Daniele di Daniele
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Faciam igitur compendio orationis meae, sed damno voluntatis, quod huic tempori maxime congruit: omittam cetera et potissimum illud adripiam quod multis fortasse mirum videbitur et tamen re ipsa verissimum est: te, cum ad restituendam rem publicam a cognato tibi Diocletiani numine fueris invocatus, plus tribuisse beneficii quam acceperis. Neque enim specie tenus ac nomine fortuna imperii consideranda est. Trabeae vestrae triumphales et fasces consulares et sellae curules et haec obsequiorum obstipatio et fulgor et illa lux divinam verticem claro orbe complectens, vestrorum sunt ornamenta meritorum pulcherrima quidem et augustissima; sed longe illa maiora sunt quae tu, impartito tibi imperio, vice gratiae rettulisti.


Farò, pertanto ciò che massimamente si accorda con questa circostanza, con un'abbreviazione del mio discorso, (ma) con danno della mia intenzione; tralascerò le altre cose ed affronterò soprattutto ciò che a molti sembrerà strano e che tuttavia in realtà è verissimo; che, cioè, tu, chiamato dal potere di Diocleziano, a te congiunto, a salvare lo Stato, rendesti benefici più di quanti ne avessi ricevuto. Né infatti la fortuna dell'impero deve essere considerata solo all'apparenza e a parole. Le vostre tuniche trionfali e i fasci consolari e le sedie curuli e questa splendida turba di gente che ossequia e quella luce che cinge il capo divino con luminoso disco sono ornamenti bellissimi, invero, ed augustissimi dei vostri meriti; ma di gran lunga più grandi sono le cose che tu hai reso per gratitudine all'impero a te concesso. [trad. V. D’Agostino]

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