Tema sulla personalità del Conte Attilio

Il conte Attilio che il Manzoni ci presenta definendolo “un certo conte Attilio”, è collega di soverchierie e in libertinaggio, di don Rodrigo. Ha tuttavia alcune qualità per le quali emerge; ha qualcosa di inconfondibilmente suo: un’aria scanzonata e una superbia esclusivista, ignota a don Rodrigo. Questa superbia che lo porta a guardare tutti dall’alto in basso, come da un posto di privilegio, gli consente di farsi valere con astuzia sopraffina e talvolta con volgare banalità. Quello che importa è riuscire: giusto o malvagio lo scopo, non importa. Cinico e freddo, egli è al di fuori di ogni legge morale. Lo si può osservare in tre momenti distinti: alla tavola di don Rodrigo; in un colloquio confidenziale col cugino; in colloquio con il conte zio. Già prima lo incontriamo a fianco del cugino, quando questi pone gli occhi cupidi su Lucia, ed egli lo incoraggia, stuzzicando il suo amor proprio ed accollandosi poi la non lieve responsabilità di sostenerlo e di spingerlo nello “sporco impegno”.
Alla tavola di don Rodrigo, dove siede col podestà di Lecco, con il dotto azzeccagarbugli e due sconosciuti, fa il saputo ed il superbo; ma il podestà con un’insistenza tenace gli tiene testa. Si battono per uno stupido prestigio, quello di mostrare chi ne sa di più in merito alla guerra che si sta combattendo: Attilio è forte per il più solo della presunzione che gli viene dalla nascita, che per il sapere. Egli crede d’avere ragione e di poter urlare perché è un signore: ed i signori per lui hanno sempre ragione.
Nonostante tutto, Attilio, appena la mattina di san martino saprà dei fatti della notte, “da lui ascoltati, come ci dice il Manzoni, con più serietà che non ci si sarebbe aspettati da un cervello così balzano”, si fa solidale con don Rodrigo e pensa subito che il frate abbia messo lo zampino nell’accaduto. Udito del colloquio avuto col padre Cristoforo, rimprovera il cugino di averlo lasciato andare così come era venuto e, dice, “lo prendo subito sotto la mia protezione e voglio aver la consolazione di insegnargli come si parla coi nostri pari”. Manterrà la promessa: lo sostiene in questo non tanto l’amore e la solidarietà per il cugino, quanto lo spirito di casta al quale è tenacemente attaccato, e l’orgoglio del nome. Il superbo e lo scanzonato del banchetto compirà egregiamente l’impresa alla quale s’impegna, E don Rodrigo sarà servito.
L’arte di far apparire le cose false come vere, è in lui sopraffina; incassa, disinvolto, ma tira dritto; gira la posizione e si permette la calunnia iniqua contro il povero frate; un frate cui preme troppo una ragazza, che voleva farla meritare assolutamente. E poi a chi? Ed ecco che il conte attilio scopre le sue migliori carte puntando prima su Renzo, che con quella sua scappata a Milano ha ormai la fama di malandrino e di sobillatore; e poi sul prestigio del casato: questo frate, dice, cozza continuamente con don Rodrigo il quale è così stufo delle sue villanie, che ha più voglia di farsi giustizia da sé.
Il vecchio e conquistato, e Attilio, canaglia consumata, può lanciare l’idea che aveva in mente fin da principio: ora tocca allo zio metter apposto tale situazione paesana per non complicare e allargare ancora le cose. E forse il miglior ripiego è quello di allontanare il frate. Lo zio respinge il suggerimento, ma poi inviterà il padre provinciale a pranzo e il povero frate sarà mandato a Rimini.

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