Se non ci fosse il Sud tesina

Tesina che verte sulla storia del Sud Italia dall'unificazione sino ai giorni nostri, analizzata attraverso eventi noti e romanzi (anche exstrascolastici).

E io lo dico a Skuola.net

LETTERATURA ITALIANA, IL SUD IN TRE ROMANZI:
I Malavoglia - I vecchi e i giovani - Il Gattopardo

Un evidente vincolo di continuità lega i tre libri, conferendo loro una fisionomia per vari aspetti comuni: si concentrano sullo stesso problema e cioè il passaggio dal regime assolutistico al liberismo borghese in Sicilia, analizzano le conseguenze dell’unificazione nazionale, mettendo a fuoco ambienti, personaggi, mentalità e costumi di grandi famiglie aristocratiche e non dell’isola.
Oggetto predominante dei racconti è la vittoria apparente e il fallimento sostanziale della rivoluzione patriottica in Sicilia, e più in generale nel Mezzogiorno dell’Italia intera, per cui alla persuasione ottimistica di un percorso ascensionale del divenire storico, regolato da una legge di perenne progresso, subentra la messa sotto accusa della storia, incapace di produrre autentici cambiamenti nel tessuto immobile dell’esistenza.

Le trame
I Malavoglia rappresentano la vita di un mondo rurale arcaico, chiuso in ritmi di vita tradizionali che si modellano sul ritorno ciclico delle stagioni e dominato da una visione della vita anch’essa tradizionale, basata sulla saggezza antica dei proverbi. L’azione ha inizio all’indomani dell’Unità, nel 1863, e mette in luce come il piccolo villaggio siciliano di Aci Trezza sia investito dalle tensione di un momento di rapida trasformazione della società italiana. Una serie di difficoltà economiche e di sventure rompono l’equilibrio tra la famiglia Toscano e il sistema sociale del villaggio; a ciò si aggiungono le tasse, la crisi della pesca, il treno, il telegrafo che suscitano le reazioni ostili della mentalità immobilistica dei paesani. Ci troviamo di fronte ad una famiglia protagonista appartenente ad un ceto sociale basso, in cui l’autore regredisce, affinché possa mostrare un quadro realistico della realtà, anche se negativa.
Ne I vecchi e I giovani si racconta la Sicilia dei sanguinosi moti dei “Fasci” del 1893, sconvolta dalle lotte di classe, con i clericali da un lato, tesi ad impedire il consolidamento del nuovo regime liberale, e la classe dirigente dall’altro, che disperde nel disordine morale i sacrifici e i meriti acquisiti. L’intreccio si fonda sul contrasto tra due generazioni: i vecchi che hanno unito l’Italia, i giovani che sono consapevoli del fallimento del Risorgimento e al contempo incapaci di agire perché privi di un riferimento. I personaggi, più che casi individuali, interpretano i diversi aspetti della complessa situazione che stanno vivendo; protagoniste sono anche le ambientazioni, infatti la prima parte del romanzo si ambienta in Sicilia, a Girgenti, paese morto e isolato, la seconda a Roma, centro della “cancrena” che ha infettato tutta l’Italia con lo scandalo della Banca Romana.
La Sicilia de Il Gattopardo, invece, tratta l’epoca dell’impresa Garibaldina mostrando come il passaggio al nuovo Regno d’Italia sarà un mutamento esteriore, ma nella sostanza il potere resterà delle mani delle attuali classi dirigenti; per questo quelle classi devono impegnarsi nella rivoluzione nazionale, prendendone in mano il processo per indirizzarlo ai loro fini. Il tutto è analizzato dal punto di vista di Don Fabrizio Salina, veterano del Regno Borbonico, arduo difensore della tradizione ma nello stesso tempo realisticamente consapevole del suo anacronismo.

I protagonisti e il contrasto generazionale
Ringrazia Dio piuttosto, che t’ha fatto nascer qui; e guardati dall’andare a morire lontano dai sassi che ti conoscono. << Chi cambia la vecchia con la nuova, peggio trova>>. Tu hai paura del lavoro, hai paura della povertà; ed io che non ho più le tue braccia né la tua solute non ho paura. Vedi! << il buon pilota si vede alle burrasche>>. Tu hai paura di dover guadagnare il pane che mangi; ecco cos’hai!
Il personaggio de I Malavoglia in cui essenzialmente si incarnano le forze disgregatrici della modernità è il giovane ‘Ntoni. Egli è uscito dall’universo chiuso di Aci Trezza e per questo non può più adattarsi ai ritmi di vita ancestrali del paese, accettare il suo fatalismo immobilista e rassegnarsi pazientemente ad un’esistenza di fatiche e miserie. Emblematico è il suo conflitto col nonno, colui che pronuncia le parole sopra citate, che, al contrario, rappresenta lo spirito tradizionalista per eccellenza, l’attaccamento ad una visione arcaica e ai suoi valori apparentemente forti ed esaustivi. In realtà il romanzo rappresenta al contrario la disgregazione di quel mondo e l’impossibilità dei suoi valori, di cui I Malavoglia rappresentano la chiave per il superamento irreversibile di tale tendenza. Ed è la conclusione stessa che rivela il messaggio: sebbene Alessi (il nipote più piccolo) sia riuscito a riottenere la celeberrima casa nel nespolo, il nucleo familiare è ormai disgregato.
Ne I vecchi e I giovani la vicenda si complica: siamo di fronte ad una miriade di personaggi diversi accomunati da una sola sorte, il tramonto di una struttura storico-sociale. All’origine c’è un mito a cui viene dedicato un camerone della tenuta di Valsania, il Generale Gerlando Laurentano, capostipite. I suoi figli rappresentano tre diversissime personalità contrastanti: don Ippolito, fedelissimo ai Borboni, è la tradizione, mentre donna Caterina, vedova di un eroe della patria (italiana) vive orgogliosamente lontana dai parenti e rifiuta ogni aiuto economico offertagli. Centrale è la figura di don Cosmo, terzo fratello e portavoce dell’autore, raffigurato come un “filosofo” che “ha capito il giuoco” e vive nella profonda costernazione di non aver saputo illudersi, quindi vivere. Dinanzi a questa triade conservatrice ma anche realista, si colloca Lando Laurentano, figlio di Ippolito ed esponente di spicco della nuova generazione dei “fasci”, tuttavia sconfitto perché seguace di un ideale violento e fallimentare. La vittima simbolo della disfatta di ideali e progettualità della nuova società italiana e della deriva assunta dall’anelito di emancipazioni delle classi popolari sarà Mauro Mortara, il custode del “santuario della libertà” (il camerone), ucciso per sbaglio dalle pallottole dei soldati, mentre intendeva aiutarli a sedare la rivolta.
Giuseppe Tomasi, ne Il Gattopardo, invece, pone due figure contrastanti per età e ideologie, che tuttavia riescono ad intendersi, mostrando chiaramente la ciclicità della storia, il mutare degli eventi, ma la sempre identica reazione dell’uomo di fronte ad essi. Il principe di Salina, don Fabrizio, osserva con ironico distacco e malinconia la fine di un mondo, il regno borbonico; Tancredi, suo nipote, si unisce ai garibaldini perché “se si vuole che tutto rimanga com’è, è necessario che tutto cambi”. Il rapporto tra vecchio e giovane è un calderone di affetti ma anche di invidia: don Fabrizio rimpiange la grinta, la forza, la tenacia, la sensualità giovanili che vede perfettamente incarnati nella figura di Tancredi, il quale, a sua volta, ammira con riconoscenza l’imponenza fisica, morale ed etica dello zio, imitandola o, almeno, provandoci.
“[…] il colorito roseo, il pelame color di miele del Principe denunziavano l’origine tedesca di sua madre […]. Ma nel sangue di lui fermentavano altre essenze germaniche ben più incomode per quell’aristocratico siciliano. […] Un temperamento autoritario, una certa rigidità morale, una propensione alle idee astratte che nell’habitat molliccio della società palermitana si erano mutati in prepotenza capricciosa, perpetui scrupoli morali e disprezzo per i suoi parenti e amici che gli sembrava andassero alla deriva nel lento fiume pragmatistico siciliano.”
[descrizione di Don Fabrizio Salina]

