Daniele di Daniele
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Riassunto capitolo 25 dei Promessi Sposi
Don Rodrigo non aveva ancora interamente gustata la gioia del trasferimento di padre Cristoforo che su di lui si abbatte la notizia della conversione dell'Innominato e della conseguente liberazione di Lucia. La gente presto ricostruisce la trafila che conduce a lui: nulla altro può fare che scappare a Milano, inseguito dalla vergogna dell'insuccesso. Si allontana dal paese la sua ombra minacciosa e vi approda in visita il cardinale, sempre festosamente accolte, tanto più perché nel miracolo da lui compiuto vi è implicata una loro paesana. L'unico uggioso in tanta festa è don Abbondio, che fa i doveri di ospite in modo inappuntabile. Però è sull'attenti; il cardinale sarà stato informato da qualcuno sulle sue responsabilità nella vicenda dei due promessi? Sembra dall'atteggiamento del cardinale di poter dedurre che nulla egli sappia. L'attenzione del vescovo ora si sposta verso Lucia: è affidata alle cure e alla protezione di certa donna Prassede, donna di consistente ricchezza e potenza, che si offre di fare del bene alla giovine. Il cardinale dà il suo assenso. E così Lucia qualche tempo dopo, deve spostarsi ancora una volta: stavolta starà in casa di donna Prassede. Le cose si schiariscono per Lucia che ancora nulla dice alla madre del voto fatto alla Madonna. Ma la tempesta si addensa sul capo di don Abbondio. Il cardinale ha saputo e al curato in un colloquio chiede conto del suo operato. Ma al curato sembra che le cose non potessero andare diversamente: egli era stato minacciato di morte da don Rodrigo e questa era per lui ragione più che mai persuasiva ad indurlo in stato di necessità. Il cardinale oppone che dovere di ogni sacerdote è di affrontare anche la morte per l'attuazione del proprio ideale. Ma don Abbondio oppone che le cose potevano andare nel verso del cardinale, solo se non si doveva fare conto alcuno della vita. Ma cosa ci si può guadagnare a fare il bravo contro gente che ha la forza e che non vuoi sentir ragioni? Ma allora, aggiunge il cardinale, dimenticate di esservi impegnato in un ministero che vi impone di stare in guerra con gli interessi dei potenti, dei peccatori? E per difendere i poveri, i diseredati, i parrocchiani che erano sotto la vostra custodia cosa avete fatto? Li avete amati fino al sacrificio o li avete abbandonati al potente, all'ingiusto, al sopraffattore?
Approfondimento su Donna Prassede
Alla coppia sarto-buona donna che ospita Lucia reduce dal castello dell'Innominato subentra nel racconto, che continua a svolgersi intorno a Lucia, un'altra coppia che, a differenza della prima, di modesta condizione sociale, appartiene alla nobiltà; come dicono i nomi - Prassede e Ferrante - devono essere di quei nobili venuti a Milano dalla Spagna e che, come avevano in mano il potere politico, così si arrogavano il titolo di modello di comportamento e di moralità. E qualcosa di questo atteggiamento spagnolesco affiora in donna Prassede che si propone come donna che sa quello che è il bene, quello che gli altri devono fare, così si arroga, in un mondo di devianza, il compito missionario di raddrizzare le storture. Tra le due coppie le affinità sono poche e si riducono ai due mariti che praticano coi libri, in modo dilettantesco il sarto, in modo professionale e robusto il nobile. L'attenzione qui si concentra su donna Prassede, donna di poche idee, la maggior parte delle quali sbagliate, ma a queste lei era più affezionata. Era guidata da due stelle: quella del sentirsi predestinata a fare il bene e a guidare gli uomini, la gente, al bene di cui lei era interprete autorizzata e senza dubbi; e quella del pregiudizio in base al quale gli uomini e le donne che fossero in dissonanza con le autorità dello Stato o in rapporto affettivo coi dissidenti dovessero avere tare che solo chi possedeva, Come lei, il dono della