Crisi - Tesina

Tesina maturità liceo linguistico sulla crisi. Argomenti tesina maturità: la lanterninosofia di Pirandello, la teoria della relatività di Einstein, Les demoiselles d'Avignon di Picasso.

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  • 08-07-2013
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Introduzione Crisi - Tesina

L'etimologia della parola crisi deriva senza dubbio dal verbo greco “krino” che significa separare, cernere (in senso più lato), discernere, giudicare, valutare. Nell'uso comune ha assunto un'accezione negativa in quanto vuole significare un peggioramento di una situazione. Se invece riflettiamo sulla sua etimologia, possiamo cogliere anche una sfumatura positiva, in quanto un momento di crisi, cioè di riflessione, di valutazione, di discernimento, può trasformarsi nel presupposto necessario per un miglioramento, per una rinascita, per un rifiorire prossimo.
È proprio su questo presupposto che intendo fondare la mia tesina: ribaltare l’accezione negativa della parola crisi, in modo tale che venga intesa come un periodo di transizione durante il quale vengano a delinearsi le basi di una futura rinascita. Non a caso è proprio durante i periodi più concitati della storia che il genio degli artisti ha saputo raggiungere vette altissime; ma prima di poter giungere alle conclusioni è bene definire i motivi stessi che comunque inducono a parlare di crisi. E’ ormai indiscutibile che il mondo in cui viviamo stia attraversando una fase negativa e come sottolineano spesso i media o i vari analisti e pensatori, essa riguarda vari aspetti della vita. Si parla di crisi economica, ambientale, energetica, socio-culturale etc. Ma analizzando la situazione con più attenzione, si può individuare un denominatore comune, un fattore che si situa per così dire alla fonte, per cui tutte le altre discendono a cascata dalla vera e unica crisi: la crisi dei valori. Questa indica la perdita, da parte dell’essere umano, del contatto con se stesso e con ciò che essenzialmente lo caratterizza in quanto tale. Scomodando il Rousseau de “Il discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra i popoli”, nella sua natura l’essere umano ha qualità positive, buone, legate alla ricerca di armonia con gli altri e con l’ambiente. Possiede, cioè, una sorta di etica interiore innata e universale, che non risente delle specifiche tendenze socio-culturali del proprio luogo di nascita ma che, invece, è facilmente distorta quando un ambiente non in sintonia con tale etica ne frustra la libera espressione e il libero sviluppo verso l’autorealizzazione, costringendolo a venir meno a quei precetti morali che erano stati la base della sua felicità. Siamo dentro a questa crisi, la viviamo e la subiamo. Il dilagare di episodi raccapriccianti, il verificarsi di situazioni contrarie alla morale e alla natura stessa dell'uomo, sono cronaca di tutti i giorni e noi, nostro malgrado, abbiamo imparato a conviverci. Sembrano essere scomparsi quei "freni comportamentali" che rendevano l’individuo capace di emarginare il "male", privilegiando etica, rispetto, educazione e buon senso.
A mio avviso, per meglio comprendere cosa sia veramente la crisi e che conseguenze possa portare a livello sociale e delle principale attività umane, è necessario fare un passo indietro e delineare un percorso cronologico di alcune tappe che ritengo essenziali. Da che l’uomo ha fatto la sua comparsa sulla terra si è parlato di crisi, sembra quasi essere una condizione necessaria dell’uomo, come se non potesse vivere senza preoccupazioni di sorta. Tra i romani fu eclatante il caso di Nerone: bello, intelligente, un uomo che dalla vita poteva avere tutto ciò che desiderava, ma che non si accontentava mai, la cui avidità, d’un tratto, venne superata solo dalla sua pazzia. Petronio Arbitrer, noto intellettuale della sua corte, seppe riprodurre con grande abilità il periodo di decadenza che caratterizzò la Roma del I secolo d.C., dovuto alla perdita di armonia tra i vari reparti della politica e al dispotismo dell’imperatore in conflitto con gli esponenti della filosofia stoica, che condusse ad un tracollo culturale senza precedenti. Dalla lettura del “Satyricon” non ci perviene, però, alcuna soluzione alla crisi, la quale invece è un’osservazione dissociata di una realtà che sembra regredire, piuttosto che evolvere.
