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Adelchi: alcuni brani significativi

Il coro dell'atto terzo

Quest’opera è un cantuccio: Manzoni si ritagliò uno spazio per commentare le vicende. Il testo è stato composto nel 1822, e dato che è una prosecuzione di “Marzo 1821” risente della delusione dei moti del 1821, quindi è un coro pessimistico perché invita ancora una volta il popolo Lombardo, camuffandolo da popolo Latino, a combattere solo, senza aiuto. È composta da undici strofe di sei dodecasillabi (o doppi senari) con il terzo e il sesto verso tronchi. Il doppio senario e il verso tronco danno al componimento un ritmo serrato, incalzante, fortemente scandito e comunicativo. Ogni strofa è divisa da una pausa segnata da un punto e virgola o da due punti. Il ricorso frequente alla rima baciata rende quasi cantabile e memorizzabile il componimento. Nel testo sono presenti chiasmi e parallelismi nome-aggettivo, verbo-aggettivo (“dai solchi bagnati, dai fori radenti”). Tutte queste figure retoriche servono per dare un tono epico al componimento perché riflette il fatto che i personaggi sono i popoli e si sta cantando la loro storia che è epica.
L’autore si rivolge ai Latini per esortarli a non farsi illusioni e a prendere in mano il proprio destino senza contare sull’aiuto straniero. Il coro si divide in due parti:
Parte 1 (vv. 1-31): è una parte descrittiva, dove viene riportato il conflitto tra Franchi e Longobardi e il comportamento imbelle di una popolazione, quella latina, che non è un popolo ma un “volgo disperso”.
Parte 2 (vv. 31-66): è una parte narrativa, dove viene illustrata l’esortazione ai Latini a non aspettarsi la liberazione dei Franchi (e implicitamente agli Italiani ad affidarsi alle proprie forze per realizzare l’unità d’Italia). Questa parte può essere a sua volta divisa in due momenti: i vv. 31-54, dove viene rappresentato il distacco dei guerrieri franchi dalle loro case, la loro calata in Italia, i rischi e i disagi in cui incorrono, e i vv. 54-66 dove il tono oratorio e sarcastico di questa parte fa emergere il contenuto politico del messaggio manzoniano. I tre nuclei del testo scandiscono i tre motivi principali:
- motivo epico: anche i Longobardi, come i Latini, hanno paura (“epopea dolorosa della guerra”);
- motivo romantico del Medioevo: si avverte il fascino romantico che la generosa barbarie dei popoli primitivi esercita su Manzoni, con echi di ballata romantica (le “giulive canzoni”, i “dolci castelli”, il risonar sul ponte levatoio dei cavalli al galoppo);
- motivo patriottico: introdotto dalla domanda retorica dei vv.55-57 ed espresso dapprima ai vv. 58-60 con energico sarcasmo e poi con desolata mestizia: il componimento finisce infatti, volutamente, in tono minore, con accenti quasi dimessi, per meglio evidenziare la tristezza opaca e rassegnata della condizione dei Latini (e degli Italiani) rispetto al ritmo di vita libero e guerriero dei loro oppressori.
La ripetizione di “volgo disperso” evoca, di nuovo per opposizione, la forza e la compattezza del popolo dei Franchi, implicitamente indicando agli Italiani la via dell’unità nazionale che in Francia, già all’epoca di Carlo Magno, era in corso di edificazione e che in Italia, invece, non era stata ancora realizzata all’inizio dell’Ottocento.
Nella prima parte la descrizione è dal punto di vista del volgo: il volgo è impaurito dall’arrivo dei Franchi, è dubbioso (v.7), abituato a servire, a essere schiavo (v.3), disperso (v.4) che si risveglia, ingenuo e speranzoso (v.13), perplesso (v.14), combattuto tra la paura e il desiderio della vittoria dei Franchi e guarda con atteggiamento scoraggiato e incerto (v.16), è un volgo in cui rinasce un’antica virtù (v.9), contento che ha la speranza e spera la fine dell’usura.
Al verso 23 Manzoni si riferisce alle donne Longobarde che prima erano superbe mentre adesso guardano pensose e impaurite i loro figli che vanno a combattere.
Al verso 26 è presenta la metafora della caccia: i Longobardi sono visti come bestie feroci e impaurite, che vanno a cercare i nascondigli nelle tane, mentre i Franchi sono visti come i cani che vanno a cercare le bestie feroci.