verità, poteva curare e guarire. Nel processo educativo non le interessava la vita intellettuale e morale del soggetto: quello che faceva discendeva dalla convinzione che il suo operato era una risposta al privilegio che le concedeva il creatore. Si diceva animata da amore per gli altri, per i diseredati, per i compromessi in errori: e per questa parte lei è il prototipo della dama di carità, della nobile che tra gli impegni che svolge con la stessa sicumera e indifferenza ha anche quello dell'amore e dell'aiuto da dare a chi essa ne giudica degno. Di simili tipi di donna di carità, di aristocratica che di tanto in tanto fa visita a qualche tana o fissa un giorno della settimana, quello e nessun altro, per le elemosine, il Manzoni trovava una certa tipologia nelle poesie del suo conterraneo Porta, operante tra la fine del Settecento e i primi anni dell'Ottocento. Si tratta di un tipo di donna che si ritiene portatrice di verità, di effettiva carità, di fedeltà al Vangelo. E qui interviene l'acuto spirito manzoniano a svelare quanto in donne, come donna Prassede, ci sia di falso e di immorale e soprattutto di anticristiano. Ciò che caratterizza questa benefattrice è la vanità, l'orgoglio di casta, la superiorità dell'aristocratica, l'assenza di autenticità caritativa, l'eccesso di fiducia in se stessa, la volontà di imporre agli altri i principi nei quali crede secondo una linea di azione e di giustificazione che può farsi risalire ai Gesuiti del Cinquecento, e ai loro sistemi educativi fondati sull'autoritarismo e sulla riduzione dell'alunno al modello da loro prefissato. "Difetto capitale di donna Prassede è insomma, come sotto forma ironica dice benissimo il Manzoni stesso, il prendere per cielo il suo cervello, ossia il mancare di caritatevole simpatia e di umano rispetto riguardo agli altri, di umiltà e di scetticismo riguardo a se stessa; il cristiano Manzoni, che così bene conosce la miseria del nostro intelletto e così a lungo ha meditato sulla debolezza dell'uomo non sorretto e illuminato dalla Grazia, non può non polemizzare con questa boriosa sufficienza: dobbiamo giudicare, correggere, riprendere; e 'Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso, quello che abbiamo fatto in casi somiglianti' dice Federigo Borromeo, che è un santo, a don Abbondio che è don Abbondio; ma donna Prassede non dirà mai tali parole, ché non penserà mai di esser tra quelli che possono essere giudicati, corretti, ripresi" (Petronio). Ma questa faccendona, così presuntuosa e priva di dubbi, così sicura di essere I Interprete della verità religiosa e morale "porta la sua condanna in se stessa" e con ciò si vuoi dire "che per lei non c'è speranza di salvezza". A suo paragone, una grande peccatrice come Gertrude ha più sicure speranze di redimersi, perché dove c'è tormento, dramma interiore, c'è quell'insoddisfazione che dà al peccatore il senso del proprio limite, e quindi la possibilità di ravvedersi. E ricordare Gertrude non è fuori luogo. Mentre essa infatti è disinteressata nel dare aiuto a Lucia e prova una tenerezza sconosciuta nel farle del bene, tanto da farsi perdonare un poco persino le sue torbide curiosità per la storia in cui entrano I amore di Renzo e la passionaccia di don Rodrigo, donna Prassede si era messa in testa che Lucia, in quanto fidanzata di un poco di buono, qualche cosa l'avesse, e quando la conosce, anziché correggere questo pregiudizio, se ne convince sempre più... E sta qui la spiegazione della severità del moralista, che non applica nei confronti di donna Prassede un intellettualismo di tipo settecentesco, ma è perfettamente coerente con il cristianesimo autentico, che è indulgente verso i poveri di spirito, comprensivo nei confronti di chi pecca travolto dalle passioni, ma intransigente contro il peccato di superbia, il più grande dei peccati contro Dio, quello di Lucifero: e la presunzione è una specie particolare di superbia.
