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Capitolo Quindicesimo

L'oste, con molta fatica, convince Renzo ad andare a letto e pensando alla sorte che aspetta quell'imprudente il giorno dopo, si fa saldare il conto. Lasciata, poi, l'ostessa con gli avventori, si reca al palazzo di giustizia per fare la sua deposizione, rimanendo meravigliato che la polizia conoscesse già, noi sappiamo come, il nome del forestiero. Detto quello che sapeva, viene licenziato dal notaio criminale che gli raccomanda di non lasciar scappare il giovane. All'alba, Renzo dormiva ancora profondamente, quando viene bruscamente risvegliato dalla polizia che gli ordina di vestirsi per recarsi dal capitano di giustizia. Egli protesta, grida che vuol andare da Antonio Ferrer e il notaio per abbonirlo dice che l'accontenterà. Gli sbirri mettono le manette a Renzo che si ribella, ma il notaio lo calma dicendogli che è solo una formalità e che presto sarà libero. Ma Renzo ha ormai capito l'antifona. Uscito fuori dall'osteria, comincia a guardare qua e là e ad ammiccare a quelli che incontra, mentre il notaio con falsa dolcezza cerca di tenerlo quieto; invece "i birri", credendo di far bene, gli danno una stretta di "manichini", i legnetti che tiravano la corda intorno ai polsi. Renzo allora si mette a gridare, la folla accorre e incalza; le guardie, vista la situazione, lasciano Renzo e cercano di svignarsela inosservate. Anche il notaio, che altro non bramava se non d'esser lontano da quella calca, nella confusione riesce a liberarsi, mentre la folla grida: "Corvaccio! Corvaccio!"

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