Daniele di Daniele
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Socrates, cum omnium sapientissimus esset sanctissimeque vixisset, ita sanctissimeque vixisset, ita in iudicio capitis pro se ipse dixit, ut non supplex aut reus, sed magister aut dominus videretur esse iudicum. Quin etiam, cum ei scriptam orationem disertissimus orator Lysias attulisset, quam, si ei videretur, edisceret, ut ea pro se in iudicio uteretur, non invitus legit et commode scriptam esse dixit; "sed" inquit "ut, si mihi calceos Sicyonios attulisses, non uterer, quamvis essent habiles atque apti ad pedem, quia non essent viriles," sic illam orationem disertam sibi et oratoriam videri, fortem et virilem non videri. Ergo ille quoque damnatus est; neque solum primis sententiis, quibus tantum statuebant iudices, damnarent an absolverent, sed etiam illis, quas iterum legibus ferre debebant; erat enim Athenis reo damnato, si fraus capitalis non esset, quasi poenae aestimatio; et sententia cum iudicibus daretur, interrogabatur reus, quam [quasi aestimationem] commeruisse se maxime confiteretur. Quod cum interrogatus Socrates esset, respondit sese meruisse ut amplissimis honoribus et praemiis decoraretur et ut ei victus cotidianus in Prytaneo publice praeberetur, qui honos apud Graecos maximus habetur. Cuius responso iudices sic exarserunt, ut capitis hominem innocentissimum condemnarent.


Socrate, dopo essere vissuto come il più saggio e il più puro degli uomini, nel processo capitale a suo carico parlò in propria difesa in modo tale da dare l'impressione di essere non un supplice o un imputato, ma un maestro dei giudici, o meglio un loro padrone. E anzi, quando Lisia, oratore assai facondo, gli portò un discorso scritto da imparare a memoria, se credeva, per servirsene in giudizio, di buon grado lo lesse e lo giudicò ben scritto, ma aggiunse: "Come se tu mi avessi portato un paio di calzari di Sicione, non li userei, anche se fossero comodi e si adattassero perfettamente al mio piede, perché non sono da uomo". Il discorso gli pareva brillante e degno di un oratore, ma non forte e virile. Così anche lui fu condannato; e non solo alla prima votazione, con cui i giudici stabilivano soltanto se condannare o assolvere, ma anche alla seconda, che essi erano tenuti a indire per legge.
Ad Atene, infatti, dopo che l'imputato era stato giudicato colpevole, a meno che non si trattasse di delitto capitale, si faceva una specie di valutazione della pena; al momento di passare secondo la legge alla sentenza dei giudici, si chiedeva all'accusato quale massima pena, per così dire, ammettesse di aver meritato. Socrate, interrogato in proposito, rispose che meritava di ricevere le massime onorificenze e i premi più grandi, e di essere mantenuto nel pritaneo a spese dello stato, cosa considerata il massimo onore fra i Greci. Alla sua risposta, quei giudici si adirarono a tal punto che condannarono a morte un uomo del tutto innocente. [trad. E. Narducci]

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