Genius 5451 punti

Pessimismo mondano e ottimismo provvidenziale
Amaro pessimismo rispetto alle cose del mondo, questo in sostanza l’atteggiamento da cui muove di romanzo, e [.. . ] mai ne deflette; per questa parte, proprio nell’Adelchi, dove morendo sconfitto altra consolazione il protagonista non sapeva porgere al padre e a se stesso:

Godi che re non sei, godi che chiusa all’oprar t’è ogni via...

E se qualcosa di men negativo poteva rivolgere il coro con disperata dolcezza a quell’altra sconfitta, Ermengarda, immortalmente travagliata dalle speranze terrene, era a prezzo di strappargliele:
fuor della vita è il termine del
lungo tuo martir;

cioè incorandola alla medesima abdicazione dalle cose di giù, a cui era arrivato il Carmagnola nella tragedia precedente: quando sul punto di muovere innocente al patibolo si vietava di tornare ancora ad "affacciarsi alla vita", come cosa che il pensiero della morte, nonché un suo gelido tocco, subito cancella. "Dov’è silenzio e tenebre / la gloria che passò"; ma non soltanto la gloria, tutto quanto qua giù è "silenzio e tenebre", il negativo, il nulla assoluto, al confronto delle ragioni che costituiscono l’ultimo approdo di Napoleone, come del Carmagnola, e di Ermengarda, di Adelchi. Nessun modo dl fare unità del due mondi che reciprocamente si elidono, il mondo della Storia il mondo di Dio, impensabile un intervento provvidenziale che sani il contrasto fuorché abolendo con uno dei due termini la necessità d’intervenire: trasportare nel mondo di là tutti i valori, e in loro nome far leva contro il mondo di qua [...]. Ripetiamo, bene sta accentrare il poeticamente vitale dei Promessi sposi dalla parte del pessimismo di Adelchi; ma con juicio, sennò sorgono dubbi. Per esempio: come nacque la vulgata interpretazione del romanzo stucchevolmente ottimista? Oppure: com’è che leggendo non si avverte la contrapposizione che dovrebbe risultare, fra la zona del romanzo dove si afferma la pessimistica considerazione del Vero storico dall’angolo visuale di Dio, e le zone dove invece si afferma l’ottimismo intenzionale l’idealismo del cuore? Nella diversità anzi contrasto degli atteggiamenti lì e costi riscontrabili, quale dunque il principio motore che permette la loro trascolorante unità? Unità del tono bensì, ma da nient’altro può derivare, fuorché da un atteggiamento interiore che contenga gli atteggiamenti fra loro nemici, e ne componga il dissidio. Pressappoco negli anni del Carmagnola e dell’Adelchi, un altro dei nostri grandissimi per cui la poesia fu un modo di cercare la Verità, il Leopardi, ribellandosi in nome del nulla alla Natura che gli teneva il posto di Dio, era arrivato anche lui a rifiutare la Storia; testualmente nella Sera del dì di festa (1820):Tutto è pace e silenzio, e tutto posa il mondo, e più di lor non si ragiona...cancellato il fragorio "di que’ popoli antichi", tranne nell’eco che si lascia dietro prima di spegnersi, e che soltanto perciò viene dolorosamente seguita, perché eco e si spegne. Oppure, coincidenza ancora più puntuale, rileggete del Leopardi il primo dei Pensieri accolti postumi nell’edizione fiorentina delle Opere, 1845: "Dico che il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene,>, ecc. Pari pari la sentenza messa in bocca a Renzo nel cap. XIV dei Promessi sposi, circa il buon volere del re e di "quelli che comandano" affinché "i birboni fossero gastigati; ma non se ne fa nulla, perché c’è una lega"; sentenza sorridevole come l’esprime il personaggio, non tanto però, che non contenga in succo tutta l’esperienza del mondo sociale patita dal giovine inesausto a credere, a voler la giustizia. Succo amaro anzitutto al Manzoni, talché non è arbitrio rileggervi in filigrana il disperato pessimismo di Adelchi morente:

... Una feroce

forza il mondo possiede, e fa nomarsi
dritto;

consentaneo a sua volta con altri luoghi del Leopardi, per esempio quei versi della Palinodia (1835):
Sempre il buono in tristezza, il vile in festa sempre
e il ribaldo...

