Daniele di Daniele
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Ego qualem Kalendis Ianuariis acceperim rem publicam, Quirites, intellego, plenam sollicitudinis, plenam timoris; in qua nihil erat mali, nihil adversi quod non boni metuerent, improbi exspectarent; omnia turbulenta consilia contra hunc rei publicae statum et contra vestrum otium partim iniri, partim nobis consulibus designatis inita esse dicebantur; sublata erat de foro fides non ictu aliquo novae calamitatis, sed suspicione ac perturbatione iudiciorum, infirmatione rerum iudicatarum; novae dominationes, extraordinaria non imperia, sed regna quaeri putabantur. Quae cum ego non solum suspicarer, sed plane cernerem--neque enim obscure gerebantur--dixi in senatu in hoc magistratu me popularem consulem futurum. Quid enim est tam populare quam pax? qua non modo ei quibus natura sensum dedit sed etiam tecta atque agri mihi laetari videntur. Quid tam populare quam libertas? quam non solum ab hominibus verum etiam a bestiis expeti atque omnibus rebus anteponi videtis. Quid tam populare quam otium? quod ita iucundum est ut et vos et maiores vestri et fortissimus quisque vir maximos labores suscipiendos putet, ut aliquando in otio possit esse, praesertim in imperio ac dignitate. Quin idcirco etiam maioribus nostris praecipuam laudem gratiamque debemus, quod eorum labore est factum uti impune in otio esse possemus. Qua re qui possum non esse popularis, cum videam haec omnia, Quirites, pacem externam, libertatem propriam generis ac nominis vestri, otium domesticum, denique omnia quae vobis cara atque ampla sunt in fidem et quodam modo in patrocinium mei consulatus esse conlata?


Io comprendo bene, romani, in quali condizioni ho il I° gennaio preso a governare il nostro stato: uno stato pieno d'inquietudine, pieno di timore, in cui non c'era nessun male, nessuna avversità che i benpensanti non temessero e i furfanti non attendessero; di tutti i disegni sediziosi contro l'attuale costituzione dello stato e contro la vostra stessa tranquillità alcuni - a quel che si diceva – venivano ancora tramati, altri erano stati già tramati nel periodo successivo alla mia elezione; dal foro era stato espulso il credito, e non già per l'abbattersi di una nuova calamità, bensì per i sospetti e la confusione che regnavano nell'amministrazione della giustizia e per l'annullamento delle sentenze; e, stando a quel che si pensava, le mire si volgevano non già a nuove forme di strapotere, non già a comandi straordinari, bensì a tirannidi proprie di re.
Erano trame, queste, che io non solo sospettavo ma pure discernevo chiaramente - tanto non si agiva nell'ombra-: perciò ho dichiarato in senato che nell'esercizio di questa mia carica sarei stato un console democratico. E che c'è di tanto caro al popolo quanto la pace? Ché essa dà gioia, a parer mio, non solo agli uomini, naturalmente dotati di sensibilità, ma pure alle case e ai campi. Che c'è di tanto o al popolo quanto la libertà? La quale è ardentemente bramata - lo vedete bene - non solo dagli uomini ma pure dalle bestie, e non c’è bene che le venga preferito. Che c'è di tanto caro al popolo quanto la tranquillità? La quale è un bene così gradito che, a giudizio e vostro e dei vostri antenati e di tutti gli uomini più intrepidi, non si deve risparmiare fatica, anche la più gravosa, per poter una buona volta goderne, soprattutto quando si è investiti di una carica prestigiosa. Anzi, sentiamo il dovere di esprimere in modo particolare il nostro elogio e la nostra gratitudine pure ai nostri antenati proprio perché le loro fatiche ci hanno data la possibilità di vivere in piena tranquillità senza correre nessun rischio. Come potrei, dunque, non essere democratico, consapevole come sono che tutti questi beni, romani, cioè la pace esterna, la libertà, che è un privilegio caratteristico della vostra stirpe e del vostro nome, la tranquillità interna e infine, tutti gli altri beni, che voi avete cari e preziosi, sono stati affidati alla protezione e oserei dire al patrocinio del mio consolato? [trad. G. Bellardi]

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