Daniele di Daniele
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Confecerunt me infirmitates meorum, mortes etiam, et quidem iuvenum. Solacia duo nequaquam paria tanto dolori, solacia tamen: unum facilitas manumittendi - videor enim non omnino immaturos perdidisse, quos iam liberos perdidi -, alterum quod permitto servis quoque quasi testamenta facere, eaque ut legitima custodio. Mandant rogantque quod visum; pareo ut iussus. Dividunt donant relinquunt, dumtaxat intra domum; nam servis res publica quaedam et quasi civitas domus est. Sed quamquam his solaciis adquiescam, debilitor et frangor eadem illa humanitate, quae me ut hoc ipsum permitterem induxit. Non ideo tamen velim durior fieri. Nec ignoro alios eius modi casus nihil amplius vocare quam damnum, eoque sibi magnos homines et sapientes videri. Qui an magni sapientesque sint, nescio; homines non sunt. Hominis est enim adfici dolore sentire, resistere tamen et solacia admittere, non solaciis non egere.


Mi rattristarono le malattie della mia gente, anche le morti, e anche di persone giovani. Due sole consolazioni non certo pari a sì gran dolore, ma pur consolazioni: anzitutto la possibilità di operar manomissioni (mi pare infatti di non aver perduto troppo immaturamente coloro che perdetti da liberi), poi il permesso accordato anche agli schiavi di fare delle specie di testamenti e che io rispetto come avessero valor legale. Dispongono e pregano, come a lor pare; obbedisco come a degli ordini. Essi fanno partizioni, donazioni, lasciti, a condizione che tutto avvenga nella cerchia domestica, giacché la casa per gli schiavi è per così dire lo Stato e quasi la loro città. Ma benché io sia confortato da queste consolazioni, mi abbatte e mi snerva la stessa tenerezza che mi ha indotto a permettere tali gesti.
Non perciò voglio divenire men sensibile. Né ignoro che altri considerano null'altro che un danno dei casi di tal genere, pur stimando se stessI e del grandi uomini e dei saggi. Saggi non so se lo sono, uomini no di certo. È infatti dell'uomo essere scosso dal dolore, sentirlo, sapervi tuttavia resistere e ricever consolazioni, non già non aver bisogno di consolazione. [trad. L. Rusca]

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