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Don Rodrigo, "malvagio" o "ragazzaccio" ?

Nel Fermo e Lucia (tomo I, cap. V), padre Cristoforo, riflettendo sulle possibili vie d’uscita dalla precaria situazione in cui si trovano i due promessi, così giudica don Rodrigo: "Costui fa il tiranno, spaventa questi poveri foresi [campagnoli] che lo credono più potente che non è! E il cordone di San Francesco [l’ordine dei francescani, di cui i cappuccini sono una filiazione] ha legate altre spade che quella di costui..". Nella prima stesura del romanzo don Rodrigo è quindi esplicitamente qualificato come un mediocre e tale apparve anche a Francesco De Sanctis il quale, nel tracciarne un persuasivo ritratto, individua nel "falso punto d’onore" - motivo centrale del costume e dei rapporti fra le persone nel corso del Seicento, più volte denunciato e condannato dal Manzoni - il motivo della sua accanita persecuzione nei confronti dei promessi sposi. "Natura violenta e incolta [rozza], - scrive - guasta ancora più dalla falsa educazione e dalle male abitudini della sua posizione sociale. Non è già un tipo di malvagio, un vero contro-ideale. [...]La sua individualità è prodotta da un complesso di motivi storici. Egli è il nobilotto degenere di villaggio, l’antico feudatario che reputa tutto intorno, uomini e cose come roba sua, e cerca far valere il suo diritto con la forza, circondato di bravi. Il mondo non è lo più stesso, ci è lo Stato e la legge; ci è un’ombra di borghesia incontro a lui, il podestà, il console, il notaio, l’avvocato; questo lo rende ancor più cattivo, costringendolo a congiungere con la violenza l’intrigo e la corruzione. La sua vita non ha scopo; l’ozio rode in lui tutto ciò che di elevato v’avea posto natura e lo volge al male. Pesa su di lui l’atmosfera della sua classe. Ciò che lo spinge o lo frena è questa interrogazione: "Cosa diranno di me i miei pari?". Onde nasce il puntiglio, il falso punto d’onore, che lo rende ostinato in un primo passo, e cangia [cambia] la velleità in volontà, e lo tira di grado in grado sino al delitto. Le beffe del cugino e i ritratti de’ suoi antenati operano più in lui che la stessa sua libidine". Le linee fondamentali di questo ritratto non sono state sostanzialmente modificate da letture successive, se non per quanto riguarda l’improvviso e spaventato ridestarsi della sua coscienza dopo il tempestoso colloquio con padre Cristoforo, senza che questo, peraltro, segni l’inizio di un processo di redenzione, come accadrà per l’innominato. Cosi, per esempio, il Momigliano può affermare che "la sua grandezza artistica e la sua forza di suggestione, che si diffonde segretamente per tutto il romanzo, è proprio in quell’assoluta insensibilità morale, in quell’assoluta mancanza nonché di riflessione anche di pensiero, in quella prepotenza bruta e capricciosa, in quella vita d’istinto che non sa e non sospetta mai la propria amoralità, in quelle tenebre perfette illuminate solo per un lampo, e rese più sensibili, dalla profezia di fra Cristoforo precipitosamente troncata da una misteriosa paura.

Nei limiti in cui I promessi sposi sono il romanzo annunciato dal titolo, principalissimo agente a dargli moto è don Rodrigo, cioè la sua passione per Lucia. E come la modesta e privata vicenda degli sposi promessi pare poca cosa a chi ci si fermi più di quanto abbia voluto il Manzoni nel farle girare intorno tutte le vicende del secolo, e non meno che la terra, il cielo; così s’intende che quel primo nodo psicologico-narrativo, la passione di don Rodrigo, costituisce luogo ideale di appuntamento per i sordi alla voce vera del Manzoni, leggendo il Manzoni [...].