Oppure, dello stesso Leopardi nello stesso Pensiero, vedete la differenza segnata fra ciò che vi è d’inerme, di senza presa sui terzi, anche nel coraggio dell’uomo da bene, in confronto a un birbante anche pauroso: "perché le vie dell’uomo coraggioso e da bene sono conosciute e semplici, quelle del ribaldo sono occulte e infinitamente varie". Che richiama la malfidata sospensione di don Abbondio, nel cap. XXIV dei Promessi sposi, fra le benefiche disposizioni del cardinale arcivesco in pro di Lucia, e la rabbia vendicativa che ne conseguirà in don Rodrigo deluso: "Quelli che fanno il bene, lo fanno all’ingrosso (...); ma coloro che hanno quel gusto di fare il male, ci mettono più diligenza, ci stanno dietro fino alla fine, non prendon mai requie", ecc. Luoghi topici del romanzo, espliciti nella direzione indicata, tanto fermo si appunta lo sguardo del Manzoni a cogliere ciò che di negativo s’impasta nell’uomo a farlo uomo. "Che carattere singolare, eh?, tale il commento agrodolce sull’oste del cap. VII, amico a parole dei galantuomini, dei birboni in atto pratico; e nel cap. XXIV, in tali termini la bonaria Agnese scusa il comportamento di don Abbondio dopo essersene sfogata col cardinale: "non lo gridi, perché già quel che è stato è stato; e poi non serve a nulla: è un uomo fatto così: tornando il caso, farebbe lo stesso". Cioè, senza accorgersi di affermarlo chiuso irrimediabilmente alla voce di Dio, cioè senza forza per raggiungerlo la voce di Dio. Più sottilmente disperato e disperante sulla natura dell’uomo ricordate nel cap. X il "così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano", a proposito della "tenerezza in gran parte sincera" che prova il principe verso la figlia Gertrude nell’atto stesso che trionfa di averla moralmente costretta a collaborare con lui per sacrificarla; e nel cap. XXV, a proposito dei paesani che si offrono a proteggere Lucia e Agnese, adesso che le assiste la presenza del cardinale, quel proverbio perfino acre a forza di amaro, in aspetto di arguzia: "volete aver molti in aiuto? cercate di non averne bisogno,>. Ovvero lì stesso, a proposito dell’indignazione di coloro contro don Rodrigo, intera solo quando il tiranno è sconfitto: "... perché gli uomini, generalmente parlando, quando l’indegnazione non si possa sfogare senza grave pericolo, non solo dimostran meno, o tengono affatto in se quella che sentono, ma ne senton meno in effetto". Una sentenza, che spinge ben addentro il pessimismo mondano del Manzoni più in là di dove i don Abbondio dànno ragione alla forza sapendo che "non si tratta di torto o di ragione; si tratta di forza" (cap. Il); lo spinge dove, a loro insaputa, chinando il capo a subirla, l’accettano almeno in parte come ragione. E quanto ai tradimenti perpetrati contro il Vangelo: "una sapienza così antica, e sempre nuova", commenterà l’autore nel cap. V alla sentenza dell’Azzecca-garbugli, che altro vale predicato sul pulpito, altro si applica nelle dispute cavalleresche; cioè mettendo in rilievo, in quel caso non più di oggi, una blasfema condotta che è di allora e di sempre. Infine, dal recinto della coscienza a tu per tu con se stessa, uscendo di nuovo alla vita di relazione con gli altri, potrebbe bastare il commento, endemico 2 in tutto il romanzo, esplicito nel cap. VIII a proposito di don Abbondio oppressore in veste di vittima, e Renzo vittima m veste di oppressore: "Così va spesso il mondo... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo". Più stringente dove il romanzo si costruisce come storia di signori e di poveri, il "Mala cosa nascer povero>, di Perpetua a Renzo nel cap. 11; che anch’esso affiora molte volte più o meno variato nel corso del romanzo. In bocca all’oste del cap. XV, arrovellato contro Renzo, in realtà contro se stesso che soggiace a collaborare coi birri per perderlo: "Lo so anch’io che ci son delle gride che non contan nulla (...). Ma tu non sai che le gride contro gli osti contano"; l’impaurito don Abbondio nel cap. XXIV: "I colpi cascano sempre all’ingiù; i cenci vanno all’aria"; Agnese nello stesso capitolo: "I poveri, ci vuoi poco a farli comparir birboni", a cui il cardinale consente: "È vero pur troppo ".Nella situazione narrativa propria del romanzo, sono tutti sviluppi deducibili dal pessimismo che suggerì al Leopardi il Pensiero citato di sopra. Non basta ancora; più in là della zona dove l’uomo si arrabatta con la sua coscienza e col prossimo, ricordate la frase di Tonio appestato, nel cap. XXXIII: "A chi la tocca, la tocca", ermetica di cupa sfiducia in nessuna Provvidenza regolatrice delle cose del mondo, che non sia quella che nel Bruto minore (1821) fu detta "la ferrata / necessità", e il "cieco / dispensator de’ casi" nell’Ultimo canto di Saffo (1822):