Approfondimento sulla casa del sarto
In tutta questa parte dei capitolo, se la scena continua a incentrarsi su Lucia che con sé conduce, quasi sotterranea linea di congiunzione, gli altri personaggi, qui, anche se marginalmente, convocati, il luogo che unifica i vari momenti è la casa del sarto. Una di quelle case non misere né sfarzose, modeste, semplici, ma con il segno della riservatezza, del calore umano, dell'ordine, della pulizia, della concordia, che tanto piacevano al Manzoni: soddisfacevano il suo gusto "democratico e il suo affetto per i valori riposanti e gratificanti, per gli angoli dove la vita anziché pulsare tumultuosa sembra rinchiudersi e stringersi a difesa e conservazione di cose intime e raccolte". All'interno della casa la buona donna che ne è la padrona ha modi delicati, non fa sentire per nulla il disagio alle ospiti, cerca di consolidare e liberare Lucia dall'angoscia dell'avventura sconvolgente, si mostra premurosa, si mantiene in un angolo durante la visita del cardinale che lei sa bene avere come protagonista Lucia. E vi fanno la loro comparsa i bambini, con un che di alacremente e gioiosamente petulante, con l'entusiasmo di chi vive un'avventura eccezionale. Ma tutta la casa è dominata dal sarto, il letterato non formato, l'uomo che si distingue tra il volgo del paese perché sa leggere e scrivere e ha alcuni libri che legge, e ritiene di essere stato dalla sorte maligna proiettato in una situazione che non è la sua. E trova finalmente l'attesa circostanza di potere sfoderare la sua cultura e di colloquiare con un vero letterato. E nella sua immaginazione chi sa quante volte si era formata l'immagine di sé seduto fra i dotti, tutti tesi al riconoscimento della sua cultura e della sua personalità. E al momento giusto tutto l'edificio crolla ed egli crolla con l'edificio: si fa prendere dall'affanno; delle molte frasi non convenzionali da lui in precedenza prescelte una sola ed insignificante gli giunge alle labbra e per tutta la vita continuerà ad assediano e a porsi come un costante rimprovero: quella brutta figura non gli si cancellerà dalla memoria. E qui accanto all'umorismo il Manzoni ha come un momento di umana pietà e comprensione: si tratta in fondo di un doloroso fallimento. Ed un altro personaggio si ripresenta: don Abbondio non solo vivo nel breve colloquio che intreccia per la strada con Agnese, ma anche nelle parole di questa denunciatrici al cardinale della viltà del curato, della disobbedienza ai doveri religiosi: occasione questa per l'attacco e la prosecuzione con un altro episodio, quello del colloquio tra il curato e il cardinale. Ma a questo punto dell'episodio si impone Agnese per tre suoi interventi: ha il coraggio di riferire al cardinale le colpe del curato, pronuncia su questo una frase piena di buon senso ritenendolo e giudicandolo non un perverso ma un debole, un uomo che ripetendosi la circostanza si sarebbe comportato nello stesso modo, afferma che in un mondo ingiusto (ed il cardinale approva) i birboni scaricano le colpe sui poveri e che questi hanno sempre torto. E nel colloquio con il cardinale bene si rileva la differenza spirituale tra Agnese e Lucia: Agnese è un'ottima donna, ma della figlia le mancano il pudore geloso, l'intimità religiosa, la scrupolosità etica, in una frase sola, la conformità piena e istintiva a quella legge di bene che il Vangelo codifica. Perciò è naturale, ed è in armonia con la sua natura di popolana vivace e chiacchierona, quest'accusa stizzosa contro don Abbondio, espressa con popolaresca confidenza in Federigo e con parole di sdegno per le pene a cui la viltà del curato ha abbandonato lei e la sua Lucia. Ed il Manzoni comprende e compatisce, tanto da commentare solo di un breve e scherzoso rimprovero ah, Agnese! Anche la piccola bugia che Agnese con la sua morale un po' accomodante si permette.

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