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Capitolo Ventinovesimo

I Lanzichenecchi stavano per giungere a Lecco e don Abbondio non era certo tra i meno spaventati degli abitanti di quel territorio. Voleva fuggire sui monti, voleva andare nel bergamasco, ma riusciva solamente a brontolare e a lamentarsi. Intanto Perpetua metteva al sicuro il peculio del padrone sotterrandolo sotto il fico dell'orto e raccoglieva le cose necessarie alla partenza. Ed ecco arriva Agnese che propone di rifugiarsi al castello dell'Innominato. Don Abbondio non del tutto persuaso, brontolando e tremando, finisce col porsi in viaggio insieme alle due donne. Dopo una breve sosta nella casa del sarto, dove vengono accolti a braccia aperte, salgono su un barroccio e arrivano ai piedi del colle su cui sorgeva il castello. Don Abbondio con soddisfazione può constatare che «il sarto aveva detto la verità (...) intorno all'Innominato». Questi, infatti, dal giorno delle sua conversione aveva totalmente cambiato vita ed era debito soltanto a «compensar danni, chieder pace, soccorrer poveri».
In gran parte gli sgherri «non potendo accomodarsi alla nuova disciplina, (...) se n'eran andati», gli altri «se la passavano senza fare né ricevere torti, inermi e rispettati».
Al calar delle bande alemanne, avendo alcuni fuggiaschi cercato asilo presso l'Innominato, questi, «tutto contento che quelle sue mura fossero cercate come asilo da' deboli», li accolse più con riconoscenza che con cortesia. Fece sapere che la sua casa era aperta a tutti e «mise in istato di difesa» tutta la valle e fece venire viveri in abbondanza per «gli ospiti che Dio gli manderebbe», i quali infatti «andavano crescendo di giorno in giorno».
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