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Il resto di niente


Il romanzo “Il resto di Niente” di Enzo Striano, si propone di essere prima di tutto un'opera di profonda riflessione civile, che avviene mediante la voce di uno dei numerosi personaggi di finzione. L'autore riporta, infatti, questo messaggio: “Questo è un tempo di prosa, di riflessione. Per questo vanno i romanzi.” : è infatti l'intera opera ad essere uno spunto di riflessione. Lo è la storia della protagonista, Lenor de Fonseca Pimentel, lo è lo sfondo della città di Napoli e lo sono le discussioni, frivole o rivoluzionarie, fatte nei salotti stuccati da personaggi come Vincenzo Cuoco o Vincenzo Sanges, quest'ultimo come “alter-ego” dell'autore.
La storia di Eleonora, detta Lenòr, inizia a Roma, dove la giovane, figlia di emigrati portoghesi, è costretta a lasciare la città a causa dell'editto di Dom Francisco e a stabilirsi a Napoli, in un piccolo palazzo con la famiglia Lopez. Molto presto viene iniziata alle lettere e alle scienze ed entra a far
parte nel suo primo salotto come poetessa.
Proprio in quest' occasione, conosce numerosi personaggi: prima di tutto Sanges, che con lei stringerà un rapporto quasi fraterno, poi Cirillo, Conforti e Belforte. Saranno proprio questi ad inserirla nella società e nella città di Napoli, che appare alla giovane splendida, popolata di gente che “nonostante la povertà dell'esistenza, sembra soddisfatta di stare al mondo”. Una volta entrata nell'accademia dei Filaleti grazie a Belforte, inizia la sua carriera letteraria con la composizione di un epitalamio per il re Ferdinando e sua moglie Maria Carolina, sotto lo pseudonimo di Epolinfenora Olcesamente. Continuando a girare tra i salotti dell'epoca, Lenòr conosce Luigi Primicerio, un uomo già sposato tra l'altro, di cui s'invaghisce. Il loro dolce amore è però destinato a chiudersi tra furiosi litigi quando Lenòr non riuscirà a concedersi carnalmente all'uomo, poiché “L'amore non esiste senza questo.
Si, Lenòr lo sa.
E infatti, quando per problemi economici è costretta a sposarsi con il nobile PasqualeTria, ella si concede a suo marito, la prima notte di nozze. In fondo, lui è gentile e affabile, anche se leggermente più vecchio di lei.
Sarebbe potuta andare peggio” si dice.
E infatti, va peggio.
Dopo quattro anni, infatti, la giovane si ritrova a non avere più nulla. Il matrimonio va a rotoli: Tria è un uomo rude, che la tradisce e la tratta male; il piccolo bambino che ha dato alla luce e che ha sperato potesse difenderla, è morto, probabilmente a causa della scarsa igiene del marito. Quando finalmente decide di ribellarsi e abbandonare quel matrimonio fallito, Lenòr viene aiutata da suo padre, che però muore poco dopo. I morti si succedono l'un l'altro senza un apparente nesso logico, se non lasciare un vuoto nella vita della donna: muore la madre e la zia Vovò, muore il filosofo Metastasio, cui ella aveva intrapreso un puerile scambio di missive, muore Genovesi, uno dei motivatori filosofici della rivoluzione.
La filosofia ha infatti un posto d'onore nei salotti, dove si discute dell'imminente rivoluzione. Durante tutto l'arco narrativo infatti, si ha l'impressione che la rivoluzione all'inizio vagamente accennata, penda, come una spada di Damocle, sempre di più sulle teste dei protagonisti, quasi come fosse temuta, più che realmente desiderata. L'idea viene accennata da Cuoco, che fa subito presente “A Napoli la rivoluzione pochi la capiscono, pochissimi l'approvano, quasi nessuno la desidera.”, per poi aggiungere che comunque “E' idiota voler far lo stesso in condizioni diverse: Le rivoluzioni non s'esportano”.
