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Alessandro Manzoni (Milano 1785- Milano 1873)

Alessandro Manzoni nacque il 15 Marzo a Milano. Il padre, Pietro, era un nobile dal carattere chiuso e ombroso. La madre, Giulia Beccaria (figlia del grande illuminista Cesare) è invece una donna inquieta e vivace. Manzoni attraversò nell’arco della sua vita le grandi vicende politiche comprese ne periodo tra l’età napoleonica e l’Unità d’Italia. Egli rifiutò ogni coinvolgimento diretto alla vita politica e sociale, ma fu spettatore critico e partecipe di questi avvenimenti. Il suo rapporto con l’attività letteraria fu severo e spesso sofferto, scandito da continui ripensamenti e autocritiche. Un esempio di questo atteggiamento lo si scorge all’interno di una lettera rivolta a Marco Coen, giovane aspirante letterato. Manzoni, in sostanza, si interrogò continuamente sul senso del proprio lavoro, e in un epoca come quella Romantica lo scopo ultimo dell’attività letteraria non poteva non essere inteso come impegno civile, in vista della costruzione della società e della sua crescita morale.

Manzoni visse a Parigi quasi ininterrottamente fra il 1805 e il 1810 e furono proprio i contatti che egli intrattenne con la cultura francese a rafforzare queste convinzioni. Egli frequentò il gruppo degli ideologues, un’élite di intellettuali politicamente liberali, tra essi va ricordato il critico e letterato Claude Fauriel. Questi pensatori segnarono in maniera definitiva l’orientamento liberal-moderato di Manzoni, basato su un sapere empirico.
La sensibilità per il bene pubblico caratterizzò anche il cattolicesimo manzoniano, cattolicesimo che va inteso come una importante conquista interiore(la conversione risale al 1810). Amore per il prossimo, rispetto dell’individuo e solidarietà sono i grandi ideali cristiani che Manzoni pose a fondamento della sua concezione di società. Con Manzoni si parla infatti di Giansenismo, corrente fortemente ispirata ad Agostino che influenzò lo scrittore.
L’agire dell’uomo nella storia appare a Manzoni un susseguirsi di follie e assurdità; egoismi e violenze risultano l’esito inevitabile dell’agire dell’uomo quando su di lui non brilla la luce della Grazia Divina. Questo pessimismo, presente dalle tragedie storiche ai Promessi Sposi comporta il rifiuto del “lieto fine”, per avvertire il lettore che la violenza e l’ingiustizia degli uomini sono pronte ad esplodere. In questo modo Manzoni vuole rappresentare il dramma dell’uomo caduto e abbandonato dalla Grazia.
Senza mai direttamente partecipare all’esperienza del “Conciliatore”, aderì comunque al progetto di rinnovamento del Romanticismo, assistendo da vicino al dibattito più vivo del primo Ottocento. Ancora più appartato risulta in politica, tanto che raramente convertì in azione o aperta presa di posizione la sua adesione agli ideali risorgimentali. Eppure la sua influenza sulla cultura italiana contemporanea è vasta.
Manzoni seppe tradurre nelle proprie opere alcune delle principali istanze di rinnovamento letterario e culturale proposte dai romantici. Pensiamo a Lettre a M. Chauvet che influenzò il dibattito francese sul Romanticismo, da Stendhal a Hugo,Il conte di Carmagnolache fu letto e ammirato da Goethe, per non parlare dei Promessi Sposi, che sembra realizzare quell’ideale di letteratura capace di interessare il popolo.

Gli scritti giovanili

Fra le opere anteriori alla conversione, oltre al carme “In morte di Carlo Imbonati”, che abbiamo già più volte richiamato e che è opera per molti aspetti pregevole e comunque notevole per farci intendere la personalità umana ed artistica del Manzoni, dobbiamo ricordare “Il Trionfo della Libertà”, “Adda”, “I Sermoni” e “Urania”.
“Il trionfo della libertà”: poemetto che trae dall’esempio di Vincenzo Monti sia la forma, sia lo stile ricco di reminiscenze classiche. Il metro adottato è quello della terzina dantesca. Manzoni i scaglia da “giacobino” contro oscurantismo religioso e repressione reazionaria, contrapponendo la celebrazione delle antiche libertà repubblicane e l’esperienza recente della rivoluzione francese. Già in questa prova giovanile si rivela il Manzoni scettico e pensoso della maturità