... i destinati eventi

move arcano consiglio. Arcano è tutto,
fuor che il nostro dolor...

Coincidenze innegabili, da sorprendere a primo colpo chi sia solito mettere ai poli opposti il credente Manzoni, l’ateo Leopardi; uniti invece, come nel pessimismo mondano (anche il Manzoni), così nell’energia moralmente attiva che ne porge la spinta (anche al Leopardi), trattenendoli "dall’abbandonarsi alla provvisoria euforia delle illimitate speranze, alla commovente ma anche sprovveduta e ben presto disarmata fiducia nelle magnifiche sorti progressive". Son parole di un altro studioso recente, Lanfranco Caretti, che per codesta via dichiara il senso positivo che assume l’esperienza religiosa del Manzoni perché non chiusa "nell’accettazione rassegnata delle contraddizioni e del male del mondo"; e sembrerebbe contraddire le deduzioni dei sopra citati, se non si trattasse di una positività, diciamo così teleologica, che lascia sussistere il suo contrario, anzi proprio nel suo contrario si attua. Precisamente come nell’ateo Leopardi. Tuttavia, indipendentemente dalla carica attiva che un tale pessimismo contiene nell’uno e nell’altro, e tenendoci sul piano dove pessimismo si afferma, balza agli occhi che l’autore dell’Adelchi è quasi a un parto l’autore della Pentecoste, in cui, testimoniata dalla Storia, la Chiesa è storia pur essa; lì la molla per cui nella Pentecoste le antinomie drammatiche dell’Adelchi si ricomponevano in unità, addirittura trionfale nello slancio di preghiera in cui culmina l’inno. In altre parole: il Manzoni non dice di no al mondo in nome del nulla, come il Leopardi, lo dice in nome di Dio, ferma realtà che sta oltre quella fuggevole del mondo nemico, però come un Assoluto che in tanto è Assoluto, in quanto già nel mondo che lo nega vige nascosto. Tale e non altro il fondamento su cui poggia l’universo lirico-ideologico del Manzoni; e certo, il suo pessimismo mondano non resta meno pessimismo perché si sublimi di abdicazione in Dio, e fra le lacrime del mondo di qua trovi forza di affisarsi nel mondo di là, dove non avran più luogo le lacrime. La provvidenza è Provvidenza anche se, nelle vicende terrene, sembri non curare i "poveri tribolati"; come dice Lucia con strenua logica nel cap. XXXVI, a proposito della sorte riserbata da Dio a don Rodrigo: "S’io fossi morta quella notte, non gli avrebbe dunque potuto perdonare?" Religiosità "tragica e apocalittica", definisce il Bàrberi-Squarotti. Sennonché, codesta fede eroica e quasi disumana, dopo averla contemplata con occhi fermi nella folta parte del romanzo dove trionfa il male, il Manzoni fa come se la chiudesse in fondo a se stesso; e negli umili personaggi della favola indulge a un senso della Provvidenza quasi in misura umana, adatta al debole cuore che ama consolarsi di una Provvidenza, che ci sia materna anche qua giù, nelle traversie della vita [...].Nascono così i luoghi del romanzo che abbiamo detto, dove i guai non infierisco no contro Renzo e Lucia, senza svoltare in un modo o nell’altro a buon esito, concludendo tutto per il meglio. La Provvidenza, di diretta assistenza ai suoi buoni, come il cuore vorrebbe, conduce questa parte del romanzo, il quale perciò poté assumerne aspetto di un manuale di edificazione religiosa, ben altra cosa dal poema religioso che è e anche chi, come il Momigliano, non patì mai dubbi ad ammirarvi un’opera di alta poesia anziché di oratoria (così si disse), cioè di parenesi chiesastica, definirlo "l’epopea della Provvidenza". [...]Materna Provvidenza, in verità poco atta a