Alessandro Manzoni (1785 - 1873)
••• La vita
Figlio di Pietro Manzoni e Giulia Beccaria. Suo nonno è Cesare Beccaria. I genitori si separano e lui viene educato nei collegi, ricevendo un’educazione classica, ma non ama la vuota forma religiosa di quei luoghi. A sedici anni esce dal collegio e le sue idee sono razionalistiche e libertarie. Entra nel circolo di cultura di Milano frequentando Monti e Foscolo. Scrive molte opere secondo il gusto classico dell’epoca. La madre si era trasferita a Parigi dal nuovo compagno Carlo Imbonati e alla morte di questo, quando la madre resta sola, Manzoni decide di raggiungerla e stringono un forte rapporto affettivo che segna profondamente le sue opere successive. Entra in contatto con gli “ideologi”, un gruppo di intellettuali che conservavano le idee illuministiche. Tra questi vi è soprattutto Fauriel con il quale diventa molto amico e si scambia molte lettere. Le posizioni liberali e il rigore morale degli ideologi formavano le idee di Manzoni. Viene in contatto con gli ecclesiastici giansenisti e questo incide anche sulla sua conversione religiosa. Il periodo del ritorno alla fede cattolica era interiorizzato in Manzoni e quasi mai esplicitato. In questo momento cominciano anche le prime crisi nervose che saranno sempre più frequenti fino alla fine della sua vita. Quando torna definitivamente a Milano, il modo di vedere la realtà era profondamente cambiato dalla fede cattolica. Questo cambio di prospettiva si ha anche nelle opere, dal momento che Manzoni abbandona vari progetti di poesia classica scrivendo gli Inni sacri, aprendo la strada a opere più romantiche, con interessi storici e religiosi (Promessi Sposi). Si avvicina al movimento romantico milanese seguendone attentamente gli sviluppi ma non polemizza con i Classicisti, declinando anche l’invito a collaborare al Conciliatore. Segue con spirito patriottico e unitario gli avvenimenti del 1820 ma non partecipa attivamente e non è neanche toccato dalla dura repressione austriaca che segue. Questi sono per lui gli anni più creativi e scrive odi civili, tragedie, le prime stesure di Fermo e Lucia, la Pentecoste e altre opere.

Quando pubblica i Promessi sposi nel 1827 termina il periodo creativo. Si distacca totalmente dalla formula del romanzo storico e abbandona tutti i tentativi poetici. Considera la poesia come una falsità e lavora per anni alla terza e ultima edizione dei Promessi sposi (1840). In questo periodo deve affrontare molti lutti: la madre, la moglie e parecchi figli. Ma la sua fama cresceva vertiginosamente e il romanzo veniva continuamente ristampato. Durante le Cinque giornate di Milano segue indirettamente ma con entusiasmo gli eventi e scrive l’ode patriottica Marzo 1821. Nel 1860, formato il Regno d’Italia, è nominato senatore e pur essendo profondamente cattolico è contrario al potere temporale della Chiesa e vuole Roma come capitale (vota prima da Torino a Firenze e poi da Firenze a Roma). Il suo romanzo entra nei programmi di studio e muore a 88 anni con solenni funerali.
••• Prima della conversione: le opere classicistiche
Tra i sedici e i venticinque anni scrive opere secondo il gusto classico. Linguaggio elevato e grande attenzione alla forma, con riferimenti mitologici e dotti. Nel Trionfo della libertà scrive con spirito libertario, con amore per la Rivoluzione francese e con odio per la tirannide politica e religiosa, ma si avverte anche il sentimento di disillusione generato dalla delusione per Napoleone. Nel Carme in morte di Carlo Imbonati immagina che Imbonati, che ammirava come un padre, gli appaia in sogno e gli dia insegnamenti di vita e di poesia. Qui nasce l’ideale del “giusto solitario”, che, deluso dal caos degli eventi contemporanei, si rifugia nella propria virtù, come facevano Alfieri e Foscolo. Ma comincia a nascere il sentimento per l’attenzione del Vero nella scrittura. Improvvisamente, con la sua conversione, si distacca dal gusto classico e sente il bisogno di una letteratura nuova. Si ferma a scrivere per più di tre anni. Poi scrive qualcosa di totalmente diverso dal solito: gli Inni sacri.