Finalità degli autori
Sebbene siano molti gli aspetti comuni ai tre romanzi, bisogna tener presente che essi sono stati scritti in epoche, quindi contesti, differenti.
Giovanni Verga, intellettuale aristocratico, è vissuto nella seconda metà del 1800, è imbevuto di cultura positivista; il naturalismo zoliano aveva diffuso l’idea di un romanzo sperimentale che, basandosi sulle leggi meccanicistiche della natura, potesse descrivere i meccanismi umani attraverso un modello scientifico. Verga e Capuana, nella loro prospettiva, considerano la “scientificità” naturalista solo come un modo particolare di fare letteratura, cioè nella tecnica con cui lo scrittore rappresenta, che è simile al metodo dell’osservatore scientifico, pur restando nei limiti dell’arte. Il rifiuto verghiano dell’impegno politico della scrittura, l’affermazione della pure letterarietà dell’opera e la scelta dell’impersonalità come carattere fondamentale della nuova arte “realista” rimandano ad una situazione economica, sociale e culturale ben diversa da quella francese. Verga è il tipico “galantuomo” del Sud, il proprietario terriero conservatore, che ha ereditato la visione fatalistica di un mondo agrario arretrato e immobile, estraneo alla visione dinamica del capitalismo moderno, e ha di fronte a sé una borghesia ancora impavida e parassitaria e delle masse contadine estranee alla storia, chiuse nella loro miseria e nei loro arcaici ritmi di vita, passive e rassegnate. Il fatalismo del galantuomo poteva poi trovare conferma nella realtà attuale dell’Italia, in cui gli inizi dello sviluppo capitalistico, lunghi dal modificare le condizioni subumane delle masse popolari, del sud in particolare, non faceva che ribadirne l’esclusione e l’oppressione: lo scrittore poteva facilmente concludere che nulla era mutato realmente, dietro la facciata delle intense trasformazioni, e ricavare la convinzione che nulla mai può mutare in assoluto nella storia degli uomini, che la legge della sopraffazione è un dato universale e necessario, e che quindi la letteratura può solo portare a conoscere la realtà, non a modificarla. La scelta di Verga di rappresentare i vinti è dettata dalla dottrina evoluzionistica di Darwin: la lotta per la vita nelle basse sfere segue meccanismi meno complicati e osservabili con più precisione, perché si sofferma sui bisogni materiali. I bisogni raffinati saranno analizzati dei restanti componenti del “Ciclo dei Vinti”. L’insegnamento de I Malavoglia si concretizza nel celeberrimo “ideale dell’ostrica”:
“ […] allorquando uno di quei piccoli, o più debole, o più incauto, o più egoista degli altri, volle staccarsi dai suoi per vaghezza dell’ignoto, o per brama di meglio, o per curiosità di conoscere il mondo; il mondo, da pesce vorace ch’egli è, se lo ingoiò.”
[Vita dei campi, Fantasticherie, 1878/1879].
Se Verga proponeva uno schema rigido, basato sulla corrispondenza di azione e conseguenza, Pirandello, in quanto figlio del Novecento, ironizza sul concetto di “certezza”. Se è vero che I vecchi e I giovani non sia tra i romanzi più famosi, in quanto apparentemente di impianto verista, esso anticipa di gran lunga la concezione relativistica dell’autore. Il procedere della storia appare come un movimento insensato che gira su sé stesso e “non conclude” (la stessa espressione sarà il titolo dell’ultimo capitolo di Uno, Nessuno e Centomila). Agli occhi di don Cosmo le passioni degli uomini, gli ideali patriottici, le conquiste del potere economico, le ideologie politiche come il socialismo, sono pure illusioni che l’uomo crea per sopravvivere; gli ideali sono nobili, ma se si spinge l’occhio dietro l’apparenza risultano del tutto vani, privi di ogni consistenza oggettiva, sicché di essi non è possibile trovare “né il senso né lo scopo”. In questo caso le maschere coincidono con i cosiddetti lanternoni, che metaforicamente rappresentano quei valori e sistemi sociali universalmente approvati; chi riconosce la precarietà di un ruolo, di un’ideologia, di una classe sociale è finalmente libero di seguire il “flusso vitale”, ma allo stesso tempo è paradossalmente condannato ad un’esistenza angosciante, vuota e priva di entusiasmo. È così che tutti i personaggi de I vecchi e I giovani rappresentano un fallimento: don Ippolito e donna Caterina soffrono per il decadimento del loro status, Mauro Mortara cade vittima del suo stesso fanatico amore per la patria – si noti quanto questo episodio va a sottolineare l’importanza della pluralità dei punti di vista: Mortara viene scambiato per un rivoluzionario proprio mentre stava per unirsi all’esercito per combattere i Fasci: rimosso, quel cadavere mostrò sul petto insanguinato quattro medaglie. I tre allora rimasero a guardarsi negli occhi, stupiti e sgomenti. Chi avevano ucciso? - , don Cosmo è l’unico che ha una visione realista della vita e, nonostante ciò, invidia la capacità altrui di vivere nell’illusione, cioè salvarsi:
“Una sola cosa è triste, cari miei: aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci anche, come avviene a me, del non averci saputo illudere, poiché fuori di queste illusioni non c’è più altra realtà … e dunque non vi lagnate! Affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude. Se non conclude , è segno che non deve concludere, e che è vano dunque cercare una conclusione. Bisogna vivere, cioè illudersi; lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo, finchè non si sarà stancato; e pensare che tutto questo passerà.”

Per Tomasi, al contrario, non c’è salvezza: ricompare lo scetticismo nei confronti del processo storico contemporaneo, la concezione secondo cui i grandi cambiamenti apportati dall’unificazione italiana siano solo apparenti e che dietro di essi nulla in realtà cambi, che mutati i soggetti politici, da aristocratici a borghesi, mutati gli istituti, da assolutistici a liberali, rimangano sostanzialmente immutati i rapporti di potere e di dominio. L’autore non crede nell’oggettività del processo storico: la storia con i suoi conflitti, mutamenti, progressi e regressi è solo apparenza esteriore, dietro cui si cela un’essenza più vera, lo scorrere inarrestabile del tempo che precipita nel nulla:
“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore, continueranno a crederci il sale della terra.”
È una visione del mondo cupa e senza speranza, di gran lunga peggiore di quella pirandelliana. È così che la Sicilia immobile del 1860 non è che la metafora di una condizione esistenziale dominata dalla presenza incombente della morte. Il centro vero del romanzo non sono le vicende storiche e sociali, ma la vicenda interiore del principe di Salina: il suo senso di debolezza e impotenza di fronte al reale, la percezione angosciosa di scivolare verso la morte, l’inutile aggrapparsi a una sensualità prepotente, che alimentano il pathos malinconico e il pessimismo nichilistico.
I simboli
Il contrasto generazionale tra antico e nuovo trova i suoi corrispondenti oltre che nei personaggi, anche nei simboli:
• La casa del nespolo: è l’abitazione della famiglia Toscano. Non solo l’idea di casa corrisponde a quella di famiglia, quindi unità e sicurezza, ma simboleggia l’eterno valore forte e immortale che accompagna tutta la storia; essa, infatti, è l’unica che resta veramente incolume dal principio alla fine del romanzo.
La Provvidenza, cioè la barca, è invece il simbolo del guadagno: il nome è significativamente legato ad un’ideale cristiano e, quindi, invita i proprietari a rendere grazie di ciò di cui dispongono, perché frutto di una volontà divina indiscutibile. Infatti nel momento in cui la barca sarà utilizzata per il commercio (termine che richiama il capitalismo, cioè il progresso e l’avidità di ricchezza) di lupini, sarà distrutta e con essa anche Bastianazzo, figlio di ‘Ntoni.
Un’ulteriore metafora significativa è la seguente citazione di padron ‘Ntoni:
“Per menare il remo bisogna che le cinque dita s’aiutino l’un l’altro. Gli uomini son fatti come le dita della mano: il dito grosso deve far da dito grosso, e il dito piccolo deve far da dito piccolo.”