Nella prima strofa della seconda parte compare il punto di vista di Manzoni: il poeta si rivolge al volgo Latino (“Udite!”) e parla in prima persona.
Ai versi 38-39 è presente il vero poetico: sul verso storico si insinua il vero poetico: Manzoni descrive le gioie che hanno lasciato i Franchi e la tristezza delle loro donne.
I Franchi sono sempre chiamati “forti” (vv. 31-55-66) per Manzoni sa che saranno loro i vincitori, mentre del popolo Latino è rappresentata la paura e la speranza.
Al verso 55 è presente una domanda retorica, mentre i versi 58, 59 e 60 riprendono i primi tre versi del componimento.
Nell’opera sono presenti due toni:
- oratorio (vv. 55-57) e sarcastico nelle ultime due sestine (tono politico di Manzoni). Nell’ultima sestina il tono è mesto;
- fiabesco (nel primo nucleo della seconda parte): l’addio dei Franchi, la presenza dei cavalieri, i suoni delle trombe, vengono cantate le canzoni di guerra, si pensa all’amore cortese. Questo tono riprendere il gusto romantico di amore per il Medioevo.
Il delirio di Ermengarda

Di Ermengarda viene analizzato solo il dissidio tra razionalità e irrazionalità, tra conscio e inconscio che è negli uomini di ogni tempo.
Nell’atto IV Ermengarda, ripudiata da Carlo Magno e ritornata presso il suo popolo d’origine, è ospite del convento di San Salvatore, in Brescia, presso la sorella Ansberga. I pensieri di Ermengarda sono tutti per Carlo e per la morte imminente. Ella chiede alla sorella di inviare a Carlo, dopo la sua scomparsa, la notizia che lei lo ha perdonato, e che l’anello nuziale da lui donatele la segue nella tomba. A questo punto Ansberga interviene per esortarla a prendere il velo in quello stesso convento. Ma Ermengarda si rifiuta: in realtà si sente ancora legata a Carlo. Allora la sorella le rivela che il re franco si è sposato una seconda volta con Ildegarde. A questo annuncio la donna sviene per poi cadere in un torbido delirio che dimostra quanto sia ancora forte il suo legame con Carlo. Quando si riprende, si appresta ormai a morire nella pace cristiana.
Ermengarda, come Adelchi, è respinta dal mondo degli uomini: costretta a rinunciare ai propri sogni, cerca rifugio in Dio. Tutti e due sono dei vinti, mentre però la vita interiore di Adelchi è tutta scoperta, priva di ombre, quella di Ermengarda conserva un lato oscuro, inconscio, inconfessato. Ella continua ad amare Carlo di un amore violentemente passionale che nasconde se stessa e che infatti può emergere con forza solo quando la censura della ragione cade, e cioè nel momento del delirio. Nel personaggio è presente insomma una contraddizione fra inconscio e conscio, fra eros e ideologia (religione), fra il momento romantico e quello cristiano.
Ermengarda ha tutti i caratteri dell’eroina romantica: 1- è travolta dall’amore; 2- vive una passione tragica; 3- in conflitto insanabile con il mondo degli uomini (la ragion di Stato); 4- non può trovare pace su questa terra; 5- è vinta.
Quello di Ermengarda è un amore lecito e casto, una passione tremenda.
Quando Ermengarda è in piena coscienza e conserva il controllo sui propri pensieri e sulle proprie parole, le sue parole sono dolci e malinconiche: sembra essersi rassegnata alla sua situazione e pensare solo alla morte cristiana. Solo quando la sorella le chiede di farsi monaca, ha un moto istintivo di rifiuto: “d’altri io sono”, si sente ancora sposa di Carlo.
L’amore si rivela nella sua passionalità terribile, in quanto inconfessabile (confronto con Fedra di Racine).
Sconvolta dal fantasma di Ildegarde, Ermengarda cerca rifugio in un’altra, contrapposta figura femminile, quella accogliente e materna di Bertrada. Ermengarda spera anzitutto di trovare in una figura di mediazione (Bertrada è la madre di Carlo e tuttavia sua possibile alleata) che la renda nuovamente accessibile a Carlo. Nello stesso tempo, nascondendo il proprio volto nel suo grembo, vuole solo regredire: vuole tornare figlia, bambina, pura, mentre la figura materna può cacciare i fantasmi, ridare la calma e ricostituire l’integrità dell’io là dove domina il caos della passione e della paura. Poi, con l’effetto di spostamento proprio dei sogni e delle visioni oniriche, la madre di Carlo si trasforma in Carlo stesso: Ermengarda immagina di svegliarsi piangente dopo un incubo accanto al marito che sorridendo la richiama alla ragione, caccia i fantasmi dell’inconscio, ristabilisce la pace dell’anima. Anzi, è proprio questa fantasia a riportare alla calma Ermengarda e a porre fine al delirio.