••• Dopo la conversione: la concezione della storia e della letteratura
La sua conversione è una svolta fondamentale nella vita, nel cuore, nella mente e nel modo di vedere la realtà di Manzoni. Nelle Osservazioni sulla morale cattolica, Manzoni dice di avere assoluta fiducia nella religione che è la fonte di tutto ciò che è buono e vero ed è il punto di riferimento per ogni tipo di scelta. Dall’avvicinamento totale al cristianesimo, anche la visione della storia cambia: se prima credeva l’età classica come il simbolo della bellezza e della virtù, adesso vede nell’età classica la violenza e l’oppressione. Infatti, nasce in lui, secondo lo spirito romantico, l’interesse per il Medioevo cristiano. Rifiuta anche la celebrazione dei soli grandi, dei potenti, dei vincitori. L’interesse si sposta verso i vinti, gli umili, le masse ignorate dalla storia ufficiale.
La sua visione del reale è tragica (non c’è più la serenità classica) e l’uomo è misero perché incline inevitabilmente al peccato. Nasce il bisogno di una letteratura che sia attenta al “vero”. L’arte non è più un esercizio o un gioco, ma viene da un bisogno necessario e “utile”. Manzoni riassume i principi della letteratura: vero per oggetto, utile per scopo, interessante per mezzo.
••• Gli Inni sacri
È la prima opera scritta dopo la conversione. Manzoni rifiuta i canoni classici secondo lui “falsi” fissati da Monti e Foscolo, per abbracciare il “vero”, cioè quei temi vicini alla società del tempo. Il suo orizzonte è “popolare”, cioè tratta quello che è sentito da una grande massa di persone ed è un interprete corale della coscienza cristiana.
Il linguaggio infatti è più semplice e si libera delle forme elevate del classicismo.
Inizialmente vuole scrivere 12 inni per celebrare le festività dell’anno liturgico, ma ne scrive solo 4: Resurrezione, Natale, Passione, Nome di Maria. Il quinto è la Pentecoste, aggiunto in seguito.
••• La lirica patriottica e civile
I fatti contemporanei sono visti in una prospettiva religiosa e la rottura con il classicismo anche qui come con gli Inni sacri è notevole. In Marzo 1821 Dio è in favore dei popoli che lottano per l’indipendenza perché opprimere un popolo è contrario alle leggi divine.
In tutte queste opere il passato è visto con l’occhio del presente e affrontato per discutere i problemi politici dell’oggi (lo stesso si farà nei Promessi Sposi).
••• Le tragedie
Anche nel genere tragico c’è il sentimento di innovazione e di rottura con il classicismo. Anche le tragedie rispettano il “vero” storico e l’invenzione è solo destinata ai dettagli marginali. Rifiuta le unità aristoteliche di tempo, luogo e azione, che imponevano una concentrazione forzata (e innaturale) della vicenda. Un’altra novità è il ripristino del coro, che però non fa parte della storia, ma è solo un modo per esprimere le riflessioni generali di Manzoni.
••• I Promessi sposi
Con il successo del romanzo di Scott, Manzoni cerca di utilizzarlo come strumento ideale per estendere il suo ideale di arte letteraria. I Promessi sposi sono l’opera più letteralmente innovatrice di Manzoni, anche perché nel 1821 il romanzo era considerato indegno di essere considerato un genere letterario. Con il romanzo può rivolgersi a un pubblico molto più vasto (visto il linguaggio semplice) e, essendo un genere nuovo, fissare nuove caratteristiche, come quelle di inserire riflessioni a fine educativo. Il romanzo contiene i tre canoni manzoniani della letteratura: il vero (la storia del 1600), l’utile (indirettamente si fa riferimento alla storia del 1800) e l’interessante (la storia d’amore tra Renzo e Lucia, che è un argomento di maggiore interesse per il pubblico medio rispetto a quelli trattati nelle tragedie, nei poemi epici o nelle odi). Nel romanzo c’è libertà espressiva perché non vi è più la separazione netta tra stili di commedia (personaggi umili e stile comico) e tragedia (personaggi e stile elevato e drammatico). Tutte le regole letterarie non vengono più considerate. Manzoni quindi sceglie come protagonisti due popolani e racconta la loro storia con serietà e drammaticità. Questa rappresentazione seria della realtà quotidiana è il tratto caratterizzante del realismo europeo. In più, i personaggi sono ben incastonati in un tempo determinato e in un luogo determinato e tutti i suoi comportamenti, i suoi pensieri e le attitudini saranno da riferire solo in conseguenza a quel tempo e a quel luogo storico definito. Questo va contro la tradizione classica, così come anche quella di creare un personaggio generale e non particolare. Manzoni, rifiutando l’idealizzazione del personaggio, crea invece individui dalla personalità unica, complessa e mutevole, così come se fosse una persona reale a tutti gli effetti.