Un altro punto merita approfondimento, del personaggio di don Rodrigo; cioè, secondo le parole del Moravia, se egli sia un "malvagio" oppure soltanto un "ragazzaccio". A vedere meglio su questo punto, conviene muovere un po’ di lato, dal caso del conte Attilio; cugino, come si sa, di don Rodrigo, e "suo collega di libertinaggio e di soverchieria", com’è definito nella prima scena in cui distesamente compare, cap. V con riferimento a una precedente dove, non nominato e di striscio, interveniva a spronare irridendo la soverchieria e il libertinaggio dell’altro ai danni di una contadina Lucia, che rincasando si era trovata isolata dalle compagne. Così sappiamo dal racconto che della persecuzione subita fa Lucia fra le lacrime al fidanzato e alla madre, cap. III quando ormai la persecuzione è giunta a interdire le nozze. Non meno che a don Rodrigo, anche al conte Attilio è naturale ambiente il privilegio di sopraffazione che premiò con la nascita lui e i pari suoi, anzi, si direbbe, a lui più naturale che agli altri, come ai pesci l’acqua se partendo [...] a difenderlo, rifiuta anche il minimo d’ipocrisia che pur ci vuole (dirà l’oste della luna piena, cap. XV) per beffarsi delle gride. Tale imperversa nella scena che dicevamo, alla mensa di Don Rodrigo quando investe il podestà a raffiche di dialettica in materia di cavalleria e di politica senza prendersi affatto soggezione dei "feriali" degli antichi romani, che il podestà gli contesta; dove però non predomina davvero la soverchieria, come parve a qualche commentatore, parola troppo grave al Manzoni per usarla qui, giusta invece nel caso delle insidie a Lucia. Semmai, innocua soverchieria di quella strenua dialettica, propria dell’età più che della condizione sociale, che non s’innamora tanto della tesi, né di se a dimostrarla, da non divertirsi alle spalle di coloro, contro cui si esercita [...]. Nel conte Attilio che s’impanca a discutere diventa una specie di arte per l’arte: qualcosa di allegro che fa allegria e simpatia, nonostante la riprovevole tesi: "... violabile violabilissimo bastonabile bastonabilissimo"; qualcosa d’intelligente, nonostante gli strafalcioni in cui dà il piede senz’accorgersi: "Che hanno a far con noi gli ufiziali degli antichi Romani? gente che andava alla buona, e che, in queste cose, era indietro, indietro". Perciò, sta nella coerenza di questo difensore a viso aperto della soverchieria a viso aperto, di comportarsi da uomo navigato e sottile se appena le acque s’intorbidano. Non a caso l’altra scena in cui distesamente compare lo mostra tanto duttile quanto irruente fu allora, abile ad armi nascoste, quanto apparve sfrontato [...]; diciamo quando (cap. XVIII) nella ragazzata di don Rodrigo riesce a coinvolgere gl’importanti maneggi del conte zio, impegnandolo nel trasferimento a Rimini dell’unico protettore di Lucia, padre Cristoforo. E tuttavia, anche nell’aspetto di astuzia, come nell’altro di sfrontatezza, se ultimo avversario del conte Attilio è la legge morale, per intanto noi lo vediamo alle prese, allora col crasso e stupido podestà, adesso col crasso e stupido conte zio. Ragion per cui, un’altra volta, quel che predomina nella rappresentazione del personaggio non sono le sue qualità in quanto immorali, ma in quanto intelligenti agite con un’allegria che oltrepassa un’altra volta l’immoralità: arte per l’arte. È quel che i critici hanno sempre inteso, parlando del conte Attilio come di uno sbarazzino, un caposcarico, un ragazzone meno che un ragazzaccio; cioè, uno che agisce il male bensì, ma alleggerendolo nel garbo di disinvoltura con cui lo agisce. Chiarissimo personaggio, un interrogativo si pone anche per lui; sarà vero, come spiegano i critici, che tanta grazia, quasi innocenza nel male, nasce da una parentesi d’indulgenza che gli riserbi il Manzoni? quasi una sospensione, a suo profitto, del giudizio religioso-morale. Beninteso: non che nel gran romanzo il