metter pace in quel tormentato esaminatore di codesti problemi che è il credente Manzoni; il cui animo in proprio, anche sotto il molteplice impasto di pensieri l’uno nell’altro sfumati, che forma il non so che divino dei Promessi sposi, non saprebbe non riconoscersi nelle parole con cui nel Fermo e Lucia, tomo IV, cap. IX, scioglieva le ultime difficoltà dei protagonisti come vendere i loro beni in quel di Lecco prima di emigrare nel Bergamasco: "... ma la fortuna - non osiamo dire la provvidenza - la fortuna che voleva favorirli in tutto, come uno scrittore che voglia terminar lietamente una storia inventata per ozio, trovò un ripiego anche a questo". Insomma, poco s’intende del romanzo, a non tenere ben fermo che la sua impostazione ottimistica, dove la fortuna non è fortuna ma Provvidenza, se sicuramente vi opera non soltanto nella struttura esterna, non ismentisce l’opposta, a cui accanto convive; la quale è di peso tanto maggiore a stabilire il tono che risulta dalla mistione dei due, in quanto la parte ottimistica è favola: "una storia inventata per ozio", l’altra invece, dove più apocalittica, è materiata di Storia. La Storia, il Vero, sempre oggetto di serissima e quasi affascinata meditazione da parte del Manzoni, non ai margini, nel centro più centro del suo universo poetico. Così, sarà il ragazzesco Renzo, in chiusa del romanzo, cap. XXXVIII, ricapitolando i tanti guai passati, a proiettarli sullo schermo di un’idea del mondo in tutto fiduciosa e ottimistica [...].Più attinente all’immediato contesto, nell’idea fiduciosa del mondo che spira dalla ricapitolazione che fa Renzo, non di questo o quel guaio, ma di tutti i possibili avvenire alla luce dei passati, basti a noi individuare l’idea di provvidenza da cui arretrava il Manzoni nel luogo citato del Fermo e Lucia, e preferiva dire fortuna, una Provvidenza che assiste i buoni figliuoli anche nel mondo, per lo meno entro i limiti che all’uomo di abitudini temperate, travalicarle una volta (si legge nel cap. XIV) "gli serve di scola". È la più fine, meditativa Lucia a spingere lo sguardo oltre i limiti dove l’esperienza di Renzo rimane pur vera: "non che trovasse la dottrina falsa in se, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa". Moglie affettuosa, e creatura semplice anche lei, non teologa ex cathedra è, ella suggella la sua obiezione "soavemente sorridendo"; un sorriso che dice più dell’affetto al marito, dice la non passiva sommessione a Dio, carattere costante del personaggio. Ma nella sua obiezione, in cui sono rievocati i guai che vennero non provocati a cercarla, si esprime niente più e niente meno, in persona propria e nient’affatto per antìfrasi, il pessimismo mondano che fece dramma l’idillio all’ombra di Santa Madre Chiesa, che poteva essere il romanzo: i guai vengono anche agl’innocenti e pii, senza fine visibile oltre la pena che dànno. E sì, la conclusione trovata insieme da marito e moglie dopo lungo dibattere risolve provvidenzialmente entrambi i casi: i guai a cui si è data cagione, mercé la teoria dell’ammaestramento trovata da Renzo, e quelli a cui non si è data cagione, mercé "la fiducia in Dio" la quale "li addolcisce, e li rende utili per una vita migliore". Ma che cosa significa la seconda parte della conclusione? Significa il rifiuto di fare condizione della fede una Provvidenza che agisca anche nel mondo sollecita dei poveri tribolati, e senza chiedere il perché del male che vi trionfa, aiutarsi a sopportarlo col guardare più in là di quel trionfo blasfemo.

Registrati via email