Aleksej di Aleksej
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Tragedie Manzoniane

1. PERCHÉ LA TRAGEDIA ERA UN GENERE ACCANTONATO AI TEMPI DEL MANZONI?
Sul genere tragico gravava una condanna morale di ascendenza agostiniana che era stata ripresa nel ‘600 dai moralisti francesi e condivisa, nel ‘700, dagli illuministi francesi. L’opinione corrente era che la tragedia fosse “naturalmente immorale” per il suo potere di coinvolgimento dovuto all’immedesimazione dello spettatore con i protagonisti dell’azione. Perciò il Manzoni valorizza il teatro tragico come mezzo di formazione morale e di crescita sociale.

2. QUALI SONO LE DUE INFRAZIONI COMPIUTE DA MANZONI NELLE TRAGEDIE?
Nelle tragedie Manzoni sfida le convenzioni del tempo, elaborando una sua idea di tragedia, che rifiuta le tradizionali unità aristoteliche di tempo e di luogo e cerca un più mosso intreccio di quadri storici, nel tempo e nello spazio, con l’obiettivo di suscitare nel pubblico non un’illusoria identificazione con le passioni dei personaggi, ma una più complessa coscienza critica, capace di distinguere tra bene e male e di proiettare le vicende su un piano umano universale. Manzoni vede nelle unità aristoteliche il supporto di un teatro che si incentra su tematiche estremamente astratte: una tragedia moderna al contrario deve fondarsi sulla storia, adeguarsi alla complessità degli eventi reali, mai riassumibili in una concentrazione artificiosa del tempo e dello spazio; la poesia tragica deve indagare sui sentimenti con cui gli uomini vivono gli avvenimenti e su quegli aspetti della storia che sfuggono alla storiografia vera e propria: ma per farlo deve rifiutare ogni elemento falso e artificioso e puntare alla più piena oggettività. Quindi Manzoni riformula le finalità e le modalità della tragedia: recupera dopo secoli un elemento del teatro antico che è il coro e lo trasforma completamente; così il coro diventa una pausa di raccoglimento durante lo svolgimento del dramma, un momento di riflessione sugli avvenimenti rappresentati, uno sforzo per penetrare nel significato più riposto delle vicende e trarne un insegnamento morale.


3. QUAL’ È L’UNICA MATERIA DEGNA DI ESSERE TRATTATA IN UNA TRAGEDIA E PERCHÉ?

Manzoni afferma che solo la storia ha la dignità di materia poetica ma che il poeta non può fermarsi, come lo storico, alla conoscenza oggettiva degli avvenimenti, deve invece penetrarli per recuperare, attraverso l’intuizione, i sentimenti che accompagnano gli eventi registrati dallo storico.
Quindi Manzoni dà un fondamento etico alla poesia che diventa un strumento di approfondimento del “ vero storico”, perchè l’artista non può e non deve confondersi con lo “storico” e non può quindi limitarsi a leggere la “realtà” per come si presenta in superficie. Egli deve invece penetrare quella realtà oggettiva per giungere a scoprire le verità più riposte, per ricavare così il “vero poetico”, cioè l’essenza stessa della vita, che sarà poi il motivo d’ispirazione dell’opera d’arte.

4. INDICA LA FUNZIONE CHE MANZONI ATTRIBUISCE ALLO SCENARIO STORICO CHE INTRODUCE SIA NELLE TRAGEDIE CHE NEL ROMANZO.
Nelle opere di Manzoni vi è una rappresentazione ambientale concretamente realistica, che si basa su una precisa documentazione storica che rivela il suo continuo bisogno di verità storica. Questa sua poetica di forte richiamo alla storia, si ispira agli ideali di una letteratura romantica, attenta alla realtà e alla storia, in contrapposizione alla letteratura classicista, chiusa in un mondo di figurazioni mitologiche e in un sogno di perfezione formale fine a se stessa. A Manzoni, però, non interessa la storia ufficiale, ma la storia di tutti i giorni che aderisce alla vita reale per diventare strumento di vita, patrimonio di civiltà per tutti. Alla base della visione storica del Manzoni, che gli veniva dalla frequentazione degli storici liberali francesi, vi è la distinzione fra popoli egemoni e popoli subalterni, mentre la storiografia tradizionale era stata storia dei vincitori e dei popoli egemoni, trascurando i vinti, gli oppressi e tutti coloro che sono passati sulla terra senza lasciare traccia. La prospettiva manzoniana è dunque ugualitaria e cristiana: gli umili diventano i protagonisti della nuova storia ricreata dalla poesia in modo non arbitrario, ma sulla base di tutte le testimonianze recuperabili e del metodo di indagine più rigoroso.


