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“Se questo è un uomo”

Primo Levi nasce a Torino il 31 luglio del 1919 da famiglia ebrea. Prosegue gli studi fino all’università e intraprende la strada per diventare chimico. Purtroppo entrano in vigore le leggi razziali quando sta ancora studiando, che pur permettendogli di finire gli studi e laurearsi con il massimo dei voti, ha alcune difficoltà.
Nel 1942 si trasferisce a Milano per un impiego, e qui entra in contatto con persone anti fasciste, ed entra nel “Partito d’azione clandestina”.
Dopo alcuni mesi la Milizia fascista sorprese all’alba il gruppo di partigiani di cui faceva parte anche Primo Levi, così vennero arrestati e Levi si dichiara ebreo.
Fu portato al campo di Fossoli in Italia e poi portato a Auschwitz il 22 Febbraio del 1944. Uscì circa un anno dopo, grazie all’arrivo dei Russi.
Tornato a casa racconta l’anno vissuto nel campo di concentramento, ma come altri superstiti non fu creduto, comunque riuscì a far pubblicare il libro “Se questo è un uomo”, e la poesia omonima. Dopo molti anni decise di scrivere un altro libro che racconta del lungo viaggio per casa. Scrisse altri libri ma senza rinunciare alla carriera di chimico.

L’11 aprile 1987 viene trovato morto caduto dalle scale, forse suicida.
Le prime pagine di “Se questo è un uomo” sono dedicate al viaggio di alcuni giorni passato in un carro merci con qualche centinaia di persone, quel viaggio passato senza mangiare e bere, studiato per non lasciare troppe energie per alimentare idee di ribellione.
Arrivati a destinazione, i deportati affrontarono la prima selezione senza neanche saperlo: molto spesso a seconda di dove scendevano dal treno, se a destra o a sinistra, venivano portati direttamente nelle camere a gas.
Appena scesi videro il loro futuro; due uomini ormai rassegnati che si lasciavano vivere senza la voglia di opporsi sperando che tutto quello finisse il più presto possibile.
Dopo la selezione per sesso, età e per la capacità di poter lavorare o meno, i prigionieri idonei vennero trasportati da una parte all’altra da un soldato italiano che li invitò a cedergli cose che non li sarebbero servite in campo, e se pur non essendo un ordine alcuni accettarono.
Arrivati nel campo di Auschwitz vennero trasportati da una stanza all'altra nudi, al freddo, senza viveri e senza qualcuno che rispondesse alle loro domande.
Vennero rasati, lavati e tatuati del loro nuovo nome, nel caso si Primo Levi 174 517. Iniziarono subito a lavorare e, dopo pochi giorni, ad assomigliare a quei due uomini visti appena arrivati.
Primo Levi racconta che a causa del suo fisico poco resistente spesso e volentieri si ritrovava a lavorare con il suo antipodo, molto forte e laborioso (entrambi non venivano scelti da nessuno), un uomo che probabilmente considerava inutile pensare alla stanchezza, perché solo il fatto di pensare portava altra stanchezza.
Così Levi ebbe un incidente proprio mentre lavorava, si fa male a un piede.
Per la ferita viene portato al Ka-be, l'infermeria dove passa molto tempo in piedi a fare file da una parte all'altra attento a non perdere nulla.
E qui Primo Levi ebbe la possibilità di riposarsi non dovendo lavorare, però allo stesso tempo aveva molto più tempo per pensare ai ricordi, che erano molto più dolorosi del lavoro fisico. Dopo circa qualche giorno viene riportato a lavorare e assegnato al Block45 dove incontra un suo amico