• Il camerone, nella tenuta di don Cosmo a Valsanìa, è il “santuario della libertà” all’interno del quale è conservata tutta la tradizione, tutto il patrimonio che questa nuova Italia vuole distruggere, imponendo una nuova politica. All’ingresso vi è un leopardo imbalsamato, di vaga suggestione pre-gattopardesca, le gloriose medaglie d’argento e bronzo (che Mortara porterà al collo quando sarà ucciso e rappresentano l’identità reale) e la lettera di addio di Gerlando Laurentano incorniciata come un testamento e/o una testimonianza.
• Il gattopardo, nonché lo stemma araldico di casa Salina, rappresenta le peculiarità del tipico nobile pre-unitario: la virtù, la nobiltà, la suntuosità ma allo stesso tempo l’immobilismo statuario che lascia intravedere il disprezzo e la superficialità di una classe sociale in declino.
L’impianto e le tecniche narrativi
Le tre opere analizzate appartengono al genere del romanzo storico, sebbene I Malavoglia sia quello più incentrato su eventi sociali e poco cronologici. I vecchi e I giovani e Il Gattopardo hanno una componente che li differenzia rispetto al terzo romanzo, l’ironia: il motivo per cui non è presente in Verga è che essa implica un certo distacco dalla materia che si sta raccontando e, mentre Pirandello e Tomasi sono in grado di osservare criticamente la realtà perché essa non esiste, è un’illusione, Verga crede fortemente nel ruolo che ha il determinismo sociale. Pertanto lo scopo de I Malavoglia è intrinseco alla storia e non può prescindere da essa.
L’innovazione che accomuna tutti e tre riguarda la focalizzazione sui personaggi: Verga utilizza le tecniche di regressione, straniamento diretto e/o rovesciato e l’indiretto libero, secondo la teoria della “storia che si fa da sé”. Pirandello si cela dietro il personaggio di don Cosmo e non rifiuta di esprimere giudizi critici e di denuncia nei confronti di una società corrotta e arretrata ( “mangia il Governo, mangia la Provincia; mangia il Comune e il capo e il sottocapo e il direttore e l’ingegnere e il sorvegliante … che può avanzare per chi sta sotto terra e sotto di tutti e deve portar tutti sulle spalle e resta schiacciato? ) ; tuttavia si astiene dalla condanna esplicita dei personaggi, restando coerente con il suo ideale di relativismo, piuttosto fa in modo che siano gli stessi eventi a testimoniare le contraddizioni dell’uomo e delle sue azioni (alla stregue di Italo Svevo e le tecniche di ironia implicita e oggettiva.
Ne Il Gattopardo, invece, tutta la storia è raccontata dal punto di vista del principe di Salina, nella quale si immedesima l’autore.
A parte il discorso indiretto libero, genesi del monologo interiore, nonché tecnica narrativa che permette l’espressione del pensiero soggettivo, i tre romanzi sono accomunati dall’incipit in medias res, il quale risponde all’esigenza degli autori di coinvolgere il lettore e permetterne l’empatia con alcuni dei protagonisti, pur lasciando autentiche e realistiche le caratteristiche psicologiche.
Anche le coordinate spazio-temporali sono rilevanti all’interno dei romanzi: esse non rappresentano solo un contesto cronologico e orientativo, ma assumono una consistenza fondamentale per la comprensione delle storie. In altre parole: i luoghi sono anch’essi personaggi e dispongono di peculiarità deterministiche, nascondono significati nascosti nei loro simboli e conferiscono unicità agli eventi. Come scrive Giuseppe Tomasi, nella lettera inviata al barone Enrico Merlo di Tagliavia – concetto estendibile a tutti e tre i romanzi :

“Ogni cosa è reale: la statua, la matematica, la falsa violenza, lo scetticismo, la moglie, la madre, il rifiuto […]. La Sicilia è quella che è; del 1860, di prima e di sempre. Credo che il tutto non sia privo di una sua malinconica poeticità.”

STORIA, ECHI NEL TEMPO: DAL SUD POST-UNITARIO AI GIORNI NOSTRI
Una ricchezza inesauribile

Post-Unità
La Destra Storica (1871 – 1876):
• Economia liberista: il Sud non aveva mai sperimentato il capitalismo, né ci furono passaggi intermedi. Il mancato adempimento alle regioni meridionali portò un rallentamento in tutta la neonata Italia.
• Accentramento del potere politico = piemontizzazione: il provvedimento venne introdotto per alleggerire la burocrazia, dato che in tutta la penisola vi erano deformità legislative. La piemontizzazione estese non solo usi, costumi, strutture economiche e politiche, ma anche il debito pubblico (in seguito risanato grazie ai patrimoni del Sud).
• Riforme fiscali: imposte dirette (redditi agrari e tassazione sulla successione) e indirette (uso civico).
In seguito al governo della Destra Storica il Meridione sperimentò una dipendenza economica dal Nord, quindi dallo Stato Italiano, favorendo la diffusione del fenomeno brigantaggio, inizialmente nato in sostituzione ad un governo centrale; esso fu represso con la Legge Pica, legislazione eccezionale del 1863: fucilazione immediata per “quanti avessero opposto resistenza a mano armata e per il loro complici e sostenitori” (Salvatore Lupo).
La Sinistra Storica (1876 – 1896):
• Trasformismo: fu ideato da Depretis, il quale favorì l’apertura del governo ad una politica democratica e centrista, pur conservando la matrice liberale. I membri furono selezionati non solo tra la classe aristocratica ma anche e soprattutto tra il ceto medio borghese.
• Economia protezionista: si tentò di incrementare del prodotto made in Italy valorizzando le industrie settentrionali e trascurando l’agricoltura, cioè il Sud.
La Sinistra Storica e le sue manovre economiche favorirono la nascita del clientelismo e delle partecipazioni statali ante litteram: la politica era strettamente collegata all’economia e questo rapporto tra istituzioni differenti non incluse il Meridione, che, ancora una volta, venne sfruttato in favore del Nord. Non esiste ancora un’unità nazionale autentica.
* Ne I vecchi e I giovani di L. Pirandello è presente la figura di Crispi, dal 1887 impegnato nella lotta contro i Fasci Siciliani e lo scioglimento del Partito Socialista; per evitare ulteriori sommosse egli stesso emanò la “legge Crispi” riguardante un aumento del welfare.