Manzoni è fondamentale nella nostra cultura che era così arretrata perché distrugge il culto di una grande tradizione ormai esaurita.
•• Con I promessi sposi vuole offrire il quadro di un’epoca del passato, ricostruendo con cura tutti gli aspetti di questa (società, costumi, mentalità, economia, politica...). Secondo Scott i protagonisti non sono le grandi personalità, ma i personaggi oscurati dalla storiografia. La storia viene quindi vista dal basso.
Manzoni si documenta come se fosse un vero storico, informandosi e leggendo libri, biografie, giornali, leggi del tempo. Manzoni infatti critica a Scott la troppa leggerezza con cui tratta la storia, che scrivendola la falsifica (scrupolo del “vero”).
La vicenda è ambientata nella Lombardia del 1600, quando l’Italia era sotto il dominio spagnolo (indirettamente, si racconta dell’Italia del suo tempo, il 1800, che era sotto il dominio austriaco: nel marzo 1821 ci sono i moti liberali che Manzoni segue con speranza. Falliti i moti, Manzoni il 24 aprile 1821 comincia a scrivere I promessi sposi, deluso). Manzoni guarda al passato con gli occhi dell’illuminista, rendendosi conto che la realtà del tempo era dominata da ingiustizia, ignoranza e prepotenza, e anche dalla peste.
Implicitamente fa rendere conto a chi legge che, ispirandosi ai precetti evangelici, l’uomo possa ricostruire una società equa e giusta, dove i ceti più ricchi difendano e aiutino quelli più poveri. Questo è possibile se l’Italia sarà libera dalla dominazione straniera e diventerà uno Stato forte e liberale (con un forte potere statale che si opponga agli interessi privati e agli arbitrii), con una legislazione equa e un potere esecutivo che la faccia rispettare, ma soprattutto con una società più bilanciata, in cui i ricchi abbandonino il loro egoismo e diano il proprio contributo per aiutare i poveri e i poveri devono cristianamente accettare la loro umile condizione, abbandonando la rivendicazione dei diritti e aspettando il premio nell’altra vita e sperando solo nella bontà dei ricchi.
Nel romanzo, don Rodrigo e Gertrude sono l’aristocrazia negativa e oppressiva; il cardinale Federigo e l’innominato (con la sua conversione) sono il modello positivo perché proteggono i deboli e aiutano gli umili. Per i ceti medi, negativi sono don Abbondio e Azzeccagarbugli, mentre positivo è fra Ctistoforo. Per i ceti più bassi, il negativo è la folla rivoltosa e violenta, mentre il positivo è la rassegnazione cristiana di Lucia. Renzo, come per l’innominato, rappresenta il passaggio dal negativo al positivo.
•• Secondo Manzoni, il modello di una società giusta e senza conflitti tra le classi (con i ricchi che aiutano spontaneamente i poveri i quali devono accettare la loro condizione umilmente) è proposta proprio nel Vangelo, infatti crede che la Chiesa potrebbe condurre alla realizzazione di questo ideale con un’accurata propaganda.
La visione religiosa porta Manzoni ad avere una concezione tragica e pessimistica della storia per via del peccato originale: secondo lui l’uomo non può aspirare alla felicità terrena, ma non per questo deve rassegnarsi alla condizione di infelicità. Al contrario, esiste un margine di miglioramento che si raggiunge tenendosi lontani dal male e avvicinandosi al bene (così come fanno fra Cristoforo, Federico e l’innominato). Secondo Manzoni, Dio tiene molto più conto del bene fatto che del male commesso.
•• La situazione iniziale nel romanzo è di tranquillità: i due innamorati vogliono promettersi amore eterno, ma il primo antagonista è don Rodrigo, che strappa Renzo e Lucia dalla loro condizione quieta immergendoli nella storia turbolenta. Renzo sperimenta il male nel campo sociale e politico, mentre Lucia nel campo morale. Ma la loro maturazione si compie proprio grazie a questa serie di esperienze negative: infatti si può parlare di “romanzo di formazione”. A essere diversi sono proprio i percorsi di formazione di ogni personaggio. Renzo ha tutte le virtù che dovrebbe avere il popolo contadino, ma è ribelle ed è convinto che l’oppresso possa farsi giustizia da sé e questo è un pericolo perché se commette del male potrebbe vedersi privata la benevolenza divina. Il suo percorso di formazione è proprio quello che lo conduce a capire di dover accettare umilmente la sua condizione sociale tendendo la mano a Dio.
