Daniele di Daniele
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Quodsi liber populus deliget quibus se committat, deligetque si modo salvus esse vult optimum quemque, certe in optimorum conciliis posita est civitatium salus, praesertim cum hoc natura tulerit, non solum ut summi virtute et animo praeesse inbecillioribus, sed ut hi etiam parere summis velint. Verum hunc optimum statum pravis hominum opinionibus eversum esse dicunt, qui ignoratione virtutis, quae cum in paucis est tum a paucis iudicatur et cernitur, opulentos homines et copiosos, tum genere nobili natos esse optimos putant. Hoc errore vulgi cum rem publicam opes paucorum, non virtutes tenere coeperunt, nomen illi principes optimatium mordicus tenent, re autem carent eo nomine. Nam divitiae, nomen, opes vacuae consilio et vivendi atque aliis imperandi modo dedecoris plenae sunt et insolentis superbiae, nec ulla deformior species est civitatis quam illa in qua opulentissimi optimi putantur. Virtute vero gubernante rem publicam, quid potest esse praeclarius? Cum is qui imperat aliis servit ipse nulli cupiditati, cum quas ad res civis instituit et vocat, eas omnis complexus est ipse, nec leges inponit populo quibus ipse non pareat, sed suam vitam ut legem praefert suis civibus.


Un popolo libero sceglierà coloro cui intenda affidarsi e, se ci tiene davvero alla propria salvezza, sceglierà i migliori. Poiché non c'é dubbio che la salvezza dei popoli sia riposta tutta nel senno dei cittadini migliori, e questo. sopratutto, perché la natura ha voluto che non solo i più dotati di virtù e di coraggio guidassero i deboli ma che questi, alla lor volta, amassero obbedire a quei sommi. Si vuole che questa ottima forma di governo sia rovinata dalle aberrazioni del giudizio popolare che, non riconoscendo la virtù vera, che é tanto rara in realtà quanto difficile ad esser riconosciuta, considera il primo ricco spendaccione che capiti, o il primo nobile che abbia a portata di mano, come il migliore degli uomini.
E - a quando quest'errore del volgo ha fatto sì che la repubblica fosse dominata non dalle virtù ma dalle ricchezze dei pochi, quei dominatori tengono assai forte al loro nome di ottimati pur senza avere nulla di ottimo. Le ricchezze infatti, il nome e la potenza, privi di quella esperienza ch'é la miglior maestra della vita e dell'arte di comandare agli altri, non son più che cose piene di turpitudini e d'insolente superbia; né c'é forma di governo più brutto di quello in cui i più ricchi paesano per migliori. E che ci potrebb'essere, invece, di più illustre di uno Stato governato dalla virtù, in cui, cioé, quello che comanda agli altri non é servo egli stesso d'alcuna passione, ed ha per il primo fatto le cose cui invita ed esorta i cittadini, e non impone al popolo leggi cui egli stesso non ubbidisca; ma propone come legge la propria vita ai concittadini. [trad. E. Giovanetti]

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