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Le avventure di Renzo a Milano
E' l'11 Novembre 1628 quando Renzo, da Monza, si dirige a Milano, dove iniziano le sue numerose avventure.
Al momento dell'ingresso in città, Renzo fu subito colpito da una serie di strani fatti: la gentilezza del viandante a cui chiese la strada per il convento di padre Bonaventura, le strisce bianche di farina per strada, i pani sparsi per terra.
Un gruppo familiare, carico di pane, attirò l'attenzione di Renzo, colpito soprattutto dalla donna: aveva infatti un pancione smisurato, che pareva tenuto a fatica da due braccia piegate: come una pentolaccia a due manichi.
Renzo ignorava però che quello era un giorno fuor dall'ordinario, un giorno in cui le cappe s'inchinavano ai farsetti cioè i benestanti si sottomettevano agli umili.
Il giovane, arrivato al forno detto delle grucce, subito si stupì della devastazione. Fu trascinato dal furore collettivo della folla che, dopo l'assedio ad un forno, voleva raggiungere la casa del vicario di provvisione. Renzo, questa volta, si trovava nel forte del tumulto, non già portatovi dalla piena, ma cacciatovisi deliberatamente.
Tra la folla, assetata di vendetta, c'era chi dichiarava di voler inchiodare il vicario ma Renzo, ad alta voce, proclamava il suo dissenso dicendo: "Vergogna! Vogliam noi rubare il mestiere al boia?" attirandosi addosso la reazione della folla, che lo considera una spia. Intanto, mentre la macchina fatale s'avanza balzelloni (una scala), arriva una carrozza.
Al suo interno vi era il gran cancelliere Antonio Ferrer, che veniva a spendere bene una popolarità mal acquistata.
Egli lasciava intendere d'esser venuto per portare in prigione il vicario, ma la sua vera intenzione era quella di salvarlo dalla folla. Attorno alla carrozza la gente si moveva a guisa di cavalloni intorno a una nave che avanza nel forte della tempesta.
Nonostante ciò la carrozza riuscì a raggiungere la casa del vicario e Ferrer, entratovi frettolosamente, ritirò lo strascico che disparve come la coda d'una serpe, che si rimbuca inseguita.
Fu così che, portato fuori il vicario, la carrozza si allontanò. Anche la folla andava disperdendosi e con essa Renzo che, alla ricerca di un'osteria, si imbattè in un crocchio.
Dopo aver sentito ciò che si diceva, non potè trattenersi e si improvvisò oratore chiedendo: "Mi dicano un poco, signori miei, se hanno mai visto uno di questi col muso all'inferriata".
Alcuni lo approvavano, altri lo criticavano, ma Renzo, euforico, si affidò al primo venuto per farsi condurre in un'osteria.
Arrivato davanti a un'insegna con la luna piena, Renzo pensò che potesse andar bene fermarsi lì e, nonostante il dissenso della sua guida, entrarono.
Renzo gli disse di aver bisogno solo di qualcosa alla buona da mettere in castello, e un saccone, gli bastava.
L'oste, impaurito dalla presenza della guida che era in realtà uno sbirro, chiese subito a Renzo, dandogli un foglio, di fornirgli le generalità. Renzo ironicamente chiese se quello fosse il lenzuolo di bucato, chiesto poco prima. L'oste, infastidito, pensava, istoriando la cenere, : Altro che lepre! e in che mani sei capitato! Renzo, ormai ubriaco, aveva fornito involontariamente le sue generalità e, mentre veniva condotto dall'oste verso la sua stanza, andava trinciando e iscrivendo nell'aria certi saluti, a guisa d'un nodo di Salomone. Renzo non sapeva però che l'oste, avuto il suo compenso, sarebbe andato a denunciarlo. L'indomani, infatti, Renzo fu svegliato di colpo da voci che pronunciavano il suo nome. Il giovane, resosi conto della situazione, andava difatti raccogliendo qua e là i pani sparsi sul letto, come gli avanzi d'un naufragio sul lido. Condotto fuori dall'osteria Renzo cercò in tutti i modi di attirare l'attenzione dei passanti e si radunò attorno a lui e agli sbirri una piccola folla.
Gli sbirri, messi alle strette dalla folla, tolsero a Renzo le manette e fuggirono. Il notaio, volendo anch'esso scappare, cercò di nascondersi tra la folla che lo copriva di grida quali "Uh corvaccio"!. Renzo approfittò dello scompiglio e fuggì.

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