Daniele di Daniele
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Cum Pacuvius, grandi iam aetate et diutino corporis morbo adfectus Tarentum ex urbe Roma concessisset, Accius tunc haud parvo iunior proficiscens in Asiam, cum in oppidum venisset, devertit ad Pacuvium, comiterque invitatus plusculisque ab eo diebus retentus, tragoediam suam, cui Atreus nomen est, desideranti legit. Tum Pacuvium dixisse aiunt sonora quidem esse, quae scripsisset, et grandia, sed videri tamen ea sibi duriora paulum et acerbiora.. “Ita est, inquit Accius, uti dicis; neque id me sane paenitet; meliora enim fore spero, quae deinceps scribam. Nam quod in pomis est, itidem, inquit, esse aiunt in ingeniis; quae dura et acerba nascuntur, post fiunt mitia et iucunda; sed quae gignuntur statim vieta et mollia atque in principio sunt uvida, non matura mox fiunt, sed putria. Relinquendum igitur visum est in ingenio, quod dies atque aetas mitificet.”


Quando Pacuvio, già affievolito dall'età avanzata e da una malattia cronica, si ritirò da Roma a Taranto, Accio, di molto più giovane, in partenza per l'Asia, essendo arrivato in quella città, gli fece visita e, invitato cordialmente e trattenuto per parecchi giorni, lesse a Pacuvio che lo desiderava la propria tragedia intitolata Atreo. Narrano che Pacuvio affermasse che i versi di Accio erano nobili e sonanti, ma che gli sembravano un poco duri e aspri. Al che Accio: ‘È proprio come tu dici, ma non mi dispiace; spero però che saranno migliori i versi che ancora scriverò. Infatti accade ai talenti come ai frutti: quelli che nascono duri e aspri, poi divengono teneri e saporiti; ma quelli che nascono già teneri, molli e fin dal principio succulenti, non maturano poi, ma imputridiscono. Mi par dunque che per i prodotti dell'ingegno bisogni lasciare che il tempo e l'età li faccian maturare’. [trad. L. Rusca]

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