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Fermo e Lucia

Il Manzoni poteva scegliere almeno tre soluzioni diverse di romanzo: poteva rivolgersi al passato e scrivere un romanzo tutto immerso nella rievocazione di un tempo lontano; poteva parlare del mondo contemporaneo sia pure con interesse storico; o poteva infine guardare il passato confrontandolo col presente, con forte, continuo interesse per il presente. Nei Promessi sposi il Seicento è visto soprattutto come un termine di confronto del mondo degli uomini, come storia tipica ed esemplare, anche se la condanna per i particolari difetti, errori ed orrori del secolo XVII ha un posto ben preciso nella concezione e nella economia del volume. [...] Sino dall’origine della concezione del romanzo si vede balenare la curiosità dell’uomo moderno verso un’epoca non solo diversa, ma strana, la curiosità del razionalista, dell’illuminista; tutto il suo atteggiamento è quello di chi contrapponga un tempo a un altro tempo, a un mondo moderno molto superiore. Personaggi, situazioni, avvenimenti, sfuggirebbero non dico alla rappresentazione, ma all’interesse stesso dello scrittore se egli non potesse e non dovesse adoperare quel criterio dei tempi, se non potesse chiedere al lettore un confronto o addirittura una contrapposizione. [...]Questo mondo storico rappresentato in un romanzo come Fermo e Lucia con una rete di polemiche, di interessi e di motivi intellettuali, e non soltanto astrattamente intellettuali, non è stato tuttavia un mondo puramente intenzionale, modificatosi nella realtà dell’arte, ma è stato invece un mondo diverso, per certi aspetti, rispetto a quello dei Promessi sposi. In questo senso il Manzoni proseguiva sulla sua linea d’interessi intellettuali e morali, in modo che Fermo e Lucia si pone come un’opera di fantasia tra il Discorso, la Morale cattolica e la contemporanea Appendice storica su la Colonna Infame, tre opere tessute di polemica religiosa e di polemica civile, con un presupposto ideale di un umano costume ragionevole. Questo interesse così appassionato, questo bisogno di scrivere per combattere l’errore diventa in Manzoni già in molti punti di questi saggi movimento di fantasia. Nel confronto coi tempi tuttavia lo scrittore adopera come termine di paragone non la virtù religiosa in se stessa, una maggiore religiosità, quanto piuttosto un ideale di costume civile più ragionevole, meno feroce soprattutto nei rapporti sociali. La polemica recente contro gli storici che avevano esaltato la civiltà longobardica, civiltà feudale e cavalleresca, continua il suo slancio in un’opera che si volge contro un’altra civiltà anch’essa di tipo feudale. Per poter condurre questa polemica il Manzoni presuppone che nel Seicento ci sia una diversa direzione nella chiesa e nello stato, che i difetti di quella società non siano necessariamente connessi con la chiesa e con gli errori della chiesa: è un secolo dove la morale cattolica, quella che egli difende contro il Sismondi viene seguita meno che in altri secoli, un secolo anzi anticristiano. Questa polemica lievita talvolta come sdegno, come insofferenza profonda, necessaria per la creazione di alcuni personaggi, elemento della struttura morale e insieme narrativa. In questo senso punto centrale dell’opera, pel rapporto tra idee, azioni, sentimenti e passioni, è la lunga discussione sugli errori di quella generazione: "Quando ora si considera quali cose fossero a quei tempi tenute generalmente per vere con che fronte sicura sostenute, e predicate, con che fiducia applicate ai casi, e alle deliberazioni della vita, si prova facilmente per gli uomini di quella generazione una compassione mista di sprezzo e di rabbia, e una certa compiacenza di noi stessi" [IV, 3].Il vizio e la colpa sono sempre sentiti in confronto alla società, sono o errori del secolo, o la conseguenza e lo sviluppo di questi errori. I personaggi come il cardinal Federigo o padre Cristoforo sono virtuosi attraverso uno sforzo e una lotta contro i loro tempi, mentre Fermo e Lucia non sono contrapposti, nella loro virtù, al loro tempo, né a contemporanei personaggi della loro condizione. La trama del romanzo, sin dal suo formarsi e maturarsi, si configurava come un racconto storico con una linea che soltanto i tempi, quei tempi potevano far svolgere in quella direzione. Dalle grida proclamate in quel modo e in quel modo non applicate, dal puntiglio d’onore, che è un elemento così importante della passione di don Rodrigo, alla colpa di una strana monaca come Geltrude- strana per i tempi del Manzoni, ma molto meno per il Seicento -, da un personaggio come il Conte del Sagrato e quello stesso del cardinal Federigo Borromeo, dalle idee sulla carestia a quelle sulla peste e sugli untori, tutto esiste non solo nel giudizio intellettuale e morale, ma anche nel procedimento narrativo, in quanto assume un rilievo di contrapposizione. Nei Promessi sposi vi è un confronto tra relativo e assoluto, tra gli errori degli uomini e le verità della ragione e della fede unite insieme ed espresse entrambe nel controllo e nello specchio della visione razionale e religiosa dell’autore. In Fermo e Lucia questo controllo, questo confronto, si misurano piuttosto con un’epoca esplicitamente determinata, cioè quella contemporanea al Manzoni, epoca di ragione e di fiducia nella ragione. Vi sono dei momenti, come quelli importanti e risolutivi della carestia, della peste e degli untori, dove il Manzoni ha bisogno di una teoria dell’errore non soltanto in sede teorica e dimostrativa, ma anche per guardare e inquadrare i personaggi e per muovere il racconto. In tre opere diverse, ma a breve distanza di tempo, egli si ferma sull’errore, sulla difficoltà di combatterlo, sugli aspetti molteplici e ingannevoli coi quali si presenta: nell’Appendice storica su la Colonna Infame, nella lettera a Monsicur Chauvet e in Fermo e Lucia. In questa stessa teoria, pure nei dubbi e nella cautela verso la possibilità di errori rinnovati e rinnovabili, è implicita la fiducia nello sviluppo di una correzione che viene portata o stimolata dal progresso dei tempi. Nella lettera allo Chauvet si descrive il regno dell’errore nel suo cedere necessario, ma lento c progressivo [...]. Nell’Appendice storica su la Colonna Infame si sostiene che la volontà può vincere l’ignoranza c rompere la stretta dei tempi; anzi il poter riconoscere che, nonostante i tempia si può difendere e salvare la responsabilità, dà agli uomini fiducia e dignità.