5. DI CHE COSA SI ACCORGE MANZONI RIGUARDO LA CARATTERIZZAZIONE DEI PERSONAGGI NELLE TRAGEDIE.

I personaggi che popolano le tragedie vengono divisi nettamente in due categorie: “i politici” gli uomini della ragion di Stato e i “puri di cuore”.I primi dominano la scena con i loro conflitti,le loro ambizioni ed i trionfi ma sono irrimediabilmente esclusi dalla grazia divina. I puri di cuore, sono gli eletti, in quanto illuminati dalla grazia divina ; a loro la Provvidenza riserva un destino diverso, dove il successo è vissuto, con umiltà e gratitudine, come dono divino, e la sconfitta accettata come segno di elezione e fonte di espiazione redentrice.

6. CHE COS’È IL TEATRO INVISIBILE.
Manzoni poco si è preoccupato della reale fruibilità sulla scena delle sue tragedie e ciò ha decretato il loro insuccesso; d’altronde lo stesso Manzoni riteneva che fossero più adatte alla lettura che alla rappresentazione. In tal modo rientrano nel fenomeno ottocentesco del cosiddetto “teatro invisibile” che comprende opere qualitativamente significative ma, nonostante la loro pretesa di popolarità, sostanzialmente estranee al grande pubblico.

7. QUAL È IL CONTRASTO CHE AGITA L’ANIMO DI ADELCHI E A QUALE ALTRO EROE ROMANTICO LO ACCOMUNA?
In Adelchi si consuma il contrasto, tipicamente romantico, fra l’aspirazione ideale a compiere azioni nobili ed eroiche e la consapevolezza che la realtà in cui si trova a operare è ingiusta, violenta, dominata dalla logica perversa del potere. Adelchi è sicuramente, insieme a Jacopo Ortis, il personaggio più romantico della letteratura italiana. Come Ortis è l’uomo del dissidio interiore, che lo porta a mille riflessioni sul senso dell’agire umano; attraverso di lui Manzoni approfondisce quel tema a lui sempre tanto caro quello del Male insito nella Storia e quello dell’eroe che sente dentro si sé l’idealità che potrebbe avere il proprio agire e che invece è costretto a scontrarsi e a cedere alle crude e disumane leggi della prassi storica. A differenza dell’Ortis, Adelchi non reagisce con un atteggiamento di ribellione, di titanismo. Egli preferisce chiudere tutto il suo tormento in se stesso, nella pura contemplazione della sconfitta, in quanto non c’è altra alternativa che la morte; essa però non è una via di fuga come per Jacopo Ortis che si suicida. Adelchi respinge tale tentazione grazie alla sua fede sincera e profonda che gli impone di vivere cristianamente fino in fondo il suo destino terreno che rispecchia l’esperienza e la passione di Cristo. Adelchi muore denunciando una visione della realtà radicalmente pessimistica: accettare di agire nella storia significa per forza accettarne le regole (“non resta che far torto o patirlo”) e, se si è un’anima grande e nobile, patirne le contraddizioni. La morte è il riscatto in un’altra dimensione, dove la creatura raggiunge la perfezione; quest’altra dimensione non è un’utopia, ma per il cristiano Manzoni è la vera alternativa al mondo ingiusto della Storia. La vera Patria dell’eroe è nell’altra vita.

9. “LA PENTECOSTE” SOLAMENTE IN RELAZIONE AI PERSONAGGI DEI PROMESSI SPOSI CHE VENGONO ANTICIPATI.