Fascismo
Fase legalitaria (1925 – 1929):
• Protezionismo = “battaglia del grano”: così come durante la Sinistra Storica, si tentò di rendere l’Italia indipendente dalle importazioni, in particolare quelle che riguardavano la cerealicoltura. Sebbene sia stata una manovra strategica e ben riuscita, le industrie specializzate del Sud (olio, vino) subirono un declino.
Dallo sbarco in Sicilia degli alleati americani nel 1943:
• Armistizio di Cassibile (Siracusa): si tratta di un patto segreto stipulato tra il re Vittorio Emanuele, l’America e la mafia locale in seguito al quale il Sud venne liberato dalla dittatura fascista e uscì dalla guerra. Il patto venne firmato il 3 settembre, ma fu reso pubblico l’8 - “Strage di Cefalonia” gli ex alleati tedeschi, non appena venuti a conoscenza dell’armistizio, massacrarono gli italiani nelle basi militari condivise: “ […] certamente il re e i capi militari ne portano il peso maggiore. La loro viltà e la loro inettitudine sono costati all’Italia quasi quanto i delitti dei fascisti. ” (Giaime Pintor, l’ora del riscatto).
Nonostante la fuga del re fu un vero e proprio tradimento nei confronti dello Stato, il Sud simpatizzò sempre per la forma di governo monarchica anche durante il referendum del 2 giugno 1946. In questa parte d’Italia non ci fu l’influenza della Resistenza, quindi della repubblica; utilizzando termini gattopardeschi, il Sud preferiva “ un male noto ”.

L’età repubblicana
Durante la I Legislatura di De Gasperi (1948 – 1953):
• Riforma agraria (1950): ebbe esiti limitati, in quanto venne intesa come uno strumento per dare risposta alle più immediate esigenze contadine, bloccando le proteste, e non come un’occasione di rilancio dell’economia agraria italiana. Inoltre la Dc, artefice di questa riforma, si trovò stretta tra le pressioni delle forze di sinistra, che incalzavano il governo affinché attuasse un regolamento per i rapporti tra contadini e proprietari, e le forze liberali, che, in rappresentanza del ceto fondiario, si opponevano alle possibilità di cambiamento.
“ Accanto a poche famiglie che ricevettero terre e assistenza, il resto della popolazione vide aggravarsi le sue condizioni di miseria e di insicurezza, mentre molti fondi appartenenti a medi proprietari del ceto civile – altrettanto assenteisti quanto i grandi baroni – non vennero toccati dalle leggi di riforma. Ma, soprattutto, né la natura qualitativa e quantitativa dei poderi, né l’assistenza tecnica finanziaria furono sufficienti a porre le premesse per effettivi incrementi di produzione e un reale miglioramento del tenore di vita contadino.” (V. Castronovo, la riforma agraria).
• La cassa del Mezzogiorno (1950): si tratta di sovvenzionamenti per l’edilizia e le infrastrutture. Anche in questo caso gli esiti furono negativi perché gli aiuti economici furono gestiti dalla mafia e dal clientelismo elettorale della Dc. Si vennero a creare le cosiddette “cattedrali nel deserto”, cioè degli edifici industriali appartenenti a strutture economiche inadatte al meridione, a causa di un divario culturale sempre esistito e mai davvero superato.
La cassa del Mezzogiorno è stata sostituita dalla legge 448/1992 che differisce dalla precedente per la gestione della liquidità affidata alle banche e non più allo Stato.

FILOSOFIA, Cesare Lombroso
La fisionomia del brigante

Marco Ezechia Lombroso, è stato un medico, antropologo, criminologo e giurista italiano. Esponente del Positivismo, è stato uno dei pionieri degli studi sulla criminalità, e fondatore dell'antropologia criminale. Il suo lavoro è stato fortemente influenzato dalla fisiognomica, dal darwinismo sociale e dalla frenologia.
Le sue teorie si basavano sul concetto del criminale per nascita, secondo cui l'origine del comportamento criminale era insita nelle caratteristiche anatomiche del criminale, persona fisicamente differente dall'uomo normale in quanto dotata di anomalie ed atavismi, che ne determinavano il comportamento socialmente deviante. Di conseguenza, secondo lui l'inclinazione al crimine era una patologia ereditaria e l'unico approccio utile nei confronti del criminale era quello clinico-terapeutico. Solo nell'ultima parte della sua vita Lombroso prese in considerazione anche i fattori ambientali, educativi e sociali come concorrenti a quelli fisici nella determinazione del comportamento criminale.
Sebbene a Lombroso vada riconosciuto il merito di aver tentato un primo approccio sistematico allo studio della criminalità, tanto che ad alcune sue ricerche si ispirarono Sigmund Freud e Carl Gustav Jung per alcune teorie della psicoanalisi applicata alla società, molte delle sue teorie sono oggi destituite di ogni fondamento.
La scienza moderna ha infatti dimostrato che sia l'ambiente sia i geni influiscono sull'aspetto fisico, ma che quest'ultimo non influisce sul comportamento, determinato invece primariamente dalle esperienze cognitive dell'individuo. Pertanto, la dottrina lombrosiana è attualmente considerata pseudoscientifica.
Compiuti gli studi universitari a Pavia, Padova e Vienna, partecipò come medico militare alla campagna contro il brigantaggio successiva all'unificazione italiana.
Tuttavia, oltre all'interesse propriamente scientifico, il Lombroso ha sempre convissuto con la passione per la storia e soprattutto per lo storicismo, al punto da integrare queste due costanti dei suoi studi nello studio clinico dell'"intelligenza" a favore del quale spezzava una lancia allo scopo di approfondire la conoscenza della fisiologia del pensiero. Fulcro del metodo del Lombroso era la cosiddetta pura psicologia. Il Delitto Politico: esso era considerato dal Lombroso come una 'forza' all'interno del corso storico; quest'ultimo, come ogni evento in natura, segue una legge d'inerzia che tende a far persistere le cose nel modo in cui si trovano in un determinato momento: avviene un delitto politico quando a questo procedere naturale si oppongono altre forze dovute al dinamismo storico, che segnano un brusco cambiamento dal passato. Il delitto politico è un gesto che attenta alla compagine di regole stabilite, alle tradizioni storiche e sociali esistenti, urta bruscamente contro la legge d'inerzia e si opera sempre per ideali grandiosi contro un'istituzione che impedisce l'ulteriore progresso di un popolo.
Occorre però distinguere tra 'rivoluzione' e 'rivolta', in quanto la prima è espressione storica dell'evoluzione contro una causa di oppressione atroce, la seconda è l'opera di una minoranza che eccede al fine di imporre delle idee non volute dalla maggioranza. Il Lombroso considerava però che entrambe queste manifestazioni avessero una causa comune: i climi, le razze, le religioni, la miseria, potevano fornire talora i motivi di una rivoluzione, talaltra quelli di una rivolta.

IL PRIMO CASO – IL BRIGANTE GIUSEPPE VILELLA

Dopo il 1870, Lombroso si concentrò più propriamente sullo studio dell'antropologia, dei pazzi e dei criminali, giacché in questi gli sembrava di rinvenire maggiormente le stigmate del primitivismo. Il primo caso che si trovò ad esaminare fu quello del brigante Giuseppe Villella, settantenne. L'autopsia del Villella, probabilmente una di quelle che più s'impressero nella mente del Lombroso, evidenziò alla base del cranio la fusione congenita della parte corrispondente dell'occipite con l'atlante, ed altre caratteristiche anomale, quali ad esempio la mancanza della cresta occipitale interna, la deformazione della cresta mediana ed altre deformazioni delle ossa craniche, che spinsero il Lombroso a considerare che quelle peculiari caratteristiche ossee avessero avuto una certa qual influenza sull'attività del cervelletto; la probabilità dell'eziologia di queste anomalie poteva essere imputata ad un arresto allo stato fetale nello sviluppo del cervello, considerazione evidentemente embriogenetica che mise il Lombroso sulla strada che accostava l'analisi evoluzionistica alla medicina legale applicata alle patologie, attraverso un iniziale confronto con i primati.
Infatti il trovare negli uomini la fossetta occipitale mediana, di norma presente solo in primati e gorilla, suscitava l'ipotesi che fosse presente un nesso tra l'evoluzione naturale della specie ed i comportamenti del singolo all'interno del contesto sociale. Il problema che si presentò al Lombroso fu quindi quello di ridefinire alla luce di queste intuizioni e teorie il problema del delitto in termini di libero arbitrio e di responsabilità, ovvero di educazione, od addirittura di terapia. Le parole del Lombroso sono al riguardo vistosamente influenzate da un determinismo assoluto, derivante dal procedere delle indagini, preminentemente sperimentali, intrecciate con studi psichiatrici sia sulla pazzia sia sul cretinismo in genere, da cui prenderà corpo la "teoria dell'uomo delinquente".