Il brano corrispondente di Fermo e Lucia [...] indica non soltanto un atteggiamento intellettuale ma anche morale e in qualche modo della fantasia: quella compassione mista di sprezzo e di rabbia e quella compiacenza di noi stessi, cioè dei tempi nei quali lo scrittore vive, esprimono la concezione della prima stesura. La compassione ha nei Promessi Sposi assorbito in se lo sprezzo e la rabbia ed è diventata strumento ed elemento dell’arte. Il cambiamento dall’una all’altra stesura è stato quindi un cambiamento d’impostazione antecedente in senso ideale alla novità di tono e di espressione. L’errore del secolo entra direttamente in Fermo e Lucia, molto più che nei Promessi sposi, nelle passioni e nell’azione di molti personaggi. Il ripercuotersi e il prolungarsi dell’errore e del fuorviarsi della mente, giungono come onda lunga e violenta sino al peccato, al delitto, alla sopraffazione. In don Rodrigo, in Egidio e Geltrude, nello stesso Conte del Sagrato, nell’omicidio della monaca, nel ratto di Lucia, vi è la conseguenza umana e raccontata di quello che è stato appassionatamente sentito come opinione errata del tempo. Nella lettera a M. Chauvet, accanto alla poetica della tragedia il Manzoni trova la poetica non dico del romanzo, ma di quel rapporto con la storia dalla quale nasce il romanzo e nella quale si trova il nucleo del romanzo stesso. Lo scrittore deve cercare la verità e studiando un tempo e un argomento "après avoir rec,u de l’histoire une idée dramatique, il s’efforcera de la rendre fidélement, et pourra dès-lors en faire ressortir l’effet morali. Anche nel romanzo storico lo scrittore si deve porre l’impegno di un’idea drammatica e farne scaturire gli effetti morali. L’unità di Fermo e Lucia era, in questa idea drammatica della storia del Seicento, appoggiata soprattutto su quattro punti: l’errore intellettuale e l’ignoranza, la contrapposizione tra i poveri e i potenti, tra i pari di Fermo e i pari di don Rodrigo, il senso del potere come passione e come un quadro di tutta una società e, non meno importante, ma diversamente importante, il carattere anticristiano del secolo.

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