era ancora quella di oggi, ma si stava avviando su quella strada. La mafia legata al mondo agricolo, che viveva più che altro come piccolo esercito di polizia dei grandi latifondisti siciliani, morì con Calogero Vizzini nel 1954. Anche se non si poteva definire quella mafia “buona”, considerando la struttura sociale della Sicilia e il disinteresse totale dello stato italiano nei suoi confronti, la mafia fino ad allora aveva permesso ai siciliani di avere un ordine, anche se non era un ordine particolarmente giusto. Dopo è arrivata la mafia che uccide, non che prima non uccidesse mai, ma i delitti erano eventi molto rari, mentre da Luciano Leggio in poi diventano una pratica comune, un normale strumento di potere. Poi arrivano le tangenti per gli appalti a partire dagli anni 60, con la distruzione della vecchia Palermo per costruire grandi casermoni finanziati dallo stato, come racconterà Rosi in “Le mani sulla città”. Negli anni 70 arriva la droga, e allora da garante dell’ordine pubblico la mafia si trasforma in distruttrice della società, negli anni 80 incominciano gli omicidi di persone eccellenti, di magistrati, carabinieri, politici, sindacalisti e giornalisti: il generale Dalla Chiesa, Peppino Impastato, Giuseppe Fava, e tanti altri … sono le vittime di Cosa Nostra, e per la prima volta da Portella della Ginestra si incomincia a parlare di stragi in Sicilia, poi negli anni 90 arriva la vera e propria “stagione delle stragi”, Capaci, Via d’Amelio …

Il libro Il Giorno della Civetta, pur non parlando della mafia di oggi, mostra quegli aspetti antichi che sono sopravvissuti e che contraddistinguono ancora il fenomeno mafioso: l’omertà dei siciliani e la complicità del potere politico (ma anche della polizia e della Chiesa).

« “E’ come spremere una cote, non esce niente” disse, alludendo ai fratelli Colasberna e soci, e a tutto il paese e alla Sicilia intera »

Questi due aspetti fondamentali vengono descritti da Sciascia in tutta la loro miserevolezza, e da qui nasce la distinzione, operata da Don Mariano, tra uomini, mezz’uomini, omminicchi, pigliainculo e quaquaraquà, a seconda di quanto si pieghino alle necessità facendo finta di non vedere. Vi è in questo un’ammirazione di Sciascia nei confronti di certi mafiosi, come nei confronti di quei carabinieri, poliziotti e magistrati che vogliono fare il loro dovere: perché anche il mafioso ha un suo codice di regole, dei suoi valori, e quando sfida lo stato lo fa a testa alta, sapendo che potrebbe anche capitare che lo stato prima o poi decida di rispondere, e che in quel caso dovrebbe saper combattere ed eventualmente morire a testa alta.

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