LA TEORIA DELL’ATAVISMO
L'atavismo (dal latino atavus, che significa antenato) contrassegna una tendenza al ritorno alle caratteristiche presenti nell'antenato evolutivo di un individuo. L'atavismo, cioè, indica la ricomparsa, in un individuo, di un tratto che era scomparso molte generazioni prima. L'insieme dei caratteri atavici possono essere considerati come prove della storia evolutiva di un organismo che l'evoluzione ha poi cancellato o, in alcuni casi, riutilizzato.
Cesare Lombroso dissertò di questi atavismi, ma ne stravolse il senso, complice l'inesperienza dell'epoca: addusse che ad ogni minuto atavismo corrispondesse un equivalente caratteriale.

I caratteri atavici
Antropologicamente il delinquente appariva come un primitivo più prossimo ai primati infraumani, capace di compiere azioni un tempo ritenute oneste, ma considerate delitti dalla società contemporanea con la quale si trova a contatto. I caratteri che manifestano l'atavismo e la degenerazione sarebbero esplicitati fisicamente dalla presenza di caratteristiche quali le grandi mandibole, i canini forti, gli incisivi mediani molto sviluppati, gli zigomi sporgenti, le prominenti arcate sopraccigliari, l'apertura degli arti superiori di lunghezza superiore alla statura dell'individuo, i piedi prensili, la borsa guanciale, il naso schiacciato, il prognatismo ed altre anomalie fisiche e scheletriche nonché caratteri funzionali diversi da quelli dell'uomo evoluto; ad esempio una minore sensibilità al dolore, una più rapida guaribilità, maggiore accuratezza visiva e dicromatopsia ed anche tatuaggi ed accentuata pigrizia.
Nei cosiddetti "normali" non sarebbero riscontrabili cotante anomalie funzionali e costituzionali, come provato dalla comparazione tra 340 grandi criminali e 711 soldati. La convinzione del Lombroso era quella che finanche l'utilizzazione dei ritrovati della civiltà fosse per il delinquente mezzo di appagamento di istinti egoistici, antisociali ed impulsivi. Dal punto di vista strutturalistico l'analisi condotta comportava le conclusioni che, essendo considerato delitto presso i selvaggi ed i primitivi il gesto che infrange l'usanza, se nell'uso fossero passate azioni per noi criminose non vi potesse esser modo di qualificare come "delinquente" chi le commettesse, in quanto ormai parte dell'usanza della comunità.

ENGLAND: A REALISTIC VISION OF VICTORIAN SOCIETY
Charles Dickens and Hard Times

The Victorian compromise
It is a complex era because, on the one side, there was an increase of progress, stability and reforms in all over fields; on the other side this period was characterized by poverty, injustice and social unrest.
Queen Victoria governed from 1837 to 1901 and she gave monarchy a new image of duty; she contributed to increasing information and knowledge because it seems that solutions could be found to almost any problems: this gave rise to an optimistic belief in progress. The rest of Europe was experiencing revolutions and in England there was a serious discontent, but the government was able to avoid revolution by compromise: the reforms of this period appeased the middle class but the working class was still without a voice.
Some important reforms were:
• First Reform act – Second Reform act – Third Reform act (from 1832 to 1884) about vote and suffrage: these rights were granted to middle class, women and younger people (18 years old).
• The Factory act – The Ten Hours’ act – The Mines act – Trade Union act (from 1833 to 1871) about workers: the exploitation of children and women was prohibited, there was a reduction of work timeline and were legalized free associations of workers.
• People’s Charter – Anti Corn Laws – Public Health act (from 1838 to 1875) about society: vote by secret ballot, equal distribution of taxes, improvement of British farmer economy and welfare.
• Elementary Education act (1870) about education: it recognized the need for primary schooling; it is similar to Italian laws “Legge Casati” and “Legge Coppino”).
The Victorians were great moralisers, probably because they faced numerous problems, so they felt obliged to advocate certain values which offered solution or escapes. In an age which believed in progress, it seemed natural to believe that material progress would emerge from hard work and to insist on the sense of duty rather than on personal inclination. Diligence, good time-keeping and good behaviour were rewarded, normally by the gift of books.
The idea of respectability distinguished the middle class from the lower class: it was a mixture of both morality and hypocrisy, severity and conformity to social standards; it implied good manners, the ownership of a comfortable house, regular attendance at church and charitable activity. The respectability causes philanthropy: the exploitation of lower class by rich middle class who at the same time managed to help them. The other movement which had an important influence on social thinking was utilitarianism, that suited the interests of the middle class and contributed to the Victorian conviction that any problem could be overcome through reason.
In the middle phase of the Victorian Age, scientific discovery began to disturb the belief in a universe which was both stable and transparent to the intellect; with On the Origin of Species Charles Darwin presented his theory of natural selection and evolution according to two main principles: all living creatures have taken their forms through a slowly process of adaptation and favourable physical conditions determine the survival of the fittiest species. Darwin’s theory discarded the version of creation given by the bible and it was abused with Social Darwinism: economic competition was the same as natural selection, therefore the poor and oppressed did not deserve compassion. Moreover because the existence is a struggle of life, people started believing that lower class was genetically less evolved and had a natural vocation to criminality (as Cesare Lombroso would state).
Charles Dickens – Hard Times
During Victorian Age there was an increase of literacy due to schooling reforms, but also the circulating library that consented a cheap culture. For this reason the writers felt they had a moral responsibility to society. In fact the literary genre are focused on realistic and daily situations, negative conditions.
Dickens was interested in social problems (in fact his novels are considered novel of purpose), especially about exploitation of children and condition of poorer classes. The most part of his works draws inspiration from aspect of his difficult childhood (he was obliged to work in a factory since he was a child). Dickens, such as all Victorian novelists, felt they have a moral responsibility to fulfil: they aimed at reflecting the social changes that had been in progress for a long time, such as Industrial Revolution, the struggle for democracy and the growth of towns. He thought that literature is a vehicle to correct the vices and weaknesses of the age, so didacticism in one of the main features of his works; the voice of omniscient narrator provided a comment on the plot and established the difference between right and wrong. The setting chosen was the city, which was the main symbol of the industrial civilisation. Dickens arose two important development in writing: the former moved towards a deeper analysis of the character’s inner life; the latter was nearer to the European development of naturalism, an almost scientific look at human behaviours.
Hard Times focuses on the difference between the rich and poor, or factory owners and workers, who were forced to work long hours for low pay in dirty, loud and dangerous factories. As they lacked education and job skills, these workers had few options for improving their terrible living and working conditions. This novel uses its characters and stories to denounce the gap between the rich and the poor and to criticize the materialism of utilitarianism, which was the basic attitude to economics. Hard Times suggests that England was turning human beings into machines by avoiding the development of their emotions and imaginations.
This suggestion comes forth largely through the actions of Gradgrind (the teacher) who educates children in the ways of facts:
“ Now, what I want is, Facts. Teach these boys and girls nothing but Facts. Facts alone are wanted in life. You can only form the minds of reasoning animals upon Facts!”
He believes that human nature can be measured, quantified and governed by rational rules:
“The speakers, [...] swept with their eyes the inclined plane of little vessels arranged in order, ready to have imperial gallons of fact poured into them until they were full to the brim.”
Moreover it is important to analyze also the setting of the story: Coketown is an imaginary industrial town but it surely is the allegory of London. In fact Dickens portrays a picture very similar to the English capital at that time:
“It was a town of red brick, or of brick that would have been red if the smoke and ashes had allowed it; [...] it had a black canal in it, and a river that ran purple with ill-smelling dye, and vast piles of building full of windows where there was a rattling and a trembling all day long.”
The author describes very well the condition of the industrial town, that are also the correspondent in atmosphere and people:
“ Every day was the same as yesterday and tomorrow, and every year the counterpart of the last and the next. [...] You saw nothing in Coketown but what was severely workful. “
Dickens’s primary aim in Hard Times is to illustrate the dangers of allowing humans to become like machines, suggesting that without compassion and imagination, life would be unbearable:
“ Fact, fact, fact, everywhere in the material aspect of the town; fact, fact, fact, everywhere in the immaterial. [...] The relation between master and man were all fact. ”