giudizio religioso-morale sia davvero così rigido, schematico, da togliere alla fantasia, senza cui fantasia non sarebbe, il gusto della contemplazione disinteressata, che trascenda in ritmo le cose, di cui compone il suo ritmo. Ma si tratta sempre e comunque di una fantasia, che fa fantasia non di altro che del giudizio religioso-morale; perciò riesce così strano il caso del conte Attilio: perché, mentre da una parte sembra concepito del tutto fuori dal rigorismo etico del rimanente, quasi una smagliatura nel complesso dell’opera, d’altra parte stonatura non fa, risultando invece una delle note più generalmente ammirate fra le minori del romanzo. Tanto più si pone l’interrogativo, nei seguenti termini: come si lega la leggerezza con cui è trattato il personaggio, alla patetica e severa coerenza dell’insieme?Qui va detto, che il personaggio del conte Attilio non esiste nel romanzo per conto suo, né legato genericamente alla trama (il caso del conte zio, di don Ferrante), ma sempre ed esclusivamente legato al personaggio del cugino Rodrigo: dalla prima battuta, quando ride dell’esito infelice di colui all’approccio di Lucia, all’ultima, quando nel cap. XXXIII è don Rodrigo a recitargli ridendo l’elogio funebre. Occorre dirlo? Fra i due, il protagonista è don Rodrigo, non soltanto nella macchina esterna del romanzo, a cui Attilio rimane marginale anche l’unica volta che agisce, essendo ormai inutile ai pini della vicenda il trasferimento di padre Cristoforo dal paese, quando Lucia si trova a Monza, in convento. Ma protagonista fra i due è don Rodrigo, soprattutto per il tono di colore che lo dipinge, cupo, cruccioso, nei suoi limiti vertiginoso di dentro, lo stesso colore che dipinge l’innominato, Gertrude. Nella coppia che inseparabilmente, ogni volta che appare, il conte Attilio forma con don Rodrigo, i suoi toni leggeri adempiono dunque la funzione di chiaroscuro: lui ilare perché risalti il rovello dell’altro, intelligente e duttile per fare l’altro più chiuso, più rozzo. Ogni cosa che fa e dice Attilio, è per suggerire il modo diverso che Rodrigo terrebbe. Certamente, non si verifica l’inversa, cioè il personaggio di don Rodrigo non vive affatto in funzione esclusiva del cugino, antagonisti possono essergli di volta in volta Cristoforo, l’innominato, il Griso: Cristoforo, suo limite dalla parte di Dio, l’innominato, dalla parte del male, il Griso, che trasformandolo a sua volta da oppressore in oppresso, lo fa disponibile con altro animo al messaggio della Grazia. Tuttavia quando si trova col conte Attilio, il chiaroscuro che ne riceve significa questo: che di tutto quanto don Rodrigo fa e dice, misura della sua dismisura può sempre porgerla la diversa personalità del cugino. Si caccerebbe egli là, dove don Rodrigo s’impegola di nuovi guai per disbrogliarsi dai primi? Arriverebbe a farsi suddito dell’innominato, chi sa praticare tanto bene col conte zio le arti del mondo? Uomo anch’egli di libertinaggio e di soverchieria, mai comunque lo vediamo in funzione di capo-banda impartire ordini briganteschi ai suo bravi; anche il brindisi funebre, grossolana e tetra buffoneria di stravizio, che gli recita don Rodrigo, può darsi (in teoria) che quel caposcarico gliel’avrebbe recitato lui a sorti mutate; certo è che del conte Attilio non sapremmo immaginarlo consegnato alla pagina con quella rudezza sbrigativa che lo aggrava in finzione d’imparzialità, ghigno a introdurre la scena che segue, don Rodrigo e i monatti. [...]Tutto ciò, che dipinge nel conte Attilio i toni chiari che fanno scuri i toni di don Rodrigo, costituisce quella che i critici dicono la superiorità del primo sul secondo. Ma il punto è qui: che genere di superiorità, fuorché sul piano d’intelligenza, sul piano mondano? Cioè il piano, che allo sguardo religioso del Manzoni rappresenta il negativo per eccellenza; nel conte Attilio sotto specie d’irresponsabile forza giovanilmente animale. A