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Relazione di "Ivanhoe" di Walter Scott

Notizie sull'autore


Walter Scott (Edimburgo 1771 - Abbotsford, Roxburghshire 1832), scrittore britannico, uno dei massimi esponenti del romanticismo inglese. Di nobile famiglia scozzese, compì gli studi di legge ed esercitò la professione forense, coltivando parallelamente ambizioni letterarie. La profonda conoscenza delle ballate e leggende del suo popolo fu determinante nel definire il carattere della sua opera di scrittore. Il primo riconoscimento ufficiale giunse con la pubblicazione di una raccolta di canzoni e ballate popolari, La poesia del confine scozzese (1802-1803), ma la grande popolarità fu dovuta al poemetto narrativo I lai dell'ultimo menestrello (1805). Sulla scia del successo ottenuto, Scott pubblicò opere quali Marmion (1808), La donna del lago (1810), Il signore delle isole (1815). Il declino della popolarità di Scott come poeta, concomitante con l'ascesa di Byron, indusse lo scrittore a rivolgersi alla narrativa. La pubblicazione di Waverley (1814), un immediato successo di critica e di pubblico, segnò l'inizio di una nuova serie di trionfi. In rapida successione Scott scrisse oltre venti romanzi storici, tra i quali Guy Mannering (1815), I puritani di Scozia (1816), La sposa di Lammermoor (1819), Ivanhoe (1820). Gli ultimi anni della vita del romanziere furono amareggiati dal cattivo esito di alcune operazioni editoriali, che nel 1826 lo portarono al fallimento. Rifiutandosi di dichiarare bancarotta, Scott si sottopose per il resto dei suoi giorni a ritmi di lavoro forsennati nel tentativo di rifondere i debiti, scrivendo nuovi romanzi e il poema epico Vita di Napoleone (1827).

Primo grande autore di romanzi storici, nei suoi ritratti della Scozia, dell'Inghilterra e del continente dall'epoca medievale al XVIII secolo dimostrò una visione attenta e acuta della forza della politica e della tradizione e del loro impatto sull'individuo. Il successo di Scott si fonda sulle sue doti straordinarie di narratore, sull'abile costruzione dei dialoghi, sulla penetrante osservazione di costumi e comportamenti sociali e sui vividi ritratti di zingari, fuorilegge e girovaghi. Lo stile fonde vigore, bellezza lirica e lucidità descrittiva. Sebbene la costruzione degli intrecci appaia talvolta affrettata e i personaggi risultino in qualche occasione poco credibili, le sue opere mantengono un alto valore letterario per l'atmosfera avvincente, la dignità epica e la lucida comprensione della natura umana. Honoré de Balzac in Francia, Charles Dickens e William Makepeace Thackeray in Inghilterra, Alessandro Manzoni in Italia e James Fenimore Cooper negli Stati Uniti sono solo alcuni dei tanti scrittori che hanno pubblicamente dichiarato un debito di riconoscenza nei confronti di Walter Scott. La sua opera suscitò un vivo interesse per le tradizioni scozzesi, e in tutto il mondo occidentale incoraggiò l'interesse per il Medioevo, caratteristica dominante del romanticismo.

Le sue poesie furono spesso musicate - ad esempio da Franz Peter Schubert - e ai suoi romanzi si ispirarono musicisti eminenti come Gaetano Donizetti (Lucia di Lammermoor, 1835) e Gioacchino Rossini (La donna del lago, 1819).

Il romanzo

* Titolo del libro: Ivanhoe
* Data della prima edizione: 1820
* Genere del libro: Romanzo storico