STORIA DELL'ARTE, GIUSEPPE PELLIZZA DA VOLPEDO
Il Quarto Stato

Biografia e formazione artistica
Giuseppe Pellizza era nato a Volpedo in Lombardia il 28 luglio 1868 da una famiglia agiata, proprietaria di alcuni terreni situati nei pressi del paese. Già verso i 15 anni aveva preso lezioni di disegno da Giuseppe Puricelli e ben presto – visti i promettenti risultati - suo padre lo aveva iscritto all'Accademia di Brera. Qui si era dedicato soprattutto alla copia dal vero e alla realizzazione di ritratti e nature morte. Dal 1886 iniziò a prendere lezioni da Pio Sanquirico e da questi imparò lo studio dal vero su modelli viventi. Dopo essere entrato in contatto, alla mostra nazionale di Venezia del 1889, con le principali tecniche espressive delle varie scuole artistiche italiane, Pellizza decise di trasferirsi a Roma per frequentare l'Accademia di San Luca e – non soddisfatto dei corsi che seguiva – si spostò poi a Firenze. Molto Importante per la sua visione dell'arte fu la mostra universale di Parigi nel 1889, dove si era recato spinto dalla necessità di approfondire lo studio degli effetti di luce. Fu in questo periodo che decise di ritornare al suo paese natale e rimanere lontano dai circoli artistici delle grandi città. Il suo ritorno a Volpedo sancì nei fatti un rapporto stretto e indissolubile con gli uomini e con le atmosfere della sua terra.
La scelta del “divisionismo”
Le opere eseguite da Pellizza nel 1892 segnarono il passaggio dagli schizzi con scene di sciopero alle prime tele, con lo studio dell’inquadratura dell’area di Volpedo in cui ambientare la marcia di protesta dei lavoratori (la Piazza Malaspina, oggi Piazza Quarto Stato) e la messa a punto dell’articolarsi stesso di questa protesta sociale. In quell’epoca aveva preso corpo in lui l’idea di realizzare una grande tela, che propugnasse le sue idee sociali, con una tecnica pittorica che, nascendo da un serrato confronto con i grandi capolavori del 600, da Leonardo, a Raffaello, a Michelangelo, fosse in grado di dare dignità e forza all’opera e di innalzare a livello di protagonisti i lavoratori impegnati in una civile lotta per la conquista di un futuro più dignitoso. Il ricorso alla tecnica divisionista, avrebbe secondo lui dato più efficacia e credibilità a forme e gesti tipici delle abitudini popolari.
La tecnica innovativa del divisionismo, che nacque dall'esigenza di rappresentare il vero e gli effetti della luce, accostava i colori puri sulla scia di quanto era già stato elaborato dal puntinismo francese. Diffusosi in più parti d'Italia, ma con principale centro artistico a Milano, il movimento nacque ufficialmente nel 1891, proprio in seguito alla prima Triennale di Brera. Il divisionismo prese spunto dal Pointillisme (Puntinismo) francese. Quest'ultimo, derivato dalla corrente impressionista, accostava nella tela attraverso puntini e non pennellate, colori puri senza mischiarli. Tale tecnica consentiva di ottenere la massima luminosità accostando i colori complementari ma rivelava anche un interesse scientifico: in questo modo l'artista si prefiggeva di ottenere la scomposizione retinilica del colore, ovvero otteneva una scomposizione dei colori così come accade in natura. Sarebbe stata poi la retina dell'osservatore a ricomporre la tonalità. Nel divisionismo invece venne a mancare l'interesse scientifico rivolto al colore e alla percezione, e si trasformò questa tecnica in uno stile differente: i puntini diventarono filamenti frastagliati che invece di accostarsi spesso si sovrapponevano. In questo modo le superfici sembravano vibrare di luce. Anche le tematiche si differenziavano dalla corrente francese: sebbene in un primo periodo venissero anche da noi riproposti paesaggi e scenari all'aria aperta, questi lasciarono presto posto a problematiche sociali e vita quotidiana.
Per fare un'arte pura, un'arte che corrispondesse al cento per cento a se stesso, Pellizza divenne consapevole che l'artista non deve subire l'influenza degli altri artisti, ma deve invece isolarsi per concentrarsi sui valori essenziali. Maturò in lui la convinzione che per ritrarre la natura si debba vivere nella natura e non in città. Pellizza vedeva piena identità della vita e dell'arte e riteneva pertanto che l’artista dovesse vivere i soggetti dell'arte per essere capace di ritrarli adeguatamente.

L’evoluzione de Il Quarto Stato
Il primo maggio 1892, anno di fondazione del Partito Socialista Italiano, Giuseppe Pellizza da Volpedo scriveva nel suo diario:
“ La questione sociale s’impone; molti si son dedicati ad essa alacremente per risolverla. Anche l’arte non deve essere estranea a questo movimento verso una meta che è ancora incognita ma che pure si intuisce dover essere migliore a petto delle condizioni presenti ”
Dal 1891 Pellizza iniziò a lavorare sul suo quadro “sociale”, prima intitolato Ambasciatori della fame, poi Fiumana e Il cammino dei lavoratori e alla fine Il quarto stato, cambiando tanto il titolo quanto la tecnica e il colore. L'evoluzione dei quadri mostra bene le diverse influenze artistiche, dal divisionismo al simbolismo (corrente con la quale era entrato in contatto verso la metà degli anni novanta), che confluiscono in un'arte personale.
Ambasciatori della fame

Ambasciatori della fame (prima idea, 1891), olio su tavoletta, cm 25x37,2

Ambasciatori della fame (1892), olio su tela, cm 51,5x73
La prima bozza degli Ambasciatori della fame è dell'Aprile 1891. La scena è ambientata in piazza Malaspina a Volpedo. Nel bozzetto si vede già una composizione con tre figure centrali davanti ad un gruppo di manifestanti che seguono a debita distanza. La struttura del paesaggio e le figure si integrano distribuendosi per linee ortogonali. La prospettiva dall'alto attira lo sguardo dell’osservatore sui tre manifestanti in primo piano. I piani compositivi sono due, la piazza – per metà in ombra – e le mura della città con i contadini che seguono i tre lavoratori in testa al corteo. Il terzetto si pone a mezza strada fra chi guarda il quadro e la massa dei manifestanti. Poiché si tratta di un bozzetto, le figure non sono ben distinte. Non emergono, a parte per i tre soggetti che sopravanzano gli altri, né le loro fisionomie né il loro modo di vestire. I rappresentanti dei manifestanti, chiaramente vestiti dei loro abiti di lavoro, sono sicuramente persone determinate, non solo per il ruolo che si sono assunto (rappresentare anche gli altri lavoratori nelle richieste che avanzeranno al “padrone”) ma anche per l’aspetto fiero ed il cipiglio duro.
Fiumana