tanto è scaduta la forza vitale, ammirata come motrice della Storia nelle tragedie!Perciò stesso, la fantasia dell’artista può liberarsi ora, quasi in parentesi d’indulgenza, a carezzar lo spettacolo; [...] come nel caso della codardia di don Abbondio, fatta parimenti in tutto il romanzo divertimento e spettacolo. Sul dato bensì della condanna morale, in don Abbondio diretta ed esplicita, nel conte Attilio riserbata a colui, del quale è chiaroscuro, ricevendo in ciò completamento l’uno dall’altro. [...]Tornando ora a don Rodrigo, tanto meno disinvolto e intelligente nelle cose del mondo, la sua superiorità sul conte Attilio sta dove la sua debolezza, nel complesso d’inferiorità che lo impaccia e ingoffisce con tutti: perfino con gli antenati nei ritratti perfino con gli amici suoi eguali, perfino col podestà, in certa guisa suo sottoposto "- Sapete, cugino -, disse guardandolo, meravigliato, il conte Attilio, - sapete, che comincio a credere che abbiate un po’ di paura? Mi prendete sul serio anche il podestà" (cap Xl)Che cos’è infatti codesto complesso d’inferiorità, codesto prender sul serio i minimi ostacoli, codesta paura? Diremo che è un non sentirsi chiamato a compiere il male con la stessa pienezza di vocazione (di convinzione cioè) con cui vi si gettò a capofitto l’innominato, con cui lo pratica disinvolto il conte Attilio. Qualcosa esiste in don Rodrigo, che non esiste nell’irresponsabilità del cugino: se non proprio una presenza, il sentimento di un’assenza; che egli bensì non accetta di riconoscere, ma per farsi forte a resisterle, deve invocare contro a lei quell’immagine di se che gl’impongono gli altri antenati dai ritratti [cap. VII], beffardi amici a Milano [cap. XVIII]. [...]Malvagio dunque, o niente più che un ragazzaccio, il personaggio di don Rodrigo? All’esame di quale risulta nel concreto dell’opera, si vede quanto riescono infantili, in un’arte del genere, le categoriche classificazioni del genere: definizioni di un moralismo bensì, ma da libro di lettura. In verità, il mondo etico-religioso del Manzoni, o diremo più accessibilmente la sua sapienza psicologica, è troppo ricca e sottile, troppo complessa e sfumata, perché in ogni "malvagio" egli non ravvisi qualcosa, su cui potrà sempre far leva la Grazia, per trasformarlo in un Santo. Questo solo va aggiunto concludendo: se don Rodrigo appartiene alla famiglia dell’innominato, di Gertrude, non è soltanto per il cupo colore usato a dipingerlo; più e meglio, è per quanto di appassionato a suo modo fa in lui quel colore, e non importa che sia il modo della tetra presunzione e goffaggine. Ribelle violentemente al "Verrà un giorno..." di padre Cristoforo [cap. VI], non sordo però, che non gli possa esser rivolto, e fermentare lungamente in superstizioso terrore; e padre Cristoforo fargli scorta infine sull’ultimo passo. Perciò il suo giaciglio di morte, meglio della capanna in cui Renzo ritrova salva Lucia, diventa quasi il centro visibile della giustizia di Dio quale si attua nel lazzaretto; centro il lazzaretto a sua volta di ciò a cui approdano tragicamente gli errori, le bestemmie del secolo. Sennonché, accanto a lui inconsapevole, la preghiera begl’innocenti sue vittime, Renzo e Lucia, chiude non meno visibilmente il cerchio della Sacra Rappresentazione, in cui consiste il romanzo. Nel segno della misericordia o del castigo? Inaccesso mistero della Grazia, a cui gli animi religiosi s’inchinano, e anche esser castigo, giunti a questo punto, è misericordia. [...]Per tornare un’ultima volta al confronto fra i due cugini: inferiore al conte Attilio d’intelligenza nelle cose del mondo, la superiorità di don Rodrigo è della specie per cui nell’Apocalisse, perfino i freddi nonché i ferventi sono inalzati sui tiepidi, i freddi, che irrigidendosi nel no che oppongono a Dio, lo testimoniano nell’atto stesso che si fanno grandi a negarlo.

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