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Capitolo Ventisettesimo

Si combatteva allora la guerra per la successione agli stati del duca Vincenzo Gonzaga: Don Gonzalo, governatore di Milano, stava assediando Casale, e non pensava più al sobillatore Lorenzo Tramaglino, ma questi viveva ancora nascosto sotto il nome di Antonio Rivolta, e «si struggeva di mandar le sue nuove alle donne, e d'aver le loro». Non sapendo scrivere, Renzo trova una persona fidata che scriva per lui e un corriere che porti la lettera a padre Cristoforo al convento di Pescarenico. Non vedendo giungere risposta, scrive un'altra missiva che fa recapitare a un suo cugino di Lecco. Questa volta arriva la risposta di Agnese con i cinquanta scudi d'oro e la storia del pericolo e del voto di Lucia. Nell'udire tutte le peripezie di Lucia, Renzo «tremava, inorridiva, s'infuriava», e, quanto al voto fece scrivere ad Agnese che lui il cuore in pace non voleva metterlo e non lo avrebbe messo mai. Agnese scrisse ancora e così «il carteggio continuò». Lucia fu contenta di sapere che «quel tale era vivo e in salvo». Essa cercava di non pensare a lui, ma l'immaginazione di Renzo «s'introduceva di soppiatto dietro le altre» a turbarle il cuore. Per di più donna Prassede, nel suo zelo di carità, si era fatta in mente di togliere «quello scapestrato» dal cuore della giovane e sempre parlava «del birbante venuto a Milano per rubare, e scannare» e voleva far confessare a Lucia «le bricconate che colui doveva aver fatte, anche al suo paese». Lucia non poteva far a meno di difenderlo, non foss'altro che per puro amore del vero, ma questa era per donna Prassede una prova lampante che il cuore di lei era ancora «perso dietro a colui» e con le sue insistenze finiva ogni volta col far piangere Lucia. Per fortuna, dice argutamente il Manzoni, donna Prassede non aveva solo Lucia di cui prendersi cura; infatti, oltre alla servitù, doveva occuparsi anche delle cinque figlie, tre monache e due sposate, così che aveva da sovrintendere a tre monasteri e due case; sovrintendenza invero complicata dal fatto che i due mariti e le tre badesse facevano di tutto per tenerla all'oscuro dei loro fatti. C'era poi don Ferrante, il marito; ma con lui i patti erano chiari: egli era uomo di studio cui non piaceva né di comandare né d'obbedire, così donna Prassede in tutte le cose di casa era padrona, ma «lui servo, no». Egli passava la giornata nella sua grande biblioteca, ricca di trecento volumi che andavano dall'astrologia alla scienza cavalleresca, dalla stregoneria alla politica, scienze coltivatissime in quel secolo curioso che fu il Seicento.
Frattanto «fino all'autunno del seguente anno 1629» i personaggi della storia rimasero «nello stato a un di presso in cui li abbiamo lasciati, senza che ad alcuno accadesse (...) cosa degna d'esser riferita».
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