Napoli infatti, non è unita come la Francia, ma divisa in classi sociali che hanno ognuna una propria idea circa la rivoluzione. Napoli è infatti “come una vipera: la testa è velenosa, la coda non serve a niente e la parte di mezzo è buona”, dove la testa sono i nobili, la coda i lazzari e la parte di mezzo il popolo che lavora. E la Repubblica non la vogliono i lavoratori, come non la vogliono i lazzari.
C'è quindi una buona parte della città che la rivoluzione non la vuole nemmeno e si schiera o dalla parte del re o resta neutrale, seguendo il corso degli eventi. Iniziano quindi le persecuzioni ai rivoltosi, che vengono imprigionati. La stessa Lenòr finisce nel carcere della Vicaria, dal quale però esce dopo qualche mese, liberata dai lazzari, che aprono le carceri per avvalersi dell'aiuto dei delinquenti comuni e dal giovane Gennaro Serra, innamorato di lei ma disposto a farsi da parte, vista la sua decisione di non avere più una relazione, che farà credere a questi ultimi di essere uno di loro e marito di Lenòr.
Si prepara così la rivoluzione vera e propria: il re è ormai scappato col tesoro di Napoli, anche se il comandante Capeto medita una marcia militare sulla città, e i francesi sono alle porte, pronti a proclamare la repubblica.
Nei salotti c'è fermento: si decidono i punti su cui basare il nuovo governo, si fa una bozza della costituzione. A Lenòr viene affidato il compito di edigere il Monitore Napoletano, giornale ufficiale della repubblica, su modello di quello francese.
Ed è proprio grazie al Monitore che lei, che ha sempre avuto “qualcuno che sceglieva per lei”, può cominciare a decidere della sua vita, scegliendo cosa dire e come dirlo, “Il giornale dovrò farlo io. Da sola, ha detto Lauberg. Allora scrivo quel che dico io”. Sceglie infatti di salire su un palco, una volta arrivati i francesi e farsi paladina della Repubblica, sceglie di andare a palazzo, quando un suo articolo rischia la censura e scopre così che i francesi hanno intenzione di andarsene. Perché, come aveva fatto notare Cuoco, “Per fare le rivoluzioni occorrono soldi e intelligenza. Quì, a Napoli, ci vorrebbero almeno trenta milioni di ducati. Chi li caccia?” E il re è scappato con tutto l'oro di Napoli.
Sceglie inoltre di aiutare Cuoco nella sua vendetta personale e di concedersi, finalmente dopo vent'anni, a Luigi. E mentre l'amico di sempre, Sanges, rivolge le sue attenzioni altrove, disinteressato circa la rivoluzione, ma affascinato da un giovane poeta tedesco e Gennaro viene catturato, è proprio Luigi, pieno dei sensi di colpa di tutta una vita, a voler salvare Lenòr. La loro fuga viene però bloccata e i due sono costretti a rifugiarsi a Castel Sant' Elmo e a combattere la loro ultima e definitiva battaglia, in qualità di “resistenza napoletana”, contro i lazzari, le truppe del re Ferdinando e quelle del comandante Capeto appena arrivato in città.
Il conflitto è cruento e vede la morte di molti uomini su entrambi i fronti, come lo stesso Luigi. Dopo fiumi di sangue, la resistenza napoletana decide per una tregua. E quella, la fine della “difesa ad oltranza della libertà”, è la vera fine della rivolta: Il re torna al potere e i pochi “cittadini” rimasti dopo l'illusione di una resa vantaggiosa, come Gennaro e Cirillo, vengono uccisi tutti tra le risa e il disprezzo della città che li guarda.
Solo Lenòr, la donna della rivoluzione, pur non avendo ottenuto il riconoscimento dei nobili natali, viene trattata con riguardo e impiccata nel silenzio assordante e rispettoso di tutto il popolo napoletano. Scenario della sua morte è il Vesuvio, e quindi la città, cui lei rivolge il suo ultimo silenzioso saluto, prima di morire, conscia di quanto ormai non le sia rimasto più niente.
Il resto di niente.

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