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Capitolo Ventiduesimo

Il bravo riferisce all'Innominato che tutta quella gente si dirige ad un paese vicino per vedere il cardinale Federigo Borromeo e che lo scampanio è «più per allegria, che per avvertir la gente». Il signore, continuando il suo monologo , termina con un «Perché non vado anch'io?... Cosa gli dirò? Ebbene, quello che, quello che... Sentirò cosa sa dir lui, quest'uomo!». Vestitosi in fretta, scende là dove Lucia dorme nel suo cantuccio e alla vecchia sbalordita comanda di darle qualunque cosa essa chieda e che egli tornerà, «e che... farà tutto quello che lei vorrà». Di corsa si dirige verso il paese, entra subito nella casa del curato che ospitava il cardinale e, tra la meraviglia dei presenti che lo avevano riconosciuto, chiede di esser ricevuto. Federigo Borromeo, nato nel 1564 di illustre famiglia, fin da fanciullo pensò di render la sua vita «utile e santa». Nel 1580 si fece sacerdote e studiò a Pavia, applicandosi alle occupazioni prescritte e ad altre due intraprese di sua volontà: «insegnar la dottrina ai più rozzi e derelitti del popolo» e «visitare, servire, consolare i derelitti e soccorrere gli infermi». Visse sempre poveramente e quando Papa Clemente VIII lo fece arcivescovo di Milano «ricusò senza esitare» e credette solo «al comando espresso del Papa». Egli fondò a Milano la Biblioteca Ambrosiana e vi unì una stamperia di lingue orientali e una galleria di quadri, una di statue e una scuola «delle tre principali arti del disegno». Prescrisse al bibliotecario di tenersi al corrente di tutti i libri che uscivano in Europa e molti ne acquistò a sue spese. «La sua vita fu un continuo profondere ai poveri»; egli, «di facile abbordo con tutti», fu sempre ammirato «per la soavità dei suoi modi». Nella sua vita, tutta piena di funzioni, di udienze, di visite diocesane, di viaggi, di contrasti, sempre grande posto ebbe lo studio e di lui restano cento opere, tra italiane e latine, stampate e manoscritte.

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