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Don Abbondio e i bravi

Riassunto breve ma dettagliato e completo dell'episodio dell'incontro di don Abbondio coi bravi, tratto dal romanzo "I Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni.

E io lo dico a Skuola.net
L'incontro di don Abbondio coi bravi

L'inizio dei Promessi Sposi ci trasporta in luoghi che il Manzoni descrive minuziosamente, essendogli essi ben noti. Infatti, nella villa del Caleotto, presso Pescarenico, aveva trascorso parte della fanciullezza e della gioventù. Il paese gli era quindi caro e familiare e non doveva riuscirgli punto difficile renderne con tono minuzioso e particolareggiato tutti gli aspetti più vari. E' proprio questa sua minuziosità, non disgiunta da un'intima commozione, che riesce a profilare davanti fra monti e lago, nel quale, alcuni particolari su cui il Manzoni si sofferma, come in una pausa, servono, senza che neppure ce ne accorgiamo, a collocarsi nell'ambiente che sarà quello di tutto il romanzo: l'ambiente di sopraffazione e di violenza, favorito dalla dominazione straniera. Così, fra curve sinuose e avvallamenti freschi di acque, fra campi ridenti e casette serene, fra azzurro dei cieli e verde-azzurro di lago, si staglia il castello dall'aspetto severo e sinistro, quello di signorotto del luogo, di don Rodrigo.
Ed ecco, ora, animarsi la scena e cominciare l'azione, diretta da quel meraviglioso regista che è il Manzoni. Sul sereno paesaggio scende oramai la sera, e un uomo passeggia tranquillo per un viottolo tornandosene a casa. E' don Abbondio, curato di un paese, del quale il Manzoni ci tace il nome, per lasciare a noi lettori una più ampia libertà di immaginazione. E' il curato di una parrocchia di campagna che ripete, anche questa sera, quei gesti che gli sono consueti da anni: il breviario in mano, la recita dell'Uffizio, interrotta di quando in quando per guardarsi attorno, mentre il piede lancia lontano i ciottoli "che fanno inciampo". Ed ecco il completamento del quadro. A questa mite e pacifica figura fanno contrasto il ceffo prepotente e la spavalda ferocia dei due bravi, al servizio di don Rodrigo, che appaiono improvvisi a una svolta, seduti su un muretto che fiancheggia la strada: a quel breviario aperto fra le mani, le pistole che i manigoldi portano al fianco. A questo punto, il Manzoni ci regala un intermezzo storico per chiarire l'azione e ci dirà, al lume dei documenti, chi fossero questi bravi, e in che consistessero le "gride" che tentavano di disciplinarne l'azione. L'atteggiamento dei due figuri non è certo confortante. Anche se don Abbondio ha la coscienza tranquilla, sa che da simile gente non c'è mai da aspettarsi nulla di buono e che gran bella cosa sarebbe non trovarsela mai fra i piedi. Questo suo turbamento si traduce in mosse esterne che il Manzoni coglie con il suo grande acume: quelle dita che girano nel collare vogliono quasi allargare il fiato. Pure, anche se è tutto un tremito, egli cerca di comporre una faccia ilare e tranquilla e di abbozzare un sorriso. Ed ecco scoppiare la bomba: questa, poi, del tutto inaspettata. In quell'accenno del bravo al matrimonio fra Renzo Tramaglino e Lucia Mondella che dovrebbe avvenir l'indomani, e che non deve assolutamente farsi, c'è già tutto il sunto del romanzo. E in quel "cioè" che don Abbondio risponde, è compendiato il suo carattere: egli ha ceduto subito, ha già tradito il suo dovere e la sua missione di sacerdote. Più nulla contano le deboli sforzate obiezioni che farà in seguito. Don Abbondio è tutto qui.
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