Continuando a percorrere gli intricati sentieri della storia, vorrei porre l’accento nella mia tesina di maturità su un periodo in particolare, quello che lo storico Eric J. Hobsbawm ha definito con l’espressione “Il secolo breve”, ovvero il XX secolo -un salto temporale di notevoli dimensioni-. In relazione a quanto successo prima, l’analisi di un periodo storico così vicino ai nostri giorni (almeno più di quanto lo è l’età imperiale romana), ci permette di muovere considerazioni innanzitutto attuali e, in secondo luogo, ci permette di avere un quadro sufficientemente dettagliato dei caratteri generali della crisi. Gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento furono caratterizzati dall’espansione di un movimento che investì tutti gli ambiti della cultura e non solo: il Positivismo. Già dal nome lascia pensare ad un’idea di ottimismo diffuso; era proprio così, l’Europa di quel periodo viveva nel lusso di potersi permettere un unico punto di vista stabile sul mondo, quello della scienza, per cui niente poteva porre fine ad un momento tanto produttivo, ma gli uomini si sbagliavano. Ben presto la scienza si rivelò un’arma a doppio taglio: il progresso tecnologico applicato alle armi definì un potenziale distruttivo senza precedenti che trovò concreta manifestazione allo scoppio della Prima Guerra mondiale. I presupposti del conflitto sono da ricondurre proprio ad una crisi che è stata prima di tutto crisi dell’idea di nazionalismo, per cui dal modello ottocentesco, fondato sull’idea di nazioni sorelle, solidali una nei confronti dell’altra, si è passati a Stati in lotta per la supremazia. Ciò ha condotto successivamente ad una crisi di valori: infatti, se la scienza, che era stato fino ad allora fonte di felicità e ricchezza, poteva a sua volta dare origine a tanta violenza, allora non si era più certi di nulla, nemmeno di se stessi. Questa teoria trova la vita nella mente di un uomo che ha fatto esperienza del clima teso che si respirava durante la grande guerra, Luigi Pirandello. Egli portò a termine quella crisi di valori, iniziata non molto tempo prima, attraverso la “frantumazione dell’io”, ovvero, come viene a mancare un punto di vista che sia stabile e unico relativamente alla realtà, così crolla anche qualsiasi certezza riguardo se stessi.
L’uomo pirandelliano vive grazie a un numero infinito di maschere che la società continuamente gli attribuisce, e alle quali alla fine si convince di appartenere (è la maschera infatti che si fa indossare e non l’uomo che sceglie di farlo), benché siano nient’altro che costruzioni fittizie. Secondo un punto d vista tipicamente novecentesco, Pirandello vede le certezze soggettive e non oggettive, le paragona a tanti lanternini, che alla prima folata di vento si spengono, lasciando l’uomo in balia delle sue incertezze. La Terra è immersa in una coltre scura, che sembra inespugnabile, è arida, privata delle sue origini spirituali dall’orrore della guerra, è diventata il soggetto dell’opera di Thomas Stearns Eliot : “The Waste Land”, ovvero “La terra desolata”, dove con grande amarezza ci si rivolge ad un passato mitico, fatto di eroi. Potremmo paragonare il carattere frammentario di “The Waste Land” , volto a sottolineare le incertezze che regolano il mondo, alle opere dei cubisti, prime tra tutte quelle di Pablo Picasso, nelle quali però comincia a delinearsi il germe della rinascita, dove il moltiplicarsi delle prospettive non assume un’eccezione puramente negativa, dove non esiste solo il bianco o il nero, ma a seconda di come si osserva la realtà varie sfumature di grigio si sommano nei modi più vari.
Ecco però che il mondo crolla di nuovo nel baratro della desolazione; il secondo conflitto mondiale lascerà sul campo sessanta milioni di vittime, causate dalla follia dell’uomo, che, come ripeto, sembra avere perso la capacità di esorcizzare “il male”. Con ciò mi riferisco ai campi di concentramento, alla bomba nucleare e a tutte le atrocità che si affacciarono per la prima volta nella scena mondiale proprio in questo periodo. Era dunque arrivato il momento di arrendersi? Molti la pensarono a questo modo, ma smettere di lottare per ciò che di giusto c’è nel mondo significa soccombere alla crisi e non rinascere più forti da quest’ultima.
Questo concetto lo capirono bene gli esponenti dell’Esistenzialismo francese, primo tra tutti Jean-Paul Sartre. Egli sentiva il bisogno di dover rifondare la solidarietà umana a partire da un intervento attivo in ogni campo: dalla cultura, alla politica, alla società. Certo è che l’Esistenzialismo di Sartre ancora risentiva delle influenze della crisi del Positivismo, relativamente alla moltiplicazione dei punti di vista sulla realtà (il cubismo in questo senso ha rappresentato un’eccezione alla regola). Solo Albert Einstein fu in grado di raccordare e pacificare elementi tra sé discordanti. La sua “Teoria della relatività”, non solo in ambito scientifico, bensì in ambito più genericamente culturale, ha giustificato il soggettivismo, ora non più fonte di disorientamento, bensì criterio stabile di comprensione del reale.
Per meglio intendere questo passaggio essenziale che risolve l’idea di crisi da negativo in positivo, nella tesina faccio riferimento ad uno dei più noti sociologi dell’età contemporanea, Max Weber, il quale ha saputo ben intendere le cause della crisi che affliggeva il suo tempo (ha vissuto a pieno il primo conflitto mondiale), proponendo una soluzione per potervi sfuggire. Il cuore della sua riflessione verte sulla natura del Capitalismo, sostenendo essere quest’ultimo un risultato inaspettato dell’etica economica delle religioni ascetiche seicentesche, in particolar modo del Calvinismo. Esso infatti riconosceva nel successo economico il segno evidente della grazia divina, facendo sì che l’uomo si applicasse con grande zelo morale nel lavoro. Ad esso, però, Weber affianca un processo tipicamente occidentale di razionalizzazione del mondo, o come lo stesso lo definisce di “disincanto”, per cui di volta in volta si emancipano le principali attività umane (politica, economia, ecc) dall’influenza della religione; oramai l’unico fine per cui si lavora è il lavoro stesso. La forza corrosiva della ragione, che durante l’Illuminismo aveva liberato l’uomo da dogmi metafisici, rendendo il mondo teatro della propria azione, lo aveva di nuovo sottoposto al giogo di altre divinità di natura materiale, primo tra tutte il denaro. La tanto osannata razionalità ha fatto sì che l’uomo fosse costretto a vivere all’interno di una “gabbia d’acciaio”, senza avere la benché minima possibilità di uscirne, alla stregua dell’uomo nicciano che, presa coscienza dell’annuncio della morte di Dio, non può far altro che attenderla. Quest’attesa, però, si risolve in chiave positiva qualora l’individuo, responsabile della propria azione nel mondo, non agisce come un automa, ma fonda nuovamente i propri valori per mezzo di un atto di eroismo individuale, ovvero si adatta a vivere nella gabbia. Benché comunque la teoria weberiana fornisca una soluzione alla crisi e permetta all’individuo di migliorarsi, non credo che l’azione isolata del singolo possa condurre al progresso collettivo e per questo ritengo necessario scomodare la teoria dell’ “agire comunicativo” di Jürgen Habermas , uno dei più importanti tra i filosofi viventi.
È la natura propria dell’etica, ovvero la natura discorsiva, che permette ad Habermas si superare il limite imposto da Weber con il concetto di “gabbia d’acciaio” così da dar vita ad una nuova comunità fondata su valori frutto del consenso comune, per cui la necessaria pariteticità degli interlocutori elimina qualsiasi forma di disparità sociale.
Ciò che risulta dunque evidente è la mancanza di una società alternativa a quella attuale, che ponga l’uomo e la sua dignità al centro, e in cui il lavoro non sia mercificato ma considerato per il suo essere momento di valorizzazione dell’uomo e dei suoi talenti. A questo scopo, è di cruciale importanza il recupero di un ruolo forte da parte degli stati e della politica, che devono essere capaci di riscrivere le regole del nostro stare insieme anche andando contro i forti interessi economici precostituiti, così come è essenziale ridare peso alla cultura e alla conoscenza in quanto beni collettivi.
Riappropriandosi dei valori essenziali, delle radici profonde dell’essere umano in quanto tale, come ad esempio la fiducia e la gioia per la vita, la condivisione, la celebrazione, il senso di responsabilità per sé e per gli altri, la consapevolezza di abitare sotto uno stesso cielo, la società odierna avrà linfa vitale per crescere e portare frutti buoni nei vari rami che la compongono, dall’economia alla formazione, dalla sanità all’ambiente e così via.
Quella crisi che inizialmente non dava speranze, è divenuta infine un trampolino di lancio per un miglioramento della società in tutti i campi che la compongono.


Collegamenti
Crisi - Tesina

Italiano - La lanterninosofia di Pirandello.
Storia - La crisi del Positivismo e le cause dello scoppio della Prima Guerra mondiale.
Latino - Il Satyricon di Petronio.
Filosofia - Max Weber e Jurgen Habermass.
Storia dell'arte - Il cubismo e "Les Damoiselles d'Avignon" (Picasso).
Inglese - "The Waste Land", T. S. Eliot.
Francese - "Huis Clos" J.P. Sartre.
Tedesco - Analisi del testo "la sociologia della religione" (Max Weber).
Fisica e Matemetica - La teoria della relatività di Albert Einstein e lo studio dei limiti.
Biologia e Religione - Le cellule staminali e il motivo bioetico.
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