Il coro dell'atto quarto

Il coro segue la scena del delirio di Ermengarda, riparatasi a Monza in convento. Vi si compiange la sorte terrena della principessa, divisa fra abbandono religioso alla pace cristiana e l’ ”empia” forza risorgente dell’amore e dei ricordi terreni; ma anche se annuncia la salvezza eterna: il suo sacrificio, che la fa morire vinta e oppressa, è anche un mezzo attraverso cui la “provida sventura” riscatta dal destino che spetta invece al popolo oppresso a cui lei appartiene.
Il testo è composto da sei settenari per strofa (lo schema è simile a quello del 5 maggio). L’intero testo è costellato da enjambement, che sottolineano una sfasatura fra livello metrico-ritmico e livello sintattico. La maggior parte di essi interviene a distanziare un aggettivo dal sostantivo a cui si riferisce (o viceversa) e serve per mettere in rilievo uno dei due elementi, solitamente quello del primo verso coinvolto (vv. 67-68 “l’empia/virtù d’amor”, vv. 103-104 “provida/sventura”). Nella parte finale gli enjambements si trovano anche al confine fra una strofa e l’altra: la loro presenza smentisce l’autonomia di ciascuna strofa e accelera il ritmo verso l’immagine finale, sublimazione della sofferenza di Ermengarda ed espressione dell’ideologia dell’autore. Sono presenti anche metonimie (v. 93 “brando” che sta per “guerra”), sineddoche (v.3 “palme” che sta per “mani”)e chiasmi (vv. 9-10 “gelida/fronte, una man leggiera”).
Il testo può essere diviso in due parti:
Parte 1 (vv. 1-84): dominano i ricordi di Ergmengarda ormai morta (per Ermengarda la sofferenza la riscatta ad appartenere al mondo degli oppressori).
Parte 2 (vv. 85-120): Manzoni riflette sul significato della sofferenza nella storia e sul valore della provida sventura (provida sventura = mandata da Dio affinché l’uomo possa riscattarsi per ottenere il premio.
La struttura tematica del testo è la seguente:
- La morte di Ermengarda (strofe 1-2): descritta da una voce oggettiva che riprende dall’esterno all’interno la morte di Ermengarda, è rappresentato dapprima l’aspetto fisico della morente (le trecce sparse, il petto affannoso, il viso bagnato dal sudore della morte e rivolto al cielo), poi la morte di Ermengarda è annunciata indirettamente, attraverso il comportamento delle suore che l’assistono e che, nel momento della sua morte, passano dal compianto alla preghiera, infine c’è la “man leggera” che chiude le palpebre alla defunta: è letteralmente la mano della suora, ma rappresenta simbolicamente la mano di Dio che scende a pacificare per sempre l’anima di Ermengarda (la stessa mano che ne “Il Cinque Maggio” scende a rasserenare Napoleone).
- Prima invocazione a Ermengarda (strofa 3): rivolgendosi direttamente a Ermengarda (con gli inviti “sgombra, leva muori”), l’autore ne commenta la morte dal proprio punto di vista. La morte è un’offerta a Dio delle sofferenze della vita in cambio di una pace che solo a Dio e solo nell’aldilà può essere concessa.
- Presentazione del dramma di Ermengarda (strofe 4-5): con un primo falsh-back l’autore presenta in sintesi il dramma di Ermengarda, che consiste nell’impossibilità dell’oblio. Ermengarda, ripudiata da Carlo Magno, è tuttavia ancora innamorata di lui e non può dimenticare, non può rassegnarsi alla realtà. Neppure le giova la pace religiosa del monastero.
- I ricordi di Ermengarda (strofe 6-10): il flash-back si fa più analitico per ripercorrere, sotto forma di ricordi struggenti, e dal punto di vista di Ermengarda, i momenti salienti della sua avventura d’amore: il primo arrivo in Francia, il matrimonio con Carlo, l’episodio della caccia, l’ambiente piacevole della reggia.
- Impossibilità di dimenticare (strofe 11-14): è ripreso il tema delle strofe 4-5 e sviluppato poeticamente attraverso due similitudini, legate fra loro: la rugiada che rinfresca gli steli e il sole che li brucia di nuovo. Come la rugiada sugli steli, così le parole consolatrici delle suore e le loro esortazioni alla preghiera e al pensiero di Dio hanno effetto solo per poco tempo sul cuore di Ermengarda: producono “oblio tenue”, che l’ “amor sopito”, come il sole che ritorna, subito cancella assalendo l’ “anima impaurita” di Ermengarda. La similitudine può essere divisa in due momenti: da un lato, la rugiada che ristora l’erba inaridita come la “parola amica” della fede ristora Ermengarda; dall’altro, il sole che torna ad ardere gli steli appena risorti come la forza “immortale” dell’eros con l’anima della donna. L’aggettivo “immortale” sembra sottolineare un’energia più forte della vita stessa di Ermengarda, che invece è “mortale”, e rinviare al naturale delle immagini. Il sole sembra prevalere sulla rugiada. Ma l’immagine del sole torna una seconda volta in una similitudine finale, quasi a voler cacciare o esorcizzare la precedente e la preoccupazione che questa suscita: il sole che tramonta evoca il tramonto della vita e l’attesa di un diverso futuro ultraterreno. Più forte della natura è la Provvidenza divina, che quella natura e quegli istinti ha voluto.
- Seconda invocazione a Ermengarda (strofe 15-16): l’autore si rivolge di nuovo direttamente a Ermengarda: dapprima ripete l’invocazione della terza strofa, poi allarga la visuale per inserire la sofferenza di Ermengarda nel contesto di un comune destino di sofferenza umana. Ermengarda non è la sola nella sua sofferenza (ritorna l’amore-sofferenza): tante altre infelici donne latine (spose, vergini, madri) hanno sofferto e sono morte di dolore come lei (Ermengarda è diventata un’oppressa e si accomuna la sua condizione con quella delle donne latine. La figlia di oppressori è vinta come le donne latine). La sventura di Ermengarda è la sventura di tutti gli oppressi che possono trovare riscatto solo nella morte.
- La provida sventura (strofe 17-18): Ermengarda, tuttavia, appartiene per nascita alla “rea progenie” degli “oppressor”, soltanto i soprusi patiti e le sofferenze ne hanno fatto una “oppressa”, una sventurata. La sua sventura è stata dunque provida, provvidenziale, causa di sofferenze in vita ma assicurazione di salvezza nell’aldilà. L’espressione “provida sventura” è un ossimoro che sintetizza con grande forza repressiva il senso religioso della sofferenza degli oppressi, l’opposizione fra la dimensione terrena della loro sventura e la dimensione provvidenziale della loro salvezza ultraterrena.
- Ultima invocazione a Ermengarda (strofa 19): ancora una volta l’autore si rivolge a Ermengarda, per accompagnarne la morte con un’invocazione e, interpretandone l’ultimo sussulto di memoria, legare circolarmente la sua felicità di un tempo. Da notare l’opposizione “provida (strofa 18)/ improvida” (strofa 19).
- Descrizione finale (strofa 20): la morte di Ermengarda è infine paragonata al dolce tramonto di un cielo arrossato, proverbiale augurio di un domani sereno per il “pio colono”. Con questa similitudine semplice e davvero “popolare” la morte di Ermengarda può diventare una lezione per tutti. Di grande effetto l’enjambement che lega le due ultime strofe e dà il la alla similitudine, segnando un improvviso e forte salto di focalizzazione: l’obiettivo lascia Ermengarda e punta sul pubblico, sui lettore, ai quali più direttamente è indirizzata la lezione finale.
Il Cinque Maggio” è composto tra la prima e la seconda stesura dell’ “Adelchi”; il coro è costruito con la stessa struttura de “Il Cinque Maggio”. Entrambi i personaggi sono esponenti della storia ufficiale, entrambi, dopo un destino grandioso, vedono la loro vicenda terrena tramutarsi in tragedia, entrambi sono accomunati dalla “provida sventura”. Le sofferenze sia di Ermengarda sia di Napoleone, servono per riconciliarsi con Dio. Manzoni è convinto che nel mondo esiste il male, però secondo lui questo male può essere riscattato dal dolore.
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