Daniele di Daniele
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Bona condicione geniti sumus, si eam non deseruerimus. Id egit rerum natura ut ad bene vivendum non magno apparatu opus esset: unusquisque facere se beatum potest. Leve momentum in adventiciis rebus est et quod in neutram partem magnas vires habeat: nec secunda sapientem evehunt nec adversa demittunt; laboravit enim semper ut in se plurimum poneret, ut a se omne gaudium peteret. Quid ergo? Sapientem esse me dico? Minime; nam id quidem si profiteri possem, non tantum negarem miserum esse me, sed omnium fortunatissimum et in vicinum deo perductum praedicarem: nunc, quod satis est ad omnis miserias leniendas, sapientibus me viris dedi et nondum in auxilium mei validus in aliena castra confugi, eorum scilicet qui facile se ac suos tuentur. Illi me iusserunt stare adsidue velut in praesidio positum et omnis conatus fortunae, omnis impetus prospicere multo ante quam incurrant. Illis gravis est quibus repentina est: facile eam sustinet qui semper expectat. Nam et hostium adventus eos prosternit quos inopinantis occupavit: at qui futuro se bello ante bellum paraverunt, compositi et aptati primum qui tumultuosissimus est ictum facile excipiunt. Numquam ego fortunae credidi, etiam cum videretur pacem agere; omnia illa quae in me indulgentissime conferebat, pecuniam honores gratiam, eo loco posui unde posset sine motu meo repetere. Intervallum inter illa et me magnum habui; itaque abstulit illa, non avulsit. Neminem adversa fortuna comminuit nisi quem secunda decepit.


Secondo un buon patto noi siamo stati generati, se non lo abbandoneremo. La natura ha agito in modo che per vivere bene non ci fosse bisogno di un grosso apparato; ognuno è in grado di rendersi felice. Lieve importanza c'è nelle cose che ci vengono dall'esterno e tale da non possedere grande forza in nessuna delle due direzioni: né la buona sorte porta in alto il saggio né quella contraria lo abbatte; si è infatti sempre sforzato di porre il più in sé, a sé di chiedere ogni gioia. E che dunque? di essere saggio io dico? Niente affatto: se fossi in grado di fare questa dichiarazione, non solo direi infatti di non essere infelice, ma affermerei, vantandomene, di essere il più fortunato di tutti e di essere stato condotto proprio nelle vicinanze della divinità. Per ora (cosa che è sufficiente a lenire tutte le afflizioni) mi consegnai ai saggi, e non ancora tanto forte da aiutare me stesso, mi rifugiai in accampamenti altrui, e precisamente di coloro che con facilità difendono sé stessi ed i propri seguaci. Quelli mi comandarono di starmene ininterrottamente all'erta, come posto a guardia, ed ogni tentativo della fortuna, ogni suo attacco adocchiarlo, molto prima che si faccia incontro. Pesante è per coloro cui è improvvisa; la sopporta con facilità, chi sempre se l'aspetta. Infatti, anche l'attacco nemico abbatte coloro che ha prevenuto senza che se lo aspettassero; ma coloro che ad una guerra futura, prima della guerra stessa, si sono preparati, ben ordinati ed in pieno assetto sostengono con facilità il primo attacco, che provoca la confusione maggiore. Mai io ho confidato nella fortuna, anche quando sembrava starsene in pace: tutte quelle cose che in me riuniva con grandissima condiscendenza, denaro, cariche, influenza politica, le ho poste là da dove le fosse possibile riprendersele senza provocarmi scompiglio. Un grosso intervallo ho stabilito fra quei doni e me: pertanto, se li è portati via, non li ha strappati a forza. Nessuno, se non chi ha ingannato quando era favorevole, ha rovinato la fortuna contraria. [trad. G. Viansino]

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