“La Pentecoste” è l’ultimo degli “Inni sacri” compiuti. E’ il risultato di una stesura tormentata, che passò attraverso tre redazioni: iniziato nel 1817, fu interrotto, ripreso, rielaborato ed infine pubblicato nel 1822. E’ un inno alla libertà, alla pace, alla giustizia sociale, una preghiera allo Spirito santo perché illumini l’umanità. Al centro del discorso poetico della Pentecoste ci sono la nascita della Chiesa e la presenza della Grazia divina nel mondo. La riflessione medita sul ruolo di Dio nella vita dell’uomo e sull’influenza della <provvidenza nei meccanismi della storia, due motivi che tornano in tutta la produzione manzoniana: dalle tragedie alle odi civili e più diffusamente nel romanzo. Infatti il rapporto della Pentecoste con il romanzo non è solo di ordine concettuale; l’inno contiene già i bozzetti di alcuni personaggi dell’opera maggiore. Nella prima sezione (vv. 1-48) il contrasto tra la grandezza atemporale e universale della Chiesa (nel suo significato più ampio di comunità di credenti) e la sua condizione timorosa ed inerte prima del giorno della Pentecoste valorizza con grande efficacia il ruolo rinnovatore svolto dallo Spirito Santo nella storia umana. Qui viene contrapposto l’ideale di una chiesa fortemente impegnata nella sua missione di giustizia, al pericolo di un’istituzione pavida, bloccata dalle sue paure: in ciò si possono vedere il cardinale Borromeo e don Abbondio. L’invocazione corale che chiude l’inno (vv. 81-144) è a lungo dominata dall’azione che lo Spirito Santo è chiamato a svolgere negli animi degli infelici, dei violenti e degli scettici ( rappresentano l’Innominato). Molte altre sono le virtù morali per le quali l’autore invoca il sostegno divino e ancora una volta si tratta di virtù che saranno ben rappresentate nei Promessi Sposi: il pudore (casta porpora) delle fanciulle s’incarnerà in Lucia, ma “le pure gioie ascose” delle suore non basteranno a Gertrude; il “confidente ingegno”dei giovani dovrà essere temprato in Renzo, e le “liete voglie sante” adorneranno “la canizie” di pochi anziani come fra Cristoforo.

10. IL CORO DELL’ADELCHI
Fedele al concetto di “vero poetico” Manzoni ha cercato di rappresentare nelle sue tragedie i pensieri e gli stati d’animo che hanno animato non solo i protagonisti dei grandi avvenimenti storici, ma anche il popolo, che di quegli avvenimenti è stato testimone e vittima. Così analizzando le lotte tra Franchi e Longobardi, in questo coro , il poeta si chiede quale sia stato il ruolo del popolo italiano, quali i suoi sentimenti nell’assistere a uno scontro che si svolgeva non sotto i suoi occhi, ma anche sulle sue terre, e si stupisce di fronte “al triste ma portentoso fenomeno” di “una immensa moltitudine di uomini che passa sulla terra inosservata e sena lasciare traccia”.
Inizialmente lo sguardo del poeta di posa sulle masse che del momento storico rappresentato furono nient’altro che spettatori passivi: i latini, gli abitanti originari d’Italia. Non è che un volgo disperso, ma Manzoni ritrae il ridestarsi delle menti, stordite dalla lunga servitù, di fronte all’arrivo di quei nuovi conquistatori e alla fuga disperata dei loro oppressori. I loro animi sono prima dubbiosi, poi incerti, incapaci di prendere iniziative, si muovono tremanti, poi si fermano e si limitano a osservare e sperare. I loro occhi, così come quelli del poeta, si posano allora prima sui Longobardi in fuga, ritratti come oggetto di una caccia feroce: hanno tratti animaleschi questi crudi signori di un tempo, poi sui Franchi simili a cani slanciati all’inseguimento, animati da una sanguinaria voluttà. Naturalmente questo spettacolo non lascia indifferenti i Latini, ma suscita nel loro animo una gioia inattesa e sconosciuta che li porta a sognare timidamente la liberazione. La narrazione a questo punto si interrompe per lasciare spazio alla voce del poeta che appellandosi direttamente alle popolazioni italiche (“Udite!”) esorta a considerare il punto di vista dei Franchi che hanno abbandonato la pace dei loro castelli per intraprendere una guerra lontano dalla patria: essi saranno i nuovi dominatori, i nuovi oppressori. Nelle ultime due strofe si svolge invece un finale appello agli illusi latini: tanti sacrifici non sono stati certo affrontati per restituire la libertà a dei servi, ad un volgo disperso che nome non ha; il nuovo signore si accorda col vinto nemico mentre, chi non ha saputo combattere per il proprio riscatto non resta che tornare ai lavori servili di sempre. In tal modo di esplicita l’attualità politica del messaggio non solo di questo coro, ma di tutto l’Adelchi, che mette in scena pur sempre un episodio fondamentale della millenaria debolezza italiana di fronte alle potenze straniere di turno. Quest’aspetto politico resta tuttavia subordinato alla meditazione, di respiro universale, sui grandi temi del dolore e dell’ingiustizia nella società umana.

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