Scheda del libro di Salvatore Settis, Paesaggio costituzione cemento

Paesaggio costituzione cemento
Salvatore Settis
1.
Settis ci racconta la storia del progressivo logoramento delle radici etiche e giuridiche della tradizione italiana di tutela del paesaggio: egli analizza tutte le riforme, quelle che hanno dato il via libera al saccheggio del territorio italiano, a partire dalla recente s.c.i.a. (segnalazione certificata di inizio attività) che ha soppiantato la d.i.a. (denuncia inizio attività), per poi giungere a tutte quelle norme che hanno sancito la divisione tra paesaggio e ambiente, magari spacciando per semplificazioni amministrative in favore dei cittadini quella che in realtà è la volontà di facilitare le speculazioni di pochi.
Le principali tematiche affrontate in Paesaggio costituzione cemento divergono attorno a un concetto fondamentale che è quello della trasformazione dell'Italia, da città giardino a città cemento.

Settis definisce, infatti, il paesaggio "il grande malato d'Italia", e sottolinea quanto il suolo sia al centro degli equilibri ambientali e di quanto sia inconcepibile che dove un volta c'erano spiagge dune, terreno ora ci siano solo villette a schiera, mansarde e cemento.
Vari sono i fenomeni sempre più negativi che Settis prevede, ma alla fine del suo percorso afferma anche che se le autorità comuni, consapevoli dei danni che si possono arrecare all'ambiente, inizino a voler il bene comune sensibilizzando quindi anche i cittadini.
2.
Secondo Settis negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una crescita incontrollabile del cemento e gran parte del territorio nazionale è stato sommerso da nuove costruzioni, talvolta, ignorando persino le più elementari regole della sicurezza, con la conseguenza di favorire nefaste alluvioni e frane. Settis spiega che le leggi anziché proteggerci sono caratterizzate da contraddizioni fra poteri pubblici e dai conflitti di competenza fra Stato e Regioni. Ciò che non funziona, in particolare, è proprio il livello regionale. Le Regioni, infatti, non hanno creato i piani territoriali paesistici, come previsto dalla legge e hanno incaricato i Comuni di occuparsi della questione, i quali a loro volta sono costretti a svendere il territorio a causa dei tagli.
Il questo modo il permesso per la costruzione di case viene concesso con grande generosità, anche laddove non si dovrebbe.
Il problema è che l'Italia però non riescere a raggiungere quella visione d'insieme che permette al cittadino di prendere coscienza del problema e porvi rimedio.
3.
L’Italia, com’è noto, è un Paese che soffre di una grave stagnazione demografica. La bilancia fra nascite e morti è praticamente in pareggio da molto tempo, e nonostante questo, in Italia si continua a costruire senza posa, come se da un giorno all’altro dovessimo trasformarci in un Paese da mezzo miliardo di abitanti.
Grandi aree sono state cancellate per dare spazio a palazzi, centri commerciali, uffici, e tant’altro. Senza sottovalutare come in molte occasioni queste costruzioni non siano realmente necessarie. Un’urbanizzazione feroce quindi che va a scapito dei nostri paesaggi. Le città diventano più grandi, e di conseguenza vanno a espandersi anche i centri urbani insieme alle periferie. Si parla di urban sprawl, “dispersione urbana”, termine usato anche dallo stesso autore “per descrivere la disordinata crescita di quartieri a bassa densità abitativa che ‘mangiano’ le campagne”.
Questo abuso del territorio comporta molteplici conseguenze, sia nel breve che nel lungo periodo. Sono infatti “gravissimi gli effetti sull’ambiente di questa cieca invasione del territorio. Il suolo è al centro degli equilibri ambientali: essenziale alla qualità della biomassa vegetale e dunque della catena alimentare, è luogo primario della garanzia per la biodiversità, per la qualità delle acque superficiali e profonde, per la regolazione di CO2 nell’atmosfera”. La cementificazione selvaggia comporta la soil sealing, ossia la copertura del suolo, causando una perdita irreversibile delle proprie funzioni ecologiche. È necessario oltretutto considerare la morfologia del territorio italiano, particolarmente esposto a episodi di terremoto, alluvioni, ed eventi calamitosi. E sono proprio questi eventi che aumentano a causa dell’alterazione di quell’equilibrio.
4.
l’Italia è stato un Paese pioniere nel dotarsi di strumenti giuridici per la tutela del proprio paesaggio.
Un interocapitolo del libro è dedicato proprio alla formazione e allo sviluppo del concetto di tutela, e lungo, avventuroso, appassionante è il repertorio di passaggi storici che in Italia hanno sancito l’affermarsi di una coscienza in tal senso, dal cinquecento fino ai giorni nostri.
Ma la riflessione sulla conservazione dei beni culturali e paesaggistici oggi subisce un impasse drammatica, soprattutto a causa dei conflitti di competenza fra Stato e Regioni, e di quello che Settis definisce il conflitto irrisolto fra urbanizzazione e tutela del paesaggio.
“Il contrasto fra le ragioni della tutela, cioè del pubblico bene, è quelle degli interessi privati, che nel sistema di età fascista aveva trovato un precario equilibrio sorretto solo dalla ferrea centralità di uno Stato deciso a contenere l’urbanizzazione, e che poi esplose con le autonomie regionali”.
Ecco il nodo da sciogliere. Ecco “la chiave di lettura del labirinto normativo in cui il paesaggio è prigioniero, e i cittadini sono ostaggi: sotto le questioni che sembrano governare il conflitto Stato-Regioni si cela in realtà la loro lunga guerra per le competenze”. Con ogni legge, sostiene Settis, si sposta il perimetro delle competenze degli enti, contribuendo alla vanificazione della tutela, neutralizzando ogni possibile controllo e dando luogo ad uno stato di fatto in cui ogni abuso è legittimo.
5.
Chi può spezzare questo circolo vizioso? Solamente noi, i cittadini. Rivendicando appieno le nostre prerogative, mettendo in campo una nuova pedagogia dell’ambiente e del paesaggio, reagendo allo spaesamento che ci deriva dal non riconoscere più il paesaggio in cui viviamo e che ci fa sentire fuori luogo; facendo mente locale, ovvero partendo "dalla propria personale e limitata esperienza come primo passo per una più vasta presa di coscienza"; promuovendo infine una azione popolare che abbia al suo centro la convinzione, moralmente e giuridicamente fondata, che "l'ambiente, il paesaggio, il territorio sono un bene comune sul quale tutti abbiamo, individualmente e collettivamente, non solo un passivo diritto di fruizione, ma un attivo diritto-dovere di protezione e di difesa".
Il compito è arduo, è vero. Ma non c’è alternativa.
6.
Secondo lei, in quale modo si può iniziare a sensibilizzare i ragazzi alla tutela dell'ambiente fin da piccoli ? Ritiene che possano essere più efficaci incontri con i ragazzi nelle scuole con relativi dibattiti o che sia più costruttivo un uscita " sul campo " per rendersi effettivamente conto dei danni?

Arianna Bellettini

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