Al contrario di Renzo, Lucia possiede già quella capacità di accettazione della condizione sociale, rifiutando ogni genere di violenza ed è già molto vicina a Dio ed è per questo che sembrerebbe essere un personaggio statico, che non deve migliorare niente nel corso della vicenda, ma non è così: a Lucia manca la consapevolezza del male che serve a capire la vera natura dell’essere umano. Alla fine, ponendosi davanti alle sofferenze, capisce che non può esserci l’Eden (vita idilliaca e senza scosse) sulla terra e che non si può evitare il male comportandosi bene e facendo del bene.
•• Il “sugo” (morale) che i due capiscono alla fine della vicenda è che il male è inevitabile, anche facendo del bene, e che l’unico modo per addolcire la consapevolezza del male è avere Fede in Dio, che ci ripagherà con il bene o in questa vita o nell’altra: c’è una positività provvidenziale nel male, una “provida sventura”. L’idilliaco sulla Terra è una falsità e, rispettando il canone del “vero”, Manzoni elimina ogni rappresentazione idilliaca (quindi falsa) nel romanzo. La vita non è finalizzata a “star bene”, ma a “far bene”.
•• I promessi sposi è detto il “romanzo della Provvidenza”, ma la Provvidenza non è mai definita dal narratore stesso, quanto dai personaggi del racconto: Renzo e Lucia credono che Dio difenda e premi i buoni per far trionfare la giustizia. Secondo Manzoni, invece, Dio premia i buoni e punisce i cattivi, ma con certezza solo dopo la morte terrena. Anzi Manzoni crede che la Provvidenza faccia affrontare gli ostacoli ai buoni per far maturare in loro più virtù e consapevolezze (“provida sventura”).
•• La narrazione è lenta e ha un’impostazione di conversazione ed è colma di sottile ironia. Nel romanzo si coglie una forte dose di autoironia in cui Manzoni si distacca dalla sua attività di scrittore e vi scherza su, mettendo in dubbio l’utilità della propria opera. Ancora scherza scrivendo dei “venticinque lettori” che crede leggeranno la sua opera. Lo scrittore svaluta la sua opera letteraria. Altre volte l’ironia è indirizzata proprio al lettore, per esempio alla fine della vicenda quando, dopo lo scioglimento della trama, il narratore non racconta la vita risolta e felice dei protagonisti perché “seccherebbe a morte”.
•• L’ironia è utilizzata soprattutto verso i personaggi, ma è sempre affettuosa e “paterna” verso le classi più basse della società. L’ironia verso il protagonista colpisce solo Renzo definendolo un ragazzo buono ma impetuoso e imprudente, ma è sempre affettuosa.
L’ironia verso don Abbondio e le classi elevate è invece severa.
•• L’opera è in tre edizioni: Fermo e Lucia (1823), pubblicata postuma, molto diversa rispetto alle successive e infatti i critici a volte parlano di “un altro romanzo”: nella prima versione, prima sono affrontate le peripezie di Lucia, poi quelle di Renzo, in due blocchi distinti; il capitolo sulla monaca di Monza è stato accorciato di molto; in generale la prima edizione si preoccupa soprattutto di ricostruire il quadro storico senza creare una rappresentazione drammatica che sarà propria della seconda edizione. La seconda edizione già si chiama I Promessi sposi (1827) e la terza (1840) contiene differenze soprattutto linguistiche. Proprio sulla lingua Manzoni rivolge la sua attenzione perché per unire l’Italia bisognava unire anche la lingua. Vuole essere capito da tutti e non poteva usare il linguaggio elevato della tradizione letteraria. Vuole usare un idioma moderno, e sceglie il fiorentino attuale, che era parlato dalle persone colte di Firenze. Voleva usare una lingua viva, non morta.
••• Le opere più tarde
Manzoni mentre revisiona i Promessi sposi abbandona totalmente la letteratura d’invenzione concentrandosi solo sul “vero”, privilegiando l’indagine storica, filosofica e linguistica.
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