Ambasciatori della fame (1893-1894), carboncino e La Fiumana (bozzetto, 1895), olio su tela, cm 44,2x77,8
gessi su carta marroncino, cm 159,5x198

La Fiumana (1896), olio su tela, cm 255x438
Nel 1895 Pellizza riprende il lavoro sul soggetto, disegnando una nuova versione degli Ambasciatori della fame. Questa versione, un disegno carboncino e gesso su carta marroncino è la prima tappa verso Fiumana.
La Fiumana, eseguita quattro anni dopo i primi schizzi di Ambasciatori della fame, mostra un evidente cambiamento di tecnica pittorica, di struttura e di colore dovuto alla radicalizzazione delle convinzioni politico-filosofiche del pittore: il messaggio appare più incentrato sul significato universale del soggetto sociale, sull'universalità dei diritti umani.
La versione finale della Fiumana è preceduta da uno studio in olio. Il colore sembra di luce di temporale e la folla nello sfondo è appena abbozzata. La struttura dell'opera successiva è già definita nel bozzetto: il terzetto di due uomini e la donna con bimbo guidano la marcia della folla. Il numero dei manifestanti è aumentato; come anticipa il titolo è diventata una vera fiumana umana. L'ombra nel primo piano è stata eliminata: le tre figure centrali vengono più in avanti e sono meno visti dall'alto. La figura giovanile è stata sostituita da una figura di donna.
Fiumana è un quadro che rappresenti la l’umanità in marcia verso un futuro, su cui – ricalcando i temi del neonato Partito Socialista - la giustizia sociale risplenda come sole dell’avvenire. La giustizia per tutta l'umanità è la speranza e il motivo centrale della sua Fiumana. Pellizza è convinto, che si debba dare al soggetto una forte idea, che si debba dare alle masse una visione idealista e positiva dell'uomo, per condurre l'uomo ad un perfezionamento morale. È l'impegno umano che solleva la sua pittura, che egli chiama “pittura sociale”.
Il Quarto Stato

Il cammino dei lavoratori (1898), olio su tela, cm 66x116

Il quarto stato (1901), olio su tela, cm 293x595
L’artista intendeva probabilmente modificare i rapporti di luminosità fra le varie parti dell’opera e dare una maggiore impressione di dinamicità alla massa facendola avanzare a cuneo verso l’osservatore. Ma voleva aggiungere al suo lavoro un messaggio nuovo, più forte, un messaggio chiaramente politico; voleva esprimere una netta presa di posizione a fianco della classe operaia in uno dei momenti più difficili del nostro paese.
Il bozzetto fu avviato in scala più ridotta rispetto alla Fiumana. La composizione vi appare organizzata su tre piani. I gesti e i moti delle mani delle figure sono accentuati in modo da dare una maggiore espressività gestuale alle persone. I soggetti formano gruppi di due o tre persone, che discutono fra di loro. Le prime file dei lavoratori sono definite con più forza. Il colore è caldo e chiaro con una ricchezza di ocra-rosati, tipici della luce del sole di un giorno avanzato.
Ultimato il bozzetto, nello stesso anno Pellizza mise mano a quella che sarà la versione finale della sua opera sociale dandole come titolo Il cammino dei lavoratori. Questo titolo sarà poi da lui cambiato nel 1901 in Quarto stato. L’opera finale è di grandi dimensioni (543cmx285cm) per consentire di dare alle figure in primo piano proporzioni molto vicine al vero. Rispetto alla Fiumana, la rappresentazione della massa non è più indistinta, ma più chiara:
• Il paesaggio è stato completamente rivisto. Non più la montagna che si vede all’orizzonte nella Fiumana, ma uno sfondo non troppo dettagliato e chiaro per non disturbare l'attenzione dello spettatore. La natura è stata dipinta in una gamma di colore scuro e sfumato. Il cielo è un tramonto blu, rosa, e viola in lunghe e decorative strisciature. La natura sfumata-scura funziona come contrapposto alla piazza Malaspina illuminata dalla luce di mezzogiorno quasi a voler simboleggiare la classe operaia che, uscendo da condizioni scure e misere si avvia verso un futuro luminoso e felice.
• I due maschi del dipinto non cambiano molto nel loro atteggiamento in rispetto alle versioni precedente, però sono resi più netti e emblematici nella loro fermezza. La figura di centro si distingue della massa per il vivace colore rosso del panciotto. La donna sta un po' accanto e introduce lo spettatore con un gesto della sua mano di sinistra nel quadro, accompagnandolo con il suo visto verso gli ambasciatori. La folla alle spalle del terzetto è compatta, unitaria e continua. Occupa tutto lo spazio da un lato del quadro all'altro. Le figure laterali chiudono agli estremi la composizione.
• Come i tre personaggi principali non si collocano su un'unica linea ma hanno un'impostazione leggermente a cuneo, così anche i personaggi in secondo piano sono solo apparentemente disposti a schiera, perché in realtà, come è ben evidenziato anche dalle loro ombre, si distribuiscono secondo una linea ondulata ribadita da un analogo comporsi del movimento delle mani nonché dal ritmo e dalla direzione delle loro teste.
Il Quarto Stato è un'opera complessa, frutto di una tecnica cromatica matura ed efficace. Sulla grande tela, preparata a colla e gesso, Pellizza tracciò le linee di riferimento necessarie per costruire i numerosi personaggi su vari piani e la scena d'ambiente, utilizzando veline ricavate a penna sulla base di diversi cartoni a carboncino; intervenne poi col colore che usò puro, in una ricca gamma di toni e che applicò a punti e lineette secondo le leggi del divisionismo, per rendere non solo effetti convincenti di luce ma anche di ariosità e di massa sia nel paesaggio sia nelle figure. Nel piano d'appoggio dominano tonalità ocra e rosate, che trovano il loro punto di massima accensione nel gilet rosso del personaggio in primo piano; nelle figure gli abiti sono realizzati con colori verdastri e giallo sulfurei, ottenuti con una ripetuta sovrapposizione dei vari pigmenti colorati, studiati nelle loro interferenze e nei loro timbri sulla base di cerchi cromatici capaci di determinare particolari intensità di toni sfruttando le leggi del contrasto e della complementarità. Anche la dimensione e la direzione delle pennellate contribuiscono a costruire le forme in modo tale da garantire a esse volume pur senza accentuarne la pesantezza o la robustezza. Analoga sapienza denotano le macchie di vegetazione che mediano con il loro controluce e la ricchezza del fogliame tra la piena luminosità del primo piano e il corrusco tramonto di fondo.
Le sue caratteristiche di serena oggettività, ma anche di forza e di sicura determinazione, hanno contribuito a definire il valore simbolico dell'opera, adottata come manifesto dai lavoratori e dalle loro associazioni fin dall'inizio della sua storia espositiva, all'origine di una lunga serie di usi e di riprese soprattutto nella seconda metà del Novecento.

