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Analisi oggettiva de Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino

Biografia essenziale dell’autore

Italo Calvino nasce nel 1923 a Santiago de Las Vegas presso L’Avana, nell’isola di Cuba. Due anni dopo la famiglia torna in Italia e si stabilisce a San Remo. Allo scoppio della guerra, Calvino si avvicina al PCI e a vari gruppi partigiani, partecipando attivamente alla Resistenza. Nel 1946 comincia a gravitare intorno alla casa editrice Einaudi e, un anno dopo, si laurea in Lettere con una tesi su Joseph Conrad. A partire dal 1950 è assunto dall’Einaudi come redattore fisso, lavoro che svolgerà molto a lungo, continuando anche dopo aver raggiunto la fama, a svolgere attività di consulenza. Collaboratore del Corriere della Sera e poi, fin dalla fondazione di Repubblica, muore improvvisamente a Siena, a causa di un ictus, nel 1985.
Come narratore, Italo Calvino esordisce nel 1947 con Il sentiero dei nidi di ragno. Seguono i racconti di guerra partigiana Ultimo viene il corvo (1950), nonchè Il visconte dimezzato (1952), Il barone rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), poi raccolti nel volume I nostri antenati (1960). Il 1963 è l’anno di Marcovaldo e del romanzo breve La giornata d’uno scrutatore, mentre nel 1965 Le cosmicomiche inaugurano un nuovo stile narrativo, l’ispirazione scientifica, stile che si è protratto nel 1968 con Ti con zero. Un’ulteriore svolta si registra nel 1969 con Il castello dei destini incrociati (ripubblicato nel 1973 insieme a La taverna dei destini incrociati) e con Le città invisibili (1972). Nel frattempo esce nel 1970, la raccolta di racconti Gli amori difficili. Dopo Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), esce Palomar (1983), nonché, postumi, Sotto il sole giaguaro (1986) e La strada di San Giovanni (1990). Da segnalare, inoltre, i volumi saggistici Una pietra sopra (1980), Collezione di sabbia (1984) e Lezione americane (uscito postumo nel 1988) e la pubblicazioni di sublimazione letteraria L’Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Molto importante la raccolta di Fiabe italiane, curata da Calvino nel 1956.

Personaggi

Pin è il protagonista del romanzo. È un bambino povero e disgraziato che vive in una topaia dalle parti di Via Pre che, insieme alla Via del Campo di De Andrè, era ed è una delle vie più degradate e pericolose di Genova. Sua sorella, la Nera di Carruggio Lungo, è una prostituta da quattro soldi, sporca ed avida, non sembra la sorella di Pin ma piuttosto una tutrice crudele ed opportunista che si serve del pargolo per adescare la gentaglia che ha come clientela; per meglio descrivere una persona facente parte dell’insulsa compagine che godeva dei servigi della sgualdrina potrei additare Frick, il marinaio tedesco, ambiguo ed antipatico personaggio preda delle vigliaccherie scherzose di Pin e, una volta, vittima di un furto pilotato dalla sezione GAP di Genova. Il marinaio nazista si recava dalla sorella di Pin per sopperire agli istinti virili che la notevole distanza dalla moglie rendeva insopportabili, nonostante questa argomentazione possa essere adibita a scusante per il tedesco, il tono della narrazione fa percepire su di lui la sua spregevolezza e codardia.

È soprattutto a causa della pessima reputazione della sorella che Pin subisce derisioni ed insulti; in ogni caso, Pin non patisce passivamente i motteggi e le pesanti facezie dei coetanei o di qualsiasi altro delinquente dei carruggi genovesi, sia esso un vecchio o un lattante, anzi risponde con gravi canzonature e leste frecciate che sembrano atte a scovare il fianco esposto o gli scheletri nell’armadio della vittima.
“Pin ha una voce rauca da bambino vecchio: dice ogni battuta a bassa voce, serio, poi tutt’a un tratto sbotta in una risata in i che sembra un fischio e le lentiggini rosse e nere gli si affollano intorno agli occhi come un volo di vespe.”
La vita tra gli adulti, tra vino fumo sesso violenza ed immoralità generale, sembra aver temprato Pin e in apparenza il suo carattere è forte e sicuro…in realtà non è così; Pin soffre la solitudine, piange, odia sua sorella e i suoi avventori, è debole ed insicuro, non si sente amato e l’assenza di affetti lo rende triste, per mascherare questa insicurezza si nasconde dietro le parolacce, l’illusoria esperienza, l’alcool…
Quando, a causa di vicissitudini che potrete meglio comprendere ed assaporare nella scrittura dello stesso Calvino, Pin si trova in prigione, ha un intenso e profondo rapporto con il suo padrone di lavoro, Pietromagro, il ciabattino vestito di stracci dalla fluente barba canuta, persona con la quale Pin riusciva solo a litigare. Pietromagro è una persona sfortunata che ha passato metà della sua vita in carcere, morirà in carcere, ma non prima di aver saggiamente consigliato il suo garzone.
Anche da questa esperienza si può dedurre quanto il cuore affranto di Pin cerchi l’appoggio delle persone che si aprono ad una relazione di affettività; la stessa conclusione la si può ricavare dall’incontro tra Pin e un partigiano chiamato Cugino, “è un omone con la faccia camusa come un mascherone da fontana: ha un paio di baffi spioventi e pochi denti in bocca”, una sorta di rude padre adottivo conosciuto nel ritmo concitato della Resistenza partigiana sui colli liguri, la comunicazione che avviene fra Pin e il Cugino è sostanzialmente fatta di sguardi d’intesa e gestualità, particolari toni della voce e citazioni di aneddoti precedentemente narrati resi esplicativi di una singola situazione: “Il Cugino da un’occhiata a Pin. Pin capisce: se si comincia a portar donne quassù va a finir male. Ed è orgoglioso che tra lui e il Cugino ci siano dei segreti, da comunicarsi con occhiate, dei segreti su questioni di donne”.


Tornando per un attimo indietro, mi soffermerei ad analizzare la banda di ubriaconi smidollati che affollava la bettola frequentata da Pin. Cominciamo con Miscèl il Francese, l’oste della taverna, è un classico esempio di ruffiano, che asseconda tutte le persone da cui può trarre un guadagno e che diventa di una causticità crudele con i più deboli; a Pin farà un torto gravissimo, voltandogli inaspettatamente le spalle e facendolo condannare al carcere. La Bersagliera è un donnone perennemente intriso di vino, dai nobili sentimenti e dal grande e dignitoso cuore, purtroppo Pin avrà poco a che fare con lei. Il Giraffa è un uomo schivo e falsamente fiero, smiccia Pin quando sa che ha avuto rapporti con il marinaio nazista, ma poi non si muove più di tanto per aiutare il ragazzino che è in difficoltà con i fascisti. Gian l’Autista, viaggiatore per professione, ha un carattere violento e scontroso, non dileggia Pin al livello degli altri e quindi Pin non si accanisce più di tanto contro di lui.

Battistino, coetaneo di Pin, rappresenta il mondo estraneo ed inaccessibile a Pin, il mondo fatto di giochi tra ragazzi, di timore reverenziale per adulti, di ingenuità e lati oscuri dell’esistenza. Battistino viene deriso da Pin perché non vuole entrare nell’osteria, perché non sa come si fa all’amore, perché passa le sue giornate giocando a nascondino con i suoi amici. In realtà, questo è il mondo tanto agognato da Pin, ma egli si sente respinto, non vuole trasgredire il simbolico divieto che gli blocca il transito verso la spensieratezza dell’infanzia, la vita lo ha condannato alla conoscenza in periodo acerbo, lo ha condannato a diventare adulto qeuando ha dieci anni, lo ha condannato ad una sofferenza empirica che lo farà maturare molto prima di qualsiasi altro ragazzo.


Comitato è il soprannome che Pin affibbia ad un capo della sezione partigiana di Genova, andato a raccogliere adesioni nell’osteria (adesioni che s’illuderà d’aver ottenuto, ma il Francse e gli altri sono troppo sbronzi e troppo vigliacchi per tentare di compiere azioni di forza come sparatorie e fughe rocambolesche). Comitato diventa per Pin (prima di incontrare il Cugino) l’ancora di sicurezza che gli permette di porre quella poca fiducia rimastagli in qualcuno, negli adulti; Comitato è serio, deciso, imperscrutabile, ed inspira a Pin un‘innata fiducia, fiducia giustificata perché Comitato non riserverà mai per Pin, a differenza dei balordi dell’osteria, indifferenza o prepotenza.

Ma viriamo le descrizioni verso l’affascinante e spigoloso mondo della guerra partigiana.
Lupo Rosso, altro personaggio legato alla Resistenza, è il nome di battaglia del ragazzo che aiutò Pin a fuggire dal carcere in cui era rinchiuso, una volta fuori dalla prigione Pin e Lupo Rosso si perdono, per poi ritrovarsi in un incontro fra le rispettive brigate sui colli. La sua psiche, fortemente inquadrata sui dogmi della dottrina comunista, occluderà a Pin la strada verso l’amicizia con questo giovane, troppo radicale ed insensibile davanti all’esistenza.
Il Dritto, pseudo - capo della GAP resistente sulle Alpi Marittime, ostenta sicurezza e spavalderia ma si rivela pavido sul campo di battaglia, inefficiente nella quotidianità montana ed inadeguato alle esigenze di segretezza della GAP; quando il Dritto rischierà di far fallire la missione dell’intero gruppo da lui comandato (Mancino e il pappagallo Babeuf, Giglia, Pelle, Conte, Barone, Duca e Marchese, Zena il Lungo detto Berretta–di-legno detto Labbra-di-bue), verrà palesemente ignorato da tutti e i suoi ordini non avranno effetto.

Ambientazioni

Lo scenario de Il sentiero dei nidi di ragno spazia dagli angusti carruggi di Genova alle rigogliose colline liguri e piemontesi.
Il carruggio genovese, dominio incontrastato di Pin e luogo per lui senza misteri, riflette quella pienezza esistenziale di cui noi forse siamo inconsapevoli, il carruggio trasmette una ricca varietà di situazioni umane che pongono l’uomo in una dimensione di semplice umiltà o lo gettano in una voragine di disperazione, dirupo da cui è difficile risalire soprattutto a causa delle molteplici possibilità di impudicizie e fornicazioni che sono solite ad esistere in ambienti altamente degradati.
L’essenza storica ed epica del romanzo si concentra quando il fulcro della narrazione diventa il colore, l’aspro sapore, il ritmo della Resistenza partigiana; la funzione dell’ambiente muta, da caratterizzante della narrazione, da edulcorante emotivo della narrazione, incarna la narrazione stessa. Il paesaggio dei clivi e dei colli liguri, con i suoi faggi e le sue roveri secolari che recano ombra di sollievo all’accaldato viandante, con le delicate pievi che si intravedono nell’intrico delle folte fronde, con l’odore agreste del fieno appena falciato, con il ronzio cullante di un favo d’api operose, con i nostalgici rombi cutanei che lo sferzare del vento e la violenza del sole hanno dipinto sulla nuca dei vecchi contadini…tutto questo è parte della narrazione come immagine esplicativa di una situazione non meglio spiegabile.

Stile

L’interpretazione e la nomenclatura dello stile calviniano è di una difficoltà riconosciuta dalle più autorevoli eminenze letterarie e culturali. Il più grande ostacoli che si interpone durante un percorso di analisi stilistica di Calvino è la moltitudine di fasi che su cui l’autore si è soffermato, fasi che si possono sostanzialmente suddividere in cinque, semplici, passaggi:

1. Fase neorealista (Ultimo viene il corvo, Il sentiero dei nidi di ragno…)
2. Fase fantastico - allegorica (Il visconte dimezzato, Il barone rampante…)
3. Fase industriale - sociale (La speculazione edilizia, Marcovaldo…)
4. Fase fantascientifica – matematica (Le cosmicomiche, Ti con zero…)
5. Fase combinatoria (Se una notte d’inverno un viaggiatore, Il castello dei destini incrociati…)

Soffermarsi a valutare e discernere l’evoluzione e le particolarità di tutte queste fasi sarebbe un lavoro che si protrarrebbe per troppo tempo, io mi limiterò a introdurre una breve e semplice analisi alla prima ed all’ultima fase.

La fase neorealista

Le prima fatiche letterarie di Calvino, soprattutto Il sentiero dei nidi di ragno, sono conducibili all’esperienza del Neorealismo o, meglio, rappresentano l’uso dei canoni neorealistici in direzione di trame più vicine alla narrazione fiabesca ed avventurosa.
Per la limpida essenzialità del lessico e per le proprietà semplici e chiare del linguaggio lo stile di Calvino è definito “classico”, questa classicità, conservatrice di forme d’espressione comuni, trova il suo apice nella fase iniziale della vasta opera dell’autore ligure. I basamenti della poetica di Italo Calvino affondano le proprie radici nel mantenimento di quelle regole di convivenza sociale e di quelle tradizione storiche che alimentano il senso d’appartenenza ad un luogo specifico e orientano l’amore dell’uomo verso la comprensione della grandiosa poesia della natura.
Dalla sua riflessione sui moderni linguaggi, spesso caotici e multiformi, Calvino ha tratto la tendenza ad una lingua “media”, sobria ed accurata nella sua apparente povertà sintattica e lessicale, aderente alla lucidità dello sguardo e alla razionalità del pensiero contemporaneo; nella lezione americana sull’esattezza Calvino insiste su quanto la letteratura necessiti di “un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione”.
Da un’affermazione di questo tipo si può annotare l’umanità della fantasia e dell’immaginazione che, di fatto, si collocano come essenziali nell’immaginario collettivo sociale; questi due fattori, seppur irrazionali, possono essere affiancati e riconosciuti come facenti parte di quei basamenti poetici sopraelencati che favoriscono, con la loro decantata semplicità, la lettura dell’opera a tutti.

La fase combinatoria

All’inizio degli anni Settanta, esasperando ed accentuando alcuni aspetti già presenti implicitamente nella sua produzione precedente, Calvino avvia l’ultima fase del suo microcosmo narrativo.
Il metodo ripetitivo ma non pedante del “nuovo” Calvino è quello di costruire il romanzo su una serie di elementi (che sono i tarocchi in Il castello dei destini incrociati, i capitoli di un libro in Se una notte d’inverno un viaggiatore e le città dell’impero del Kublai Kahn in Le città invisibili) ricorrenti e strettamente collegati tra loro.
Il Calvino della coobazione quindi o, meglio, il Calvino della combinazione che, appunto, combina gli elementi che costituiscono il romanzo e rende razionale una realtà fluida e dalla consistenza meramente soggettiva.
Sicuramente, il Calvino più discusso e criticato per l’eccessiva intellettualità dei suoi scritti. Rimane il desiderio di Calvino di racchiudere in un’ottica di razionalità conservatrice la realtà-sogno indeterminata che ci circonda.

Bibliografia

Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino, Mondadori, 1993, Milano
Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino, La Repubblica, 2003, Roma
Campo base, M.M.Cappellini – F.Ronconi, Mondadori, 1999, Milano

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