11 colloquio tra il cardinal Federigo e don Abbondio

Due personaggi ben diversi tra loro si trovano l’uno di fronte all’altro, e, dal contrasto, traggono in vario modo nuove note al completamento del loro carattere. Don Abbondio ribadisce, direi ufficialmente, gli aspetti tutt’altro che encomiabili della sua natura, abbarbicandosi ferocemente e, quello che più meraviglia, con una certa convinzione, agli egoistici capisaldi, che hanno orientato e guidato tutte le azioni della sua vita; il cardinal Federigo, dal canto suo, fornisce di sé un’immagine più. completa, più chiara e solare, aggiungendo qualcosa di decisivo e di definitivo a quanto già sappiamo di lui.
Il Cardinale, infatti, nel suo colloquio con l’Innominato, si era trovato di fronte ad una persona che, per proporzioni morali ed umane, non gli stava indietro, anche c un destino ben diverso ne aveva scandito, fino a quel tilomento, il ritmo dell’esistenza. Era un’anima che chiedeva, di propria elezione, la parola che vivifica, e che nel profondo del cuore era già preparata a ricevere.

Qui, invece, l’interlocutore è un religioso, che non riesce ad avere un’idea chiara dei doveri della propria missio ne, che è cieco e sordo ad ogni argomento, ed è loquace ,oIo per avanzare le proprie difese, tutte fondate su considerazioni utilitarie ed egoistiche.
Ma la logica dell’amore, dell’abnegazione e della santità non può conciliarsi con la logica della paura, dell’egoismo i wrsonale, della pusillanimità. I due parlano veramente due linguaggi diversi, desti. nli a non convergere mai. Don Abbondio, bruscamente ‘rpreso che il Cardinale non intenda le ragioni del suo ojerare, porta tre argomentazioni, che si risolvono tutte nel motivo della paura, e, più particolarmente, la minacrin della sua incolumità personale (« Sotto la pena della vita, m’hanno intimato di non far
quel matrimonio »), il pericolo che gli proviene da un potente e prepotente sipoore (« E’ un signore quello, con cui non si può né vincerla nè impattarla »), e infine, quando non sa più uome cavarsela, la famosa frase conclusiva: « il coraggio uno non se lo può dare >>.

Forte di questi fallaci argomenti, non recede di un passo dalle sue posizioni e rimane fermo nella convinzione che, se torto c’è stato da parte sua, la difficoltà della situazione fornisce già per sè stessa un valido elemento a discarico. Il Cardinale ricorre alle Sacre Scritture, parla di martirio per il trionfo della fede, di missione del sacerdozio,dei sacrifici che esso può compo1tare, di esempio, di al truismo, di umanità: invano. Il nostro curato ha bensì la sensazione di respirare in un’atmosfera nuova, « come un pulcino negli artigli del falco.. », ma non vuole nè sa capire, e tanto meno si convince della propria colpevolezza. Il Santo Porporato passa poi d accuse più dirette, e mette in rilievo, in tutti i suoi aspetti più evidenti, l’indegnità dell’operato di don Abbondio, che, per paura, si è fatto ministro di iniquità, rifiutando di compiere uno dei suoi primi doveri, quel d unire due giovani in matrimonio. Ma neppure da queste più esplicite e circostanziate argomentazioni egli si lascia scuotere, e si svia invece e si perde dietro a pensieri stizzosi nei riguardi delle donne «chiacchierone», e in apprezzamenti poco riverenti verso la persona stessa del suo autorevole interlocutore. Quando poi il Cardinale gli fa notare che avrebbe senz’altro dovuto riferire a lui, suo superiore, quanto stava accadendo, egli si accorge, con stizza e meraviglia, che quello era proprio il parere datoli da Perpetua. Ma don Rodrigo sempre vivo, e questo pensiero basta a tenerlo in iscacco e ad anncbbiargli la mente.

Egli si sente vittima di continue ingiustizie, e nor sospetta che il suo peggior nemico è proprio annidato dentro di lui, ed è la sua sconfintata paura. Questo colloquio continuerebbe all’infinito senza possibilità di reciproca comprensione, se il cardinale, avendo compresa l’estrema debolezza mqra1e dell’individuo che ha di fronte, non ne sentisse compassione, e, in un im pulso fraterno, non si avvicinase a lui, nell’intent di restituirgli la tranquillità che il colloquio gli avev tolta.Egli passa così dal tono deciso di colui che, nella sua veste di pastore di anime, ha l’obbligo di riprendere gli errori e gli smarrimenti dei suoi sottoposti, a una « gravità compunta e pensierosa »; e infine, con sublime carità e abnegazione, compie davanti a don Abbondio un atto di umiltà, esortandolo a rimproverargli eventuali sue colpe e confessandosi a lui. Vorrebbe annientarsi, scendere al livello del suo sottoposto, per dargli la piena convinzione di trovarsi accanto ad un fratello ansioso della sua sorte, più che di fronte ad un superiore, cui rendere conto delle proprie azioni: per poter finalmente risvegliare, nell’anima addormentata del curato, la voce del rimorso.

Quello che non gli era riuscito con le alte argomentazioni, egli raggiunge con l’umilt, con la dedizione assoluta di sè stesso, con il suo fulgido esempio di carità. Quando l’Uomo di Dio pronuncia le parole più alte che amore cristiano abbia mai suggerito, don Abbondio, finalmente, china il capo avvilito e confuso, e fors’anche pentito. Solo allora lo « stoppino umido e ammaccato » finisce col bruciare alla fiamma della grande torcia. Ma don Abbondio non esce convertito dal colloquio, perché l’ombra di don Rodrigo si leva enorme e minacciosa tra la sua persona e la via del dovere.

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