Personaggi principali

* Gurth e Wamba: il più anziano dei due, Gurth aveva un aspetto austero, selvaggio. Il suo vestito era della foggia più semplice che si possa immaginare; era, infatti una stretta casacca con maniche lunghe, fatta con la pelle conciata di qualche animale, il cui pelame, in alcuni punti era rimasto ma, in altri punti, s'era logorato sì che sarebbe stato difficile indovinare dai ciuffi di peli rimasti, di quale bestia fosse stata quella pelle. Questo vestito primitivo lo copriva dalla gola ai ginocchi e rispondeva a tutti gli scopi abituali di un riparo del corpo. Dei sandali, legati mediante cinghie di pelle di verro, gli proteggevano i piedi ed una striscia di cuoio sottile era attorcigliata attorno alle gambe in modo artificioso e salendo al di sopra dei polpacci, lasciava scoperte le ginocchia, come quelle di un montanaro scozzese. La casacca era trattenuta, alla vita, da una larga cintura di cuoio e chiusa da una fibbia di ottone, onde renderla più aderente al corpo; ad un lato vi era una specie di bisaccia, ed all'altro il corno di un montone, munito di un'imboccatura che serviva per soffiarvi dentro. Nella stessa cintura era infilzato uno di quei coltelli lunghi, aguzzi, a due tagli col manico di corno di daino, che venivano fabbricati nelle vicinanze e che venivano denominati anche in quell'epoca lontana "coltelli di Sheffield". L'uomo non portava alcun copricapo sulla testa, difesa soltanto dalla folta capigliatura, qua arruffata, là compatta come se vi fosse stata versata su della colla, che, alla luce del sole, assumeva un colore rosso oscuro, di ruggine, contrastante con la lunga barba, sulle guance, quasi del colore dell'ambra. Egli portava un anello di ottone simile ad un collare, ma senza alcuna apertura, e ben saldo al collo, tanto allentato da non ostacolare la respirazione, tuttavia così aderente da non poter essere tolto se non mediante l'aiuto di una lima. Gurth faceva il porcaro di mestiere.
Wamba più giovane di Gurth di dieci anni indossava un vestito simile, nella foggia, a quello del suo compagno ma di stoffa migliore e dall'aspetto più bizzarro. La sua casacca era di uno smagliante color porpora e su di essa si era tentato di dipingere degli ornamenti grotteschi, di colori vari. Alla casacca egli univa un corto mantello che a stento gli giungeva a mezza coscia; era di stoffa rosso vivo, sebbene lurida, con strisce color giallo vivace; e poiché egli poteva spostarlo da una spalla all'altra o, a piacer suo, avvolgerlo tutto attorno alla sua persona, la sua ampiezza, in contrasto con la sua cortezza, formava un drappeggio bizzarro. Egli portava sottili braccialetti d'argento sulle braccia ed, al collo, una collana dello stesso metallo. Questo personaggio aveva lo stesso tipo di sandali del compagno ma, invece della striscia di cuoio, le sue gambe erano fasciate da una specie di uose, di cui una era rossa e l'altra gialla. Aveva un berretto, sul quale erano appesi alcuni campanelli, quasi della stessa grandezza di quelli che si appendono ai falchi, ogni qual volta gli girava la testa in un senso o nell'altro; e poiché egli di rado rimaneva un solo istante fermo, nella stessa posizione, si può dire che il loro suono fosse incessante. Attorno all'orlo del suo berretto vi era una rigida striscia di cuoio che si allargava verso l'alto, a guisa di una corona, donde veniva fuori un lungo berretto a sacco, il quale cadeva giù su una spalla come un berretto da notte di vecchia moda o come il copricapo di un moderno ussaro. Su questa parte del berretto erano attaccati i campanelli; e ciò insieme alla foggia del copricapo ed alla sua espressione, per metà furba e per metà irrequieta, bastava a rivelare, in lui, un appartenente alla razza dei giullari, mantenuti, nelle case dei ricchi, per scacciare il tedio di quelle interminabili ore, ch'essi erano costretti a trascorrere in casa. Egli portava, come il suo compagno, una saccoccia attaccata alla cintura, ma non aveva né corpo né coltello, poiché, probabilmente, lo si considerava come facente parte di una categoria cui si reputa pericoloso l'affidare strumenti taglienti. L'aspetto esteriore di questi due uomini formava un contrasto più vivace della loro espressione e del loro portamento. L'espressione del servo era triste e cupa; egli guardava, curvo, il terreno con profondo abbattimento; l'espressione di Wamba era d'altro canto, come suole accadere nella sua categoria, alquanto vacua e bizzarra; vi erano un'impazienza ed un'irrequietezza, un'incapacità a mantenersi fermo nello stesso posto.
