I Promessi sposi: la struttura del romanzo


Il romanzo rappresenta l’ingresso nella storia della letteratura degli umili, dei poveri, della gente qualunque, non come massa amorfa, destinata a fare da sfondo ai personaggi illustri, ma come protagonisti, pari se non superiori in dignità ai nobili, ai ricchi, ai potenti.
Il linguaggio, poi, è popolare, “parlato”, accessibile a tutti. Nelle tre stesure del romanzo che lo impegnarono per vent’anni (1821/23 – 1825/27 – 1840/42), soprattutto dopo la “risciacquatura dei panni in Arno” (il soggiorno fiorentino), Manzoni ha saputo creare una nuova lingua, intermedia fra quella delle persone colte e quella del popolo, abbastanza popolare senza essere dialettale, adatta ad essere capita e parlata dai ceti medi.
Essa si ispirava al fiorentino parlato dagli uomini colti, non più alla lingua accademica solitamente usata dagli scrittori e ancora legata alle regole “puriste” dell’Accademia della Crusca.
Tra la prima edizione del romanzo, che si chiamava “Fermo e Lucia” e l’ultima, quella definitiva dei Promessi Sposi del 1840/42 ci sono profonde differenze anche nel contenuto.
Nella prima edizione la vicenda concedeva molto spazio al gusto del patetico, del macabro, dell’avventuroso, tipico della “moda” romantica, ben sei capitoli dedicati alla storia di Gertrude ed Egidio; l’innominato era il Conte del Sagrato, così chiamato perché aveva ucciso il suo nemico sul sagrato della chiesa, dandosi poi alla macchia; Don Rodrigo moriva nel delirio della febbre trascinato da un cavallo imbizzarrito nella fossa dei cadaveri; nell’edizione definitiva, le forti tinte, la drammaticità esasperata, i particolari ad effetto sono del tutto scomparsi, a testimonianza che la letteratura è divenuta veramente popolare, capace di esprimere i problemi di tutti in un linguaggio accessibile a tutti.
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