LETTERATURA LATINA, LA STORIOGRAFIA: ERUZIONE DEL VESUVIO, 79 d.C.
Quando il Sud diventa storia

La lettera di Plinio il Giovane
“ […]Il nono giorno (prima delle) Calende di Settembre, circa all'ora settima, mia madre gli fa notare che sta apparendo una nube sia di grandezza che di aspetto insoliti.[…] Una nube (era incerto, per coloro che guardavano da lontano, da quale monte; dopo si seppe che era stato il Vesuvio), si alzava la cui figura e forma nessun altro albero più del pino potrebbe rappresentare.[…] si dissolveva in larghezza; talvolta candida, talvolta sporca e macchiata. […]Già sulle navi cadeva cenere, più calda e più fitta quanto più vicino si accostavano; già anche pomici e pietre nere e bruciacchiate e spezzate dal fuoco.[…] Frattanto dal monte Vesuvio in più luoghi risplendevano vastissime fiamme e alti incendi, il cui bagliore e splendore era messo in evidenza dalle tenebre della notte.[…] Le case ondeggiavano per le frequenti e violente scosse e, quasi smosse dalle loro fondamenta, sembravano andarsene o ritornare ora qua ora là.”
(Epistulae, VI, 16)
L’eruzione del Vesuvio, avvenuta il 24 agosto del 79 d.C., fu una sciagura inimmaginabile per la popolazione e le città di Pompei ed Ercolano. Tra le numerose vittime è ricordato Plinio il Vecchio che, stando al contenuto della lettera, dapprima fu indotto ad osservare il fenomeno dalla sua curiosità di scienziato e poi, resosi conto del disastro che colpiva la zona circostante, cercò di portare soccorso alla popolazione con le navi, finendo col rimanere soffocato dalle esalazioni e dalla cenere.
Questi fatti furono descritti, su sollecitazione di Tacito che richiedeva informazioni sull’argomento, da Plinio il Giovane in questa lettera indirizzata all’amico storico, circa 27 anni dopo l’accaduto (intorno al 106 d.C.). A distanza di tempo, Plinio è portato a considerare la catastrofe vesuviana anche come un’ occasione offerta dal destino a Plinio il Vecchio per tener vivo il suo ricordo presso i posteri; grazie all’arte di Tacito, che nella sua opera storica racconterà l’evento, accogliendo come fonte la narrazione dell’epistola pliniana. Plinio il Giovane si trovò a essere testimone oculare di gran parte dei fatti narrati, di altri ebbe resoconti immediati; per questo la lettera, scritta con cura stilistica, ma anche con semplicità, costituisce un documento prezioso per la conoscenza di eventi e personaggi:
“ (Plinio il Vecchio) Sorreggendosi su due schiavi si alzò e subito cadde, come io immagino, essendosi per la caligine troppo pesante bloccato il respiro e chiusa la gola. […] Quando ritornò quel giorno il suo corpo fu ritrovato intatto, illeso e coperto come era stato vestito, la posizione del corpo era più simile a quella di uno che riposa che a quella di un morto. ”

Tacito e la storiografia
Considerato comunemente il più grande tra gli storici latini, Tacito accoglie e reinterpreta in modo originale e personalissimo risultati, metodi e schemi della tradizione storiografica antica, contribuendo alla ripresa del genere nell’età di Traiano e Adriano.
Nell’accingersi all’attività storiografica, Tacito si trovava di fronte ad una tradizione che aveva elaborato da tempo le regole e gli schemi del genere e che aveva già avuto rappresentanti illustri quali Sallustio e Livio. Ad essa fa esplicito riferimento accettandone le caratteristiche (impianto annalistico, drammatizzazione di personaggi o eventi, moralismo) ed i fondamentali principi di veridicità e imparzialità, che rivendica nei Proemi delle sue opere. La preoccupazione di indagare e ricostruire il vero sine ira et studio (Annales,I,1) è certamente autentica e seria è l’intenzione di esporlo obiettivamente. Tacito si dedicò infatti alla raccolta di informazioni e notizie, mettendo a confronto e utilizzando fonti non soltanto letterarie, ma anche documentarie (verbali di sedute del senato, raccolte di discorsi e lettere ufficiali di imperatori), cui aggiunse, per gli eventi più vicini nel tempo, le testimonianze di chi aveva assistito ai fatti (come testimonia Plinio il Giovane). Quanto alle proclamate obiettività e imparzialità, Tacito vi insiste particolarmente con formulazioni che sono diventate proverbiali:
“ E allora la verità fu offesa in vari modi: prima di tutto per ignoranza degli avvenimenti politici, divenuti ormai estranei, e poi anche per il desiderio smodato di adulazione o per odio verso il padrone. Così né gli uni, né gli altri ebbero alcuna preoccupazione per la posterità, ostili com’erano o servi. Ma l’adulazione facilmente ripugna in uno scrittore, mentre il livore e l’avversione trovano sempre orecchie favorevoli, perché la taccia disonorevole di servilismo è insita nell’adulazione, mentre la malignità ha un falso aspetto di libertà. ” (Historiae, I, 1).
Lo storico attua tuttavia tale proposito in un modo peculiare, che costituisce uno dei caratteri più originali della sua arte. Egli presenta infatti frequentemente più interpretazioni di un fatto, senza prendere apertamente posizione a favore dell’una o dell’altra; la stessa tendenza lo porta a citare spesso rumores (“dicerie”, “voci”), che egli inserisce con incredulità e scetticismo, in quanto provenienti per lo più dagli strati più bassi della popolazione. Lo scrupolo di registrare tutte le versioni finisce tuttavia per tradursi in un racconto ambiguo, spesso anche tendenzioso, per il rilievo conferito a determinati elementi a scapito di altri: così un racconto, pur senza un’alterazione dei fatti, orienta implicitamente l’interpretazione in una determinata direzione.
Avvalendosi inoltre del diritto-dovere rivendicato dagli storici antichi di valutare gli eventi, Tacito formula severi giudizi di condanna sui difetti, i vizi e le debolezze dei personaggi, cui non sfugge quasi nessuno. Emerge dalle opere una concezione profondamente pessimistica della natura umana, una tendenza a scorgere o sospettare di ogni atto le motivazioni meno nobili, ad accreditare o a suggerire, tra molte, quasi sempre l’interpretazione più sfavorevole.
Tacito seppe approfondire, come nessuno dei suoi predecessori aveva fatto, i meccanismi della politica; lasciò infatti una lettura assai acuta del nodo insanabile tra tirannia e libertà. Con i suoi occhi l’Europa moderna avrebbe analizzato le monarchie assolute e il suo nome sarebbe stato usato prima per sostenere le idee di Machiavelli sulla ragion di Stato, poi, all’opposto, come sinonimo di libertà. Si tratta, quindi, del cosiddetto tacitismo, che si sviluppa a partire dal Cinquecento, il secolo dell’assolutismo monarchico: esso nasce dall’esigenza di superare i contrasti tra precetti morali e manovre politiche; Tacito, soprattutto negli Annales, ha descritto con impietosa lucidità l’assoluta spregiudicatezza morale di cortigiani e imperatori che utilizzavano metodi perfidi e crudeli per raggiungere il potere. Accanto al comune biasimo moralistico verso lo storico latino per la materia scellerata del suo racconto e i pessimi esempi che esso propone, non manca la consapevolezza dell’insegnamento che se ne può trarre.
“ il modo più semplice di scegliere tra bene e male è quello di pensare a ciò che avresti desiderato o no sotto un altro principe. Perché da noi non accade come fra i popoli sottomessi ad un re, dove una determinata famiglia è di padroni e gli altri sono degli schiavi. Tu dovrai comandare uomini che non possono tollerare né una schiavitù totale, né una libertà assoluta. ” (Historiae, I, 16)

Tuttavia, sebbene la descrizione della politica rappresenti il trionfo del più astuto e del più forte, Tacito non propone un modello di rivoluzione (come invece accadde negli anni a venire), bensì una semplice constatazione di fatti con lo scopo di esplicitare, per la prima volta, che la causa della decadenza sociale non dipendeva soltanto da una degenerazione morale, ma anche e soprattutto da contraddizioni politiche. Non vi è dunque nostalgia, ma consapevolezza di non poter tornare indietro e rassegnazione.
“ Il mio è un campo limitato, faticoso e senza gloria:una pace immutabile o appena turbata. […] Mentre questo succedersi di ordini crudeli, denunzie continue, amicizie mentoniere, innocenti tratti alla rovina sempre delle medesime cause, non offre a me altra possibilità che a quella di un’esposizione monotona e tediosa. ” (Annales, IV, 32 – 33)

Registrati via email
In evidenza