”Adda”: idillio di gusto arcadico della campagna che viene descritta come luogo di rifugio e di malinconica meditazione.
“Sermoni”: l'autore ironizza su comportamenti e figure della società contemporanea. Esso prende spunto dal meccanismo dell’ironia pariniana.
“In morte di Carlo Imbonati”: composto nel 1805 e pubblicato l’anno dopo a Parigi il carme contiene il proposito di un’attività letteraria ispirata ad alti ideali. Manzoni immagina che Carlo Imbonati(compagno di Giulia Beccaria) gli appaia in sogno, affidandogli una sorta di testamento spirituale. Troviamo in questo scritto alcuni dei principi cui Manzoni resterà sempre fedele: la letteratura come impegno morale, la ricerca coraggiosa del”vero” intesa come fedeltà assoluta.
“Urania”: poemetto che celebra la funzione civilizzatrice della poesia e dell’arte. Con Urania si chiude la stagione del classicismo manzoniano.

Dagli Inni sacri alla lirica civile

Successivamente alla sua conversione Manzoni decise di scrivere un ciclo di 12 Inni sacri, dedicati ai momenti principali dell’anno liturgico. Solo cinque vennero portati a termine: La Resurrezione, Il nome di Maria, Il Natale, La passione, La Pentecoste. I primi quattro vennero resi pubblici nel 1815, la Pentecoste solo nel 1822. Incompiuti rimasero Ognissanti e Natale del 1833, scritto in commemorazione della prima moglie. Gli Inni raccolgono le meditazioni in materia religiosa, date da un’attenta lettura delle Scritture. Manzoni cerca di estrapolare il vero messaggio evangelico, con la sua carica di speranza e di profondo rinnovamento spirituale per l’umanità. Negli Inni trova spazi inoltre quell’attenzione per gli umili che sarà una caratteristica fondamentale della sensibilità etica manzoniana. Con gli Inni sacri Manzoni si allontana definitivamente dai moduli neoclassici per recuperare la grande tradizione innologica cristiana. Egli rinuncia ogni atteggiamento soggettivo e intimista, ma si fa invece interprete dei sentimenti della collettività cristiana. Sotto il punto di vista stilistico Manzoni rinuncia all’endecasillabo in favore di metri più brevi e regolari nel ritmo. La sintassi così facendo acquista un andamento più semplice.

La caduta di Bonaparte alimentò le speranze di poter finalmente realizzare in Lombardia un governo indipendente. Così nacque l’incompiuta Aprile 1814 . L’anno dopo il tentativo di Gioacchino Murat suggerì a Manzoni l’incompiuto Proclama di Rimini
Le due odi principali furono: Marzo 1821 e Il cinque maggio
Marzo 1821: questa ode si ispira ai movimenti di quell’anno (moti carbonari che avevano portato Carlalberto a proclamare una sorta di Costituzione). Dopo il fallimento Manzoni decise di distruggere il testo che venne ripubblicato solo nel 1848. L’ode risulta avere carattere esortativo, ricorrendo a un ritmo incalzante quale quello dei decasillabi anapestici. Il poeta immagina che le truppe piemontesi abbiano già attraversato il Ticino e si prestino ad attaccare gli austriaci. Nell’ode la guerra viene dapprima considerata come liberazione, mentre nei versi conclusivi si inneggia.
Il cinque maggio: l’ode più celebre di Manzoni, dedicata alla morte di Napoleone, avvenuta appunto il 5 maggio 1821. In questo componimento viene delineata in pochi versi la vita politica e militare di Napoleone. E' molto apparentata con la poesia degli Inni sacri perché si riflette intorno alla figura religiosa di Bonaparte. L’ode si concentra sulla potenza salvifica di questo personaggio. Bonaparte viene fatti descritto come uomo disarmato e sconfitto, costretto al dolente rimpianto del passato e posto di fronte al momento supremo della verità: la morte. L’ode è dunque una meditazione morale sulla miseria della condizione umana e sulla grandezza divina.

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