Daniele di Daniele
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Approfondimento su Donna Prassede

Alla coppia sarto-buona donna che ospita Lucia reduce dal castello dell'Innominato subentra nel racconto, che continua a svolgersi intorno a Lucia, un'altra coppia che, a differenza della prima, di modesta condizione sociale, appartiene alla nobiltà; come dicono i nomi - Prassede e Ferrante - devono essere di quei nobili venuti a Milano dalla Spagna e che, come avevano in mano il potere politico, così si arrogavano il titolo di modello di comportamento e di moralità. E qualcosa di questo atteggiamento spagnolesco affiora in donna Prassede che si propone come donna che sa quello che è il bene, quello che gli altri devono fare, così si arroga, in un mondo di devianza, il compito missionario di raddrizzare le storture. Tra le due coppie le affinità sono poche e si riducono ai due mariti che praticano coi libri, in modo dilettantesco il sarto, in modo professionale e robusto il nobile. L'attenzione qui si concentra su donna Prassede, donna di poche idee, la maggior parte delle quali sbagliate, ma a queste lei era più affezionata. Era guidata da due stelle: quella del sentirsi predestinata a fare il bene e a guidare gli uomini, la gente, al bene di cui lei era interprete autorizzata e senza dubbi; e quella del pregiudizio in base al quale gli uomini e le donne che fossero in dissonanza con le autorità dello Stato o in rapporto affettivo coi dissidenti dovessero avere tare che solo chi possedeva, Come lei, il dono della verità, poteva curare e guarire. Nel processo educativo non le interessava la vita intellettuale e morale del soggetto: quello che faceva discendeva dalla convinzione che il suo operato era una risposta al privilegio che le concedeva il creatore. Si diceva animata da amore per gli altri, per i diseredati, per i compromessi in errori: e per questa parte lei è il prototipo della dama di carità, della nobile che tra gli impegni che svolge con la stessa sicumera e indifferenza ha anche quello dell'amore e dell'aiuto da dare a chi essa ne giudica degno. Di simili tipi di donna di carità, di aristocratica che di tanto in tanto fa visita a qualche tana o fissa un giorno della settimana, quello e nessun altro, per le elemosine, il Manzoni trovava una certa tipologia nelle poesie del suo conterraneo Porta, operante tra la fine del Settecento e i primi anni dell'Ottocento. Si tratta di un tipo di donna che si ritiene portatrice di verità, di effettiva carità, di fedeltà al Vangelo. E qui interviene l'acuto spirito manzoniano a svelare quanto in donne, come donna Prassede, ci sia di falso e di immorale e soprattutto di anticristiano. Ciò che caratterizza questa benefattrice è la vanità, l'orgoglio di casta, la superiorità dell'aristocratica, l'assenza di autenticità caritativa, l'eccesso di fiducia in se stessa, la volontà di imporre agli altri i principi nei quali crede secondo una linea di azione e di giustificazione che può farsi risalire ai Gesuiti del Cinquecento, e ai loro sistemi educativi fondati sull'autoritarismo e sulla riduzione dell'alunno al modello da loro prefissato. "Difetto capitale di donna Prassede è insomma, come sotto forma ironica dice benissimo il Manzoni stesso, il prendere per cielo il suo cervello, ossia il mancare di caritatevole simpatia e di umano rispetto riguardo agli altri, di umiltà e di scetticismo riguardo a se stessa; il cristiano Manzoni, che così bene conosce la miseria del nostro intelletto e così a lungo ha meditato sulla debolezza dell'uomo non sorretto e illuminato dalla Grazia, non può non polemizzare con questa boriosa sufficienza: dobbiamo giudicare, correggere, riprendere; e 'Dio sa quel che faremmo noi nel caso stesso, quello che abbiamo fatto in casi somiglianti' dice Federigo Borromeo, che è un santo, a don Abbondio che è don Abbondio; ma donna Prassede non dirà mai tali parole, ché non penserà mai di esser tra quelli che possono essere giudicati, corretti, ripresi" (Petronio). Ma questa faccendona, così presuntuosa e priva di dubbi, così sicura di essere I Interprete della verità religiosa e morale "porta la sua condanna in se stessa" e con ciò si vuoi dire "che per lei non c'è speranza di salvezza". A suo paragone, una grande peccatrice come Gertrude ha più sicure speranze di redimersi, perché dove c'è tormento, dramma interiore, c'è quell'insoddisfazione che dà al peccatore il senso del proprio limite, e quindi la possibilità di ravvedersi. E ricordare Gertrude non è fuori luogo. Mentre essa infatti è disinteressata nel dare aiuto a Lucia e prova una tenerezza sconosciuta nel farle del bene, tanto da farsi perdonare un poco persino le sue torbide curiosità per la storia in cui entrano I amore di Renzo e la passionaccia di don Rodrigo, donna Prassede si era messa in testa che Lucia, in quanto fidanzata di un poco di buono, qualche cosa l'avesse, e quando la conosce, anziché correggere questo pregiudizio, se ne convince sempre più... E sta qui la spiegazione della severità del moralista, che non applica nei confronti di donna Prassede un intellettualismo di tipo settecentesco, ma è perfettamente coerente con il cristianesimo autentico, che è indulgente verso i poveri di spirito, comprensivo nei confronti di chi pecca travolto dalle passioni, ma intransigente contro il peccato di superbia, il più grande dei peccati contro Dio, quello di Lucifero: e la presunzione è una specie particolare di superbia.

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