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Donna Prassede e Don Ferrante

Perfettamente individuati nelle loro singolari caratteristiche e nelle particolari circostanze ambientali, questi due personaggi ci appaiono tuttavia universali, la loro fisionomia ci appare già nota, tanto i loro atteggiamenti sono riscontrabili in persone effettivamente esistenti. Don Ferrante e donna Prassede hanno in comune una smisurata presunzione, la convinzione che solo ciò che è frutto del loro cervello sia giusto e degno di essere preso in considerazione.
Ma se la presunzione di don Ferrante assume forme di carattere quasi esclusivamente speculativo, e quindi non nuoce a nessuno, tranne che a lui stesso, quella di donna Prassede ha conseguenze di carattere pratico, si manifesta in una malintesa attività filantropica che richiede dei soggetti su cui agire, ovvero delle vittime.
Donna Prassede si è assunta, senza esserne assolutamente degna, il compito di fare del bene al prossimo, raddrizzandone le idee e modificandone il modo di pensare. Impegno lodevolissimo, se non fosse viziato alla base anzitutto da un sottile egoismo, che fa sì che il vero fine delle sue macchinazioni sia quello di procurare una soddisfazione, più che alla sua coscienza, al suo orgoglio e alla sua presunzione. Qualcuno potrebbe obiettare che il movente della generosità è sempre egoistico, perché nessuno darebbe se non per godere 1'intima soddisfazione che procura il sentirsi generosi, e che quindi, scavando nel profondo della coscienza di ciascuno di noi, non può trovarsi un impulso assolutamente disinteressato.

Anche ammesso ciò, comunque, resta, a rendere estremamente pericoloso l'atteggiamento di donna Prassede, la sua esasperata sicurezza di sé: il criterio di bene cui essa si adegua, e a cui pretende far si che gli altri si adeguino, è un criterio assolutamente personale e quindi, considerata anche la sua scarsa intelligenza e capacità di comprensione umana, assolutamente sbagliato. La donna si è messa in testa che Renzo sia uno scapestrato, e che quindi sia suo dovere far sì che Lucia si dimentichi di lui. Per fortuna, al giudizio sbagliato si accompagna una tattica sbagliata, che le impedisce di raggiungere il suo scopo. Il continuo parlare di Renzo in tono spregiativo, non può far altro che accrescere il dispiacere della povera Lucia, la quale non può che giudicare ingiuste le accuse a lui rivolte, e quindi non serve certo a mutare i suoi sentimenti verso il giovane.
Il disprezzo che il Manzoni ha per questo personaggio è evidente: alla fine del romanzo egli dirà di donna Prassede che "quando si dice che è morta è detto tutto".
Più simpatico, anche se atto fa suscitare un senso di ridicolo e di commiserazione insieme, è il marito di donna Prassede, don Ferrante.
Egli passa per un uomo di grande cultura, ma le indicazioni che il Manzoni ci dà sui suoi studi e le sue letture ci forniscono un significativo quadro della forma mentale, diffusa allora come adesso, dell'ignorante che si considera colto. Un capolavoro di umorismo è il soliloquio di don Ferrante riguardante le ipotetiche cause della peste, soliloquio che lo porta a concludere che la causa del contagio è da ricercarsi negli influssi delle stelle, e che quindi non è il caso di prendere precauzioni. L'assurdità del ragionamento è tanto più evidente in quanto questo non manca di una certa esatta concatenazione logica. Il personaggio e il suo argomentare hanno un loro significato anche ai fini di una critica di costume; sono una divertente satira di un mondo culturale ricco e in qualche modo suggestivo all'esterno; ma in gran parte vuoto e privo di contenuto. La fine di don Ferrante è, in fondo, decisamente patetica: vi è in
lui una certa onestà, malgrado tutto, una attestazione di una buona fede quasi commovente nel suo morire "come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle" per essere voluto restare fedele fino all'ultimo all'assurdità delle sue teorie.

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