Daniele di Daniele
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Pugna tecum ipse, si vis vincere iram, non potest te illa. Incipis vincere, si absconditur, si illi exitus non datur. Signa eius obruamus et illam quantum fieri potest occultam secretamque teneamus. Cum magna id nostra molestia fiet, cupit enim exilire et incendere oculos et mutare faciem, sed si eminere illi extra nos licuit, supra nos est. In imo pectoris secessu recondatur, feraturque, non ferat. Immo in contrarium omnia eius indicia flectamus: vultus remittatur, vox lenior sit, gradus lentior; paulatim cum exterioribus interiora formantur. In Socrate irae signum erat vocem summittere, loqui parcius; apparebat tunc illum sibi obstare. Deprendebatur itaque a familiaribus et coarguebatur, nec erat illi exprobratio latitantis irae ingrata. Quidni gauderet quod iram suam multi intellegerent, nemo sentiret? Sensissent autem, nisi ius amicis obiurgandi se dedisset, sicut ipse sibi in amicos sumpserat. Quanto magis hoc nobis faciendum est! Rogemus amicissimum quemque ut tunc maxime libertate adversus nos utatur cum minime illam pati poterimus, nec adsentiatur irae nostrae; contra potens malum et apud nos gratiosum, dum consipimus, dum nostri sumus, advocemus.


Combatti con te stesso, se non sei in grado di vincere l'ira. cominci a vincerla, se resta nascosta, se l'uscita non le è data: i suoi segnali schiacciamoli, e quella, per quanto è possibile, tratteniamola nascosta e appartata. Con grande nostro disturbo ciò avverrà: desidera infatti balzare fuori ed accendere gli occhi e cambiare la faccia, ma se le è stato possibile sporgere fuori di noi, è sopra di noi; nel profondo recesso del petto la si nasconda, e sia essa portata, non porti. Anzi, volgiamo al contrario tutti i suoi indizi: il volto sia spianato, la voce sia più leggera, il passo più lento. Poco a poco l'atteggiamento interiore si conforma a quello esteriore.
In Socrate era segno d'ira abbassare la voce, parlare più pacatamente. Era chiaro, in quel momento, che si opponeva a sé stesso: veniva pertanto colto in fallo dai suoi familiari e dimostrato colpevole; né gli era sgradito il rimprovero dell'ira, che cercava di rimanere nascosta. Perché non avrebbe dovuto goderne, dato che l'ira sua molti la capivano, nessuno la percepiva? e l'avrebbero percepita, se non avesse dato agli amici il diritto di rimproverarlo, così come lui, alla sua volta, se l'era preso verso gli amici. Quanto più dobbiamo farlo noi! chiediamo agli amici più stretti, di usare, nei nostri riguardi, libertà di parola, soprattutto quando minimamente saremo in grado di sopportarla, e che non approvino la nostra ira: contro un male potente e che presso di noi riscuote simpatia, finché siamo in senno, finché siamo in nostro potere, chiediamo aiuto. [trad. G. Viansino]

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