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A ciascuno il suo - Leonardo Sciascia

Riassunto del capitolo sette del romanzo A ciascuno il suo dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia.

E io lo dico a Skuola.net
A ciascuno il suo - L. Sciascia
Riassunto capitolo 7
Che un delitto si offra agli inquirenti come un quadro i cui elementi materiali e, per così dire, stilistici consentano, se sottilmente reperiti e analizzati, una sicura attribuzione, è corollario di tutti quei romanzi polizieschi cui buona parte dell'umanità si abbevera. Nella realtà le cose stanno però diversamente: e i coefficienti dell'impunità e dell'errore sono alti non perché (o non soltanto, o non sempre) è basso l'intelletto degli inquirenti, ma perché gli elementi che un delitto offre sono di solito assolutamente insufficienti. Un delitto, diciamo, commesso o organizzato da gente che ha tutta la buona volontà di contribuire a tenere alto il coefficiente di impunità. Gli elementi che portano a risolvere i delitti che si presentano con carattere di mistero o di gratuità sono la confidenza diciamo professionale, la delazione anonima, il caso. E un po', soltanto un po', l'acutezza degli inquirenti. Il caso, per il professor Laurana, scattò a Palermo, in settembre. Si trovava già da qualche giorno in quella città, commissario d'esami in un liceo; e nel ristorante che usava frequentare incontrò un compagno di scuola che da tanto tempo non vedeva ma di cui alla lontana aveva seguito l'ascesa politica. Comunista: segretario di sezione in un piccolo paese delle Madonie, poi deputato regionale, poi deputato nazionale. Ricordarono, naturalmente, il loro tempo di studenti; e quando affiorò il povero Roscio, l'onorevole disse che gli aveva fatto tanta impressione la notizia della sua morte perché era andato a trovarlo proprio quindici o venti giorni prima. Non lo vedeva da almeno dieci anni. Era andato a trovarlo a Roma, alla Camera. L'aveva riconosciuto subito, non era cambiato... Loro forse sì, un poco... L'onorevole, poi, aveva avuto il pensiero che la sua morte fosse da collegarsi a quella sua venuta a Roma, da lui: ma aveva visto che le indagini avevano accertato che era morto, invece, solo perché si era trovato in compagnia di un tale che aveva sedotto una ragazza, non sapeva. Chiese al professore se sapeva perché era andato da lui. Per domandargli, se era disposto a denunciare alla Camera, sui loro giornali, nei comizi, un notabile del paese di Laurana, uno che aveva in mano tutta la provincia, che faceva e disfaceva, che rubava, corrompeva, intrallazzava. Il professore Laurana domandò se era davvero uno del paese. L'onorevole intervenne dicendo che, pensandoci bene, non credeva che gli avesse detto esplicitamente che si trattava di uno del paese: forse glielo aveva lasciato intendere, forse si era fatta quella impressione. Laurana chiese se era un notabile, uno che teneva in mano la provincia. L'onorevole disse che questo lo ricordava bene: aveva detto proprio così... Lui, naturalmente, gli aveva risposto che sarebbe stato più che lieto di denunciare, di lanciare lo scandalo: ma aveva bisogno, si capisce, di qualche documento, di qualche prova... Gli aveva detto che disponeva di tutto un dossier, che glielo l'avrebbe portato... E non si era fatto più vivo. Laurana disse che era naturale. Anche secondo l'onorevole era naturale in quanto il medico non era più vivo. Il professore non voleva dire una battuta: pensava che il suo sospetto, di un rapporto tra il suo viaggio a Roma e la morte... Il professore si ricordò che per un paio di giorni non si era visto: poi aveva detto che era stato a Palermo, da suo padre... Ma gli pareva quasi impossibile: Roscio che voleva denunciare qualcuno, che disponeva di un dossier. Quindi gli domandò se era proprio sicuro che fosse Roscio. L'onorevole disse che l'aveva riconosciuto subito e che non era per niente cambiato. Il professore disse che era vero che non era cambiato. Poi gli chiese se gli aveva fatto il nome della persona che voleva denunciare. L'onorevole disse che non glielo aveva detto assolutamente. Laurana gli chiese se gli aveva dato almeno qualche vaga indicazione o qualche dettaglio. L'onorevole rispose di no. Anzi, lui aveva insistito per sapere qualche cosa di più: e Roscio gli aveva risposto che era una cosa talmente delicata, talmente personale... Il professore ribadì se era veramente personale. L'onorevole affermò che era veramente personale. E gli avrebbe detto o tutto, con i documenti in mano, o niente... E gli confessò che quando gli aveva sentito dire che ancora aveva da decidere se dirgli tutto o niente si era sentito un po' a disagio... Aveva avuto l'impressione che quei documenti, e quel suo andare da lui, fossero in funzione di una specie di ricatto: se la cosa fosse andata bene, niente; e se fosse andata male, di nuovo da lui, col dossier. Il professore disse che non era assolutamente un uomo da far ricatti. L'onorevole ribatté chiedendogli come interpretava un atteggiamento simile. Ma per il professore era una cosa strana, quasi inverosimile. L'onorevole continuò dicendo come poteva Laurana non riuscire a concepire che volesse colpire qualcuno, né a capire chi e per quale ragione; e gli stava vicino, e lo conosceva bene... E che non gli pareva che ci fosse qualcosa di equivoco? Il professore disse che non gli stava poi tanto vicino. E aveva un carattere chiuso, non arrivava mai alla confidenza: perciò non toccavano mai di cose private, intime; parlavano di libri e di politica. L'onorevole domandò al professore che cosa pensava Roscio della politica. Il professore disse che il medico pensava che il far politica senza tenere conto dei principi morali. A questo punto l'onorevole sibilò che si trattava di qualunquismo. Anche Luarana disse che, in quel senso, era un po' qualunquista. L'onorevole si domandò se era vero. Il professore disse che ciò non gli impediva di votare per il Partito comunista. L'onorevole approvò la decisione del professore. Ma Laurana disse che lo aveva fatto con molta inquietudine e con molto disagio. L'onorevole domandò il perché con sguardo divertito e indulgente, che prometteva l'immediata demolizione di qualsiasi ragione Laurana stesse per avanzare. Laurana disse di lasciar perdere e che non sarebbe riuscito a convincerlo a votare contro. L'onorevole domandò contro che cosa; e il professore disse contro il partito comunista. Ridendo, l'onorevole disse che quella era buona. Laurana negò con molta serietà e riprese il discorso su Roscio, che forse votava comunista anche lui, benché accuratamente evitasse di dichiararlo. Il professore continuò dicendo che era per rispetto ai suoi parenti, cioè ai parenti della moglie: tutti attivi nella politica, con l'arciprete in testa. L'onorevole domandò dell'arciprete. Laurana rispose che l'arciprete Rosello era lo zio della moglie... Perciò Roscio, per rispetto o forse per evitare contrasti familiari, evitava di prendere precise posizioni. In seguito disse che in questi ultimi tempi era diventato più duro, più acre, nei giudizi su uomini e cose della politica. Della politica governativa, intendeva. L'onorevole domandò se gli avevano forse soffiato via qualche prebenda o qualche incarico. Il professore non ci credeva... Era diverso da come lui, poteva ormai immaginarlo. Amava il suo mestiere; amava il paese, le serate al circolo o in farmacia, la caccia, i cani; riteneva che amasse moltissimo la moglie, e adorava la bambina. L'onorevole domandava cosa volesse dire. Poteva anche amare il denaro, avere qualche ambizione. Il professore disse che denaro ne aveva e che non aveva ambizioni. E poi, per uno che aveva scelto di stare in un paese, che aveva deciso di non allontanarsene, che ambizioni voleva che restassero. L'onorevole disse che era una specie di medico di paese d'altri tempi, insomma: quello che viveva del suo, non si pagava le visite e anzi lasciava agli ammalati poveri i soldi per le medicine. Il professore disse che era qualcosa di simile. Però guadagnava bene, aveva fama di buon medico anche nei paesi vicini, veniva tanta gente a farsi visitare da lui. E poi c'era il nome: Roscio, il vecchio professore Roscio... A proposito: credeva che sarebbe andato a fargli una visita. L'onorevole domandò a Laurana se pensava veramente che la morte di Roscio potesse essere collegata alla sua presa di posizione contro l'ignoto notabile. Laurana negò dicendo che tutte le apparenze erano anzi contro questo sospetto. Roscio era morto perché incautamente (diceva incautamente perché sapeva della minaccia) si era accompagnato al farmacista Manno: queste erano le apparenze. A questo punto l'onorevole ebbe pietà del povero Roscio.
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