Daniele di Daniele
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Multa sunt quae esse concedimus; qualia sunt? Ignoramus. Habere nos animum, cuius imperio et impellimur et revocamur, omnes fatebuntur; quid tamen sit animus ille rector dominusque nostri, non magis tibi quisquam expediet quam ubi sit. Alius illum dicet spiritum esse, alius concentum quendam, alius vim divinam et dei partem, alius tenuissimum animae, alius incorporalem potentiam; non deerit qui sanguinem dicat, qui calorem. Adeo animo non potest liquere de ceteris rebus ut adhuc ipse se quaerat.
Quid ergo miramur cometas, tam rarum mundi spectaculum, nondum teneri legibus certis nec initia illorum finesque notescere, quorum ex ingentibus intervallis recursus est? Nondum sunt anni mille quingenti ex quo Graecia stellis numeros et nomina fecit, multaeque hodie sunt gentes quae facie tantum noverunt caelum, quae nondum sciunt cur luna deficiat, quare obumbretur. Haec apud nos quoque nuper ratio ad certum perduxit. Veniet tempus quo ista quae nunc latent in lucem dies extrahat et longioris aevi diligentia. Ad inquisitionem tantorum aetas una non sufficit, ut tota caelo vacet; quid quod tam paucos annos inter studia ac vitia non aequa portione dividimus? Itaque per successiones ista longas explicabuntur. Veniet tempus quo posteri nostri tam aperta nos nescisse mirentur.



Molte sono le cose di cui ammettiamo l’esistenza. Ma di quale natura siano, non lo sappiamo. Che siamo dotati dello spirito, i cui comandi ora ci stimolano, ora ci trattengono dall’agire, tutti lo ammetteranno, ma che cosa sia quello spirito, nostra guida suprema, è un problema che nessuno sarà in grado di spiegarti, quanto quello della sua sede. L’uno dirà che è la forza vitale; l’altro, una sorta di armonia; l’altro, divina energia e parte della divinità; l’altro, la parte più pura del soffio vitale; l’altro, una potenza incorporea; e non mancherà chi lo identifichi con il sangue, o con il calore. A tal punto il nostro spirito non può avere certezze sulle altre cose, che ricerca ancora se stesso.
E allora perché ci stupiamo che le comete, uno spettacolo cosmico così raro, non siano ancora spiegate sulla base di leggi precise, e che non si conosca l’inizio e la fine di quei fenomeni che ricorrono a notevoli intervalli di tempo? Non sono ancora mille e cinquecento anni da quando la Grecia «diede un numero e un nome alle stelle» e ancor oggi ci sono molti popoli che conoscono il cielo solo nella sua parte visibile, e che ancora non sanno perché la Luna si eclissi, perché si oscuri. Questi fenomeni hanno trovato una spiegazione razionale anche presso di noi solo in tempi recenti.
Verrà un giorno in cui ciò che ora sfugge sarà portato alla luce dal tempo e dalla ricerca di parecchie generazioni. Per l’indagine su fenomeni così grandi non basta una sola vita, anche ammesso che la si dedichi tutta allo studio del cielo; che dire poi del fatto che questi pochi anni li dividiamo, non equamente, fra le attività intellettuali e le nostre debolezze? Perciò codesti fenomeni saranno spiegati nel lungo scorrere degli anni. Verrà un giorno in cui i nostri discendenti si stupiranno che noi ignorassimo cose tanto evidenti. [fonte: la stampa.it]

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