Aleksej di Aleksej
Mito 20002 punti

José Saramago, Le Intermettenze della Morte


Vita:

José Saramago è nato ad Azinhaga, in Portogallo il 16 novembre 1922. Trasferitosi a Lisbona con la famiglia in giovane età, ha abbandonato gli studi universitari per difficoltà economiche, mantenendosi con i lavori più diversi fino a impiegarsi stabilmente in campo editoriale, lavorando per dodici anni come direttore letterario e di produzione. Il suo primo romanzo “Terra del peccato” del 1947, non riceve un grande successo nel Portogallo oscurantista di Salazar. Nel 1959 si iscrive al Partito Comunista Portoghese che opera nella clandestinità sfuggendo sempre alle insidie ed alle trappole della polizia politica del regime salarazista. In effetti, bisogna sottolineare che per capire la vita e l'opera di questo scrittore non si può prescindere dal costante impegno politico che ha sempre profuso in ogni sua attività. Durante gli anni settanta Saramago vive un periodo di formazione e pubblica poesie, cronache, testi teatrali, novelle e romanzi. Ma è con “Memoriale del convento” (1982) che ottiene finalmente il successo tanto atteso: in sei anni pubblica tre opere di grande impatto ( oltre al “Memoriale”, “L’anno della morte di Riccardo Reis” e “La zattera di pietra”) ottenendo numerosi riconoscimenti. Gli anni Novanta lo consacrano sulla scena internazionale con “L’assedio di Lisbona”, “Il Vangelo secondo Gesù” e “Cecità”; inoltre ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura nel 1998. Meno riuscito è il Saramago saggista, editorialista e viaggiatore, probabilmente frutto di necessità contingenti, non ultima quella di tenere vivo il suo nome sulla scena letteraria contemporanea. Attualmente vive a Lanzarote, nelle Isole Canarie.

Le Intermettenze della Morte - Recensione

Con questo libro, lo scrittore portoghese ci regala un appassionante romanzo che fonde insieme fantasia e realtà, poesia e prosa, umanità e passione: tutto ruota sul grande tema della Morte. Infatti il 31 dicembre allo scoccare della mezzanotte, in un paese sconosciuto, s’instaura l’eternità, perché la Morte entra definitivamente in sciopero, rifiutandosi quindi di compiere il suo quotidiano dovere. L'avvenimento suscita a tutta prima sentimenti di giubilo e felicità, ma crea anche scompiglio in ogni strato sociale; il più grande sogno dell'umanità diventa il più terrificante degli incubi: è il trionfo della sovrappopolazione, l’affollamento delle strutture ospedaliere, il collasso economico, persino il tracollo del senso religioso. Poi d’improvviso la morte torna a farsi viva, recupera il tempo perduto e ricomincia a far valere la scadenza di quel contratto a tempo determinato che è la vita, cambiando le regole: invia otto giorni prima della rescissione del contratto le sue funebri notifiche agli inconsapevoli destinatari. Queste buste di color viola, firmate di suo pugno, segnano la ripresa della catena di montaggio che si era interrotta per sette mesi. Tutte le lettere arrivano a destinazione tranne una, rinviata sempre al mittente. È indirizzata a un violoncellista che vive in solitudine con il suo cane, riservando ogni momento della sua vita alla musica. Per conoscere quest’uomo, l’unico in grado di evitarla, la morte decide di trasformarsi in una donna e di consegnargli personalmente la lettera. Si instaura quindi tra la Morte e la sua vittima un rapporto particolare, inusuale, una sorta di attrazione che si trasforma in sentimento. La morte, fatta donna, lascia sopravvivere la vita e le dona il suo valore immenso. Anche una vita apparentemente banale ha il grande potere di ammaliare la morte e nella quotidianità di gesti semplici, ma puri, ha la forza di sorprendere e affascinare, di sconvolgere e avvolgere a se colei che ne è l'antitesi suprema. Questa storia surreale, persino nella sua forma sintattica, propone temi e interrogativi di grande umanità e attualità, che ci spingono a riflettere. Ciò che emerge è anzitutto l’inscindibilità fra la vita e la morte, nel senso che l’una non ha senso senza l’altra e perché ogni vita terrena è destinata a una fine, ne ha bisogno per la sua stessa esistenza. Come dice lo stesso autore “La morte è logica, è naturale: ci appartiene. Viviamo per morire e non vivremmo se non morissimo. L’eternità paradossalmente sarebbe infinitamente peggiore”. Con filosofia ironica, Saramago sottolinea anche i problemi legati al terrore della vecchiaia che tormentano la nostra società occidentale manifestandosi in vari modi: dalla spasmodica ricerca di un’apparente giovinezza, all’allontanamento degli anziani dalla nostra vita. Si può utilizzare la chirurgia estetica, la cosmesi per illuderci, ma dobbiamo arrenderci all’idea che non è possibile rinviare d’un solo secondo la nostra fine. Altro segno del nostro tempo: eliminare i vecchi, ormai improduttivi, dalla nostra vita chiudendoli in quei luoghi dove entrano in una sorta di invisibilità che è il vero inizio della morte. Tra picchi di humor nero e intrecci drammatici, Saramago, con la forza del suo tagliente sarcasmo, compie un’acuta analisi di una società governata da criminali privi di scrupoli e media onnipresenti, e punta il dito contro “l’ottusità” dei politici e “l’invadenza”della Chiesa; lo stesso autore in un’intervista spiega che non vuole cedere alla religione il monopolio della morte, che è proprietà anche di un ateo perché appartiene alla vita e al senso che gli uomini le danno. Il finale è dolcissimo e struggente: l’ultimo capitolo del romanzo, il più bello, straordinario per intensità e poesia, è una sorta di danza fra la vita e la morte, in cui quest’ultima spiega che, se l’esistenza fosse infinita, perderebbe il suo significato. E in cui si allude alla forza dell'amore: l'unico capace di dare scacco alla morte.

Registrati via email