* Il priore Aymer: uomo ecclesiastico ed esperto cavaliere, il suo compagno era un uomo che aveva superato la quarantina, sottile, forte, alto, muscoloso; una figura d'atleta, cui sembrava che le lunghe fatiche avessero tolto ogni morbidezza. Era tutto muscoli, ossa, nervi che avevano sostenuto mille ardue prove ed erano pronte a sostenerne altre mille. Gli copriva la testa un copricapo scarlatto, orlato di pelliccia, simile ad un mortaio capovolto. Il volto era, quindi, visibilissimo e la sua espressione era di quelle che incutono una certa soggezione, se non proprio timore, ai forestieri. I suoi nobili lineamenti, forti ed espressivi, erano divenuti di colore scurissimo per essere stati a lungo esposti al sole tropicale e di solito si rilasciavano in una grande calma dopo che un uragano di passione li aveva sconvolti; tuttavia le turgide vene della fonte, il fremito del labbro superiore e dei folti baffi neri rivelavano chiaramente che la tempesta poteva facilmente scatenarsi di nuovo, alla minima emozione. Gli occhi scuri, acuti, penetranti narravano, ad ogni sguardo, una voglia di spazzare dal suo cammino quanto s'opponeva ai suoi desideri, mediante una costante pratica di coraggio e di volontà; una profonda cicatrice sulla fronte rendeva il suo viso più austero e dava un'espressione sinistra ad uno dei suoi occhi, ch'era rimasto lievemente offeso nella stessa occasione della ferita alla fronte, e la cui capacità visiva era lievemente menomata. Questo personaggio indossava, come il suo compagno, un lungo mantello monastico ma di colore scarlatto, sulla cui spalla destra era intagliata, in stoffa bianca, una croce di forma originale. Esso celava un tipo di abito a prima vista in netto contrasto col mantello, cioè una flessibile maglia di acciaio con maglie e guanti identici. Alla cintura egli portava un pugnale lungo, a doppia lama, l'unica arma di difesa ch'egli avesse addosso, Egli cavalcava, sulla strada di campagna, un forte cavallo comune per risparmiare fatica al suo gagliardo cavallo di guerra, che uno scudiero conduceva dietro, completamente equipaggiato per la battaglia. Da un lato della sella pendeva una corta ascia da guerra tutta incisa all'uso damasceno, dall'altro v'erano l'elmo piumato del cavaliere ed il cappuccio di maglia di acciaio con una lunga spada a due lame. Un secondo scudiero teneva alta la lancia del suo signore, dalla punta della quale ondeggiava un piccolo scudo triangolare sufficientemente largo, in alto, per proteggere il petto. Era coperto con un drappo scarlatto, si che non se ne poteva leggere il motto. I due scudieri erano seguiti da due schiavi dal viso scurissimo, dai turbanti bianchi vestiti all'orientale. Tutto l'aspetto di questo guerriero e del suo seguito era selvaggio e straniero; gli abiti degli scudieri erano sgargianti; gli schiavi orientali portavano collane e braccialetti d'argento. I loro abiti, tutti adorni di sete e ricami, rivelavano la ricchezza e l'importanza del loro signore, formando, nello stesso tempo, uno stridente contrasto con la semplicità marziale del suo abbigliamento. Portavano sciabole ricurve, dall'elsa e della bandoliera intarsiate d'oro, e pugnali turchi di fattura ancora più costosa. Ciascuno di loro portava, in sella, un fascio di giavellotti, lunghi circa quattro piedi, con punte d'acciaio acuminate. Il priore Aymer era molto gradito ai nobili ed alla borghesia di campagna, con molti dei quali era imparentato, poiché apparteneva ad aristocratica famiglia normanna. Il priore partecipava agli sport con un entusiasmo straordinario, ed aveva il permesso di possedere i falchi meglio ammaestrati ed i più veloci levrieri del North Riding. Con gli anziani egli prendeva un altro atteggiamento e quando era necessario, lo sosteneva con grande dignità.
* Cedric: era di statura media, ma aveva spalle larghe, braccia lunghe, ed era robusto, come persona abituata a sopportare le fatiche di guerra o della caccia; il suo viso era largo, gli occhi grandi e azzurri, i denti belli, la testa di bella forma, la fisionomia aperta e, nello stesso tempo, non priva di quella specie di buon umore che spesso si accompagna ai temperamenti impulsivi. I suoi occhi esprimevano orgoglio e gelosia perché aveva trascorso la vita nell'affermazione di diritti sempre in pericolo di venir soffocati dagli invasori; ed il carattere di quest'uomo pronto, fiero, deciso, s'era mantenuto all'erta per le circostanze della sua situazione. I suoi lunghi capelli biondissimi erano divisi da una riga sottile, dal centro della testa sino alla fronte e scendevano, ben pettinati ed in ordine, sino alle spalle; v'erano pochi fili d'argento, nonostante Cedric si avvicinasse ai sessant'anni. Indossava una tunica color verde foresta, guarnita, alla gola ed ai polsi, di pelliccia di vaio, un po' meno costosa dell'ermellino. Sulla spalliera del suo seggio era un mantello scarlatto, bordato di pelliccia, ed un berretto della stessa stoffa, riccamente ricamato, che completava il vestiario dell'opulento signore, quando gli piaceva uscire. Una corta picca dalla testa larga, di lucente acciaio, era appoggiata allo schienale e gli serviva, quando egli passeggiava, da bastone o da arma, secondo l'occasione.
* Lady Romena: alta, ma non troppo; era di carnagione bianchissima, eppure la sua non era una bellezza scialba. I suoi occhi turchini, sotto l'arco delle sopracciglia castane che si delineavano con curva graziosa sulla fronte, sembravano capaci di infiammare e di fondere, di comandare e di supplicare. La sua espressione naturale era mite; tuttavia l'abitudine a ricevere omaggi da parte di tutti aveva conferito alla fanciulla una nota di alterezza. La sua chioma abbondante, di un biondo caldo, cadeva in riccioli capricciosi, aggraziati, in cui l'arte aveva forse aiutato la natura, ed era adorna di gemme; la sua lunghezza rivelava la nascita aristocratica e la condizione libera della fanciulla. Portava al collo una catena d'oro da cui pendeva un piccolo reliquiario d'oro anch'esso, e braccialetti sulle braccia. Sotto un mantello rosso vivo e fatto dalla migliore lana, portava una veste, con la cintura, di seta intessuto d'oro, che poteva essere, a piacere, o tirato giù sul viso e sul petto, alla spagnuola, o drappeggiato sulle spalle.
* L'ebreo: il suo nome era Isaac di York. I suoi lineamenti sottili, regolari, il naso aquilino e gli occhi neri, penetranti, la fronte alta rugosa, la barba e la chioma grigie, avrebbero potuto sembrare belli se non avessero costituito la caratteristica di una razza che, durante quell'età tenebrosa, era detestata dal volgo pieno di pregiudizi e dalla rapace nobiltà, e che forse per quell'odio e per quella persecuzione, aveva assunto un carattere nazionale in cui c'era tanto di meschino e di non amabile. L'abito dell'ebreo era una mantella di semplice stoffa tessuta in casa, a molte pieghe, e copriva una tunica color porpora scura.
* Rebecca: reggeva il confronto con le maggiori bellezze d'Inghilterra, la sua bellezza risaltava maggiormente nell'abito orientale. Il suo turbante di seta gialla donava molto alla sua carnagione bruna. Lo splendore dei suoi occhi, il superbo arco delle sopracciglia, il bel naso aquilino, i denti bianchi come perle, l'abbondante chioma d'ebano che, scendendo in riccioli, copriva tutto quel che la veste della più ricca seta persiana lasciava vedere, costituiva un insieme che non aveva nulla da invidiare alle più belle fanciulle intorno a lei. Delle fibbie d'oro e di perle, che ornavano la sua veste dalla gola alla cintura, le tre più in alto erano lasciate aperte per il caldo, sì che s'intravedeva una collana di diamanti, con pendenti di inestimabile valore. Una penna di struzzo, assicurata al turbante da un fermaglio di brillanti, era un alto segno di distinzione della bella ebrea.
* Ivanhoe: Wilfred di Ivanhoe è il protagonista del romanzo di Scott, figlio di Cedric, un nobile sassone ostile ai Normanni. Ivanhoe è stato cacciato dal padre per il suo amore per Lady Rowena, che Cedric intende dare in sposa ad un nobile di stirpe reale. Ivanhoe è partito per la terza crociata, dove combatte vittoriosamente al fianco di re Riccardo Cuor di Leone. Al ritorno dalla crociata sotto false spoglie Ivanhoe partecipa al torneo di Ashby, vincendo contro tutti i cavalieri. Rimasto ferito, verrà curato da Rebecca che dopo essere stata salvata da lui, lo sposa. Ivanhoe è un cavaliere molto rispettoso nei confronti delle persone che lo stimano, lo amano e lo considerano un uomo coraggioso che combatte per i suoi ideali; nonostante ciò il suo animo non è tranquillo poiché è stato costretto ad abbandonare il proprio padre, che in seguito lo accetterà nuovamente in casa.

Epoca e ambiente della vicenda

La vicenda si svolge in Inghilterra al tempo di re Riccardo Cuor di Leone e delle Crociate intorno all'anno 1194, coprendo un arco di circa dieci giorni. Durante la narrazione sono presenti alcune ellissi, come "dopo tre ore", "il mattino seguente" ; molte pause con le quali l'autore introduce la descrizione di un luogo o di un personaggio; scene dialogate e analisi dettagliate come quella del torneo di Ashby che, durato due giorni, viene analizzato in molte pagine.
Gli spazi presenti sono sia interni come case e castelli, sia esterni come grandi foreste.

* La casa di Cedric: in un sala molto bassa ma vastissima, una lunga tavola di quercia, formata di assi tagliate rozzamente con l'accetta ed appena appena levigate, stava bell'e e preparata per la cena di Cedric il sassone. Il tetto, fatto di travi e di travicelli, divideva l'appartamento dal cielo solo con assi e paglia; vi era un ampio focolare, ad entrambe le estremità della sala, ma, poiché i camini erano mal costruiti, entrava nell'appartamento tanto fumo quanto ne usciva col vento. E così, sulle travi della sala dalle volte basse, s'erano formate delle incrostazioni, che avevano finito col costituire una nera crosta di fuliggine. Ai lati dell'appartamento erano appesi trofei di guerra e di caccia, e ad ogni angolo vi erano delle porte a due battenti, che accedevano ad altre parti del vasto edificio. Le altri parti della dimora avevano la stessa rozza semplicità del periodo sassone cui Cedric, puntigliosamente, teneva. Il pavimento era composto di un miscuglio di calce, induritosi a furia di essere calpestato, come quello che viene oggi adoperato per pavimentare i granai. Per circa un quarto della lunghezza dell'appartamento, il pavimento si alzava di un gradino, e questo spazio, che veniva chiamato piattaforma, era occupato soltanto dai principali membri della famiglia e dai visitatori di riguardo, A tal fine, una tavola coperta di ricca stoffa scarlatta era posta trasversalmente lungo la piattaforma, dal cui centro si stndeva giù verso il fondo della sala l'asse più lunga e più bassa, dove mangiavano i domestici e le persone di grado inferiore, Tutto rassomigliava, per la forma, ad una T o ad alcune di quelle antiche tavole da pranzo, che possono tuttora vedersi negli antichi collegi di Oxford o di Cambridge. Sedie massicce e cassapanche di quercia intagliata erano poste sulla pedana, e, su questi seggi ed il tavolo situato più in alto, v'era un baldacchino, che serviva, in qualche modo, a proteggere i dignitari, che occupavano quel posto distinto, dal maltempo, specialmente dalla pioggia, la quale, in alcuni punti, riusciva a penetrare attraverso il tetto mal costruito. I muri di questa parte superiore della sala erano coperti, sin dove si estendeva la piattaforma, da tende; sul pavimento era un tappeto, e sia i primi che il secondo erano adorni di una specie di ricamo eseguito con colori sgargianti. Nel centro della tavola più alta, erano situate due sedie, più eleganti del resto, per il padrone e la padrona di casa che presenziavano alla mensa.
* La foresta: Il sole tramontava su una radura della foresta, da cui venivano coperte in maggior parte le belle colline e le belle valli che si trovavano tra Sheffield e la graziosa città di Doncaster. Centinaia di querce dall'ampia chioma, dai lunghi rami, dai tronchi bassi, stendevano le loro braccia nodose su un fitto tappeto di erba dal verde più delizioso; in alcuni punti esse si frammischiavano a faggi, agrifogli e macchie, così fitti da interrompere i raggi orizzontali del sole morente; in altri punti distavano molto l'una dall'altra, formando quei lunghi sentieri, in declivio, tortuosi, in cui lo sguardo ama sperdersi, ma anche alla fantasia appaiono come sentieri verso luoghi più selvatici di solitudine silvestre. I raggi di fuoco del sole mandavano qua una luce frammentaria, pallida, che illuminava i rami contorti ed i tronchi muschiosi degli alberi, e là formavano delle chiazze splendenti in alcune zolle erbose su cui si proiettavano. Uno spazio molto aperto, nel mezzo della radura, sembrava fosse stato, ai tempi antichi, un luogo riservato ai riti della religione druidica ché, sulla sommità di una collinetta, tanto regolare da sembrare artificiale, rimaneva ancora la parte di un cerchio di immensi massi di pietra, rozzi, ma spaccati con l'ascia.

Fabula e intreccio

Fabula

Wilfred di Ivanhoe, figlio di Cedric, è un nobile sassone ripudiato dal padre per impedirgli di sposare la bellissima figliastra Rowena, che ha promesso in sposa invece al nobile di sangue reale Athelstane, nel tentativo di riportare al trono la dinastia sassone. Allontanato dunque da Cedric, Ivanhoe partecipa alla terza crociata al seguito di Riccardo Cuor di Leone e solo al ritorno può realizzare il suo sogno e riconquistare l'onore perduto, combattendo vittoriosamente a fianco di Riccardo contro il fratello di questo, il principe Giovanni, autoproclamandosi re di tutti gli Inglesi.

Intreccio

La storia risale al 1194. Si svolge in Inghilterra, sullo sfondo delle lotte intestine tra i due popoli che abitano nel paese: i crudeli Normanni, che l'hanno conquistato un secolo prima, e i Sassoni che gemono sotto tutte le conseguenze della sconfitta. Protagonista e Wilfred d'Ivanhoe, figlio di Cedric, un nobile sassone ostile ai Normanni. Ivanhoe è stato cacciato dal padre per il suo amore per lady Rowena, che Cedric intende dare in sposa ad un nobile di stirpe reale, Athelstane, nella speranza di riconquistare con questa unione il trono d'Inghilterra per il suo popolo. Ivanhoe è partito per la terza crociata al seguito di re Riccardo Cuor di Leone, in assenza del quale l'ipocrita e ambizioso fratello, Giovanni Senzaterra, tenta di usurpare il trono. Re Riccardo ritorna dalla crociata, e con lui ritorna alla casa del padre, sotto false spoglie, Wilfred d'Ivanhoe che in incognito, partecipa al torneodi Ashby, nel quale affronta e vince tutti i cavalieri del principe Giovanni. Rimasto ferito, viene curato dalla bellissima Rebecca che di lui subito si innamora. Ivanhoe, Rebecca, Cedric il Sassone e Rowena, mentre attraversano un bosco, sono fatti prigionieri da alcuni cavalieri normanni e rinchiusi nel castello del crudele tiranno Reginaldo Front-de-Boeuf. Dopo una furiosa battaglia il castello viene espugnato da un misterioso Cavaliere Nero e da una banda di arditi fuorilegge, guidata dal leggendario Robin Hood, difensore dei poveri. Solo Rebecca resta prigioniera in mano di un crudele templare, Brian-de-Bois-Guilbert, che ne vuole a tutti i costi l'amore. Accusata di stregoneria e condannata al rogo, viene liberata da Ivanhoe, che combatte e vince per lei, uccidendo il malvagio Templare. Riccardo frattanto stabilisce il suo potere sui Normanni ribelli e ottiene la sottomissione dei Sassoni, avviando la fusione delle due componenti etniche nemiche in una nuova realtà nazionale, quella inglese. La storia si chiude col matrimonio tra Rowena e Ivanhoe, mentre Rebecca, che in cuor suo lo ha sempre amato ma invano, decide di partire dall'Inghilterra.

"L'episodio più interessante e a tuo giudizio più significativo"

L'episodio più interessante e più significativo è stato a mio giudizio il torneo di Ashby, descritto nei capitoli dal 6 al 10. Qui i personaggi che prima ci sono stati presentati mostrano carattere, personalità e temperamento. Scendono in campo i più grandi campioni del tempo: cavalieri, feudatari, vassalli. Gli uni contro gli altri in una furibonda mischia o tramite un'acerrima sfida personale provano il loro valore ed il coraggio, dimostrano fierezza e cortesia sotto gli occhi atterriti, ma partecipi di un pubblico di umili e potenti. Onore e gloria sono la ricompensa del cavaliere, ma ad Ashby si combatte anche per i dolci occhi di Lady Rowena che, benché sassone, viene eletta regina della bellezza e dell'amore per l'intera durata del torneo. Cominciato il torneo sono però i cavalieri ad attirare l'attenzione due in particolare: Brian de Bois-Guilbert da una parte e il Diseredato pellegrino dall'altro. Con l'aiuto di un misterioso cavaliere nero sarà Ivanhoe a prevalere, ma lo scontro tra i due è talmente devastante che il cavaliere buono, pur vittorioso, ne porterà i segni invalidanti su tutto il corpo per lungo tempo.

Le tematiche

Le tematiche più importanti proposte dall'autore sono il coraggio, l'eroismo e l'onestà del buon cavaliere, ma il tema dominante è la rievocazione della lotta tra Sassoni e Normanni.

Lo stile

Nel romanzo prevale il cosiddetto narratore onnisciente, che spiega e chiarisce i diversi avvenimenti e interviene molto nella narrazione anche in prima persona, il suo punto di vista è detto a focalizzazione zero. Il discorso utilizzato è quello diretto, lo stile è quello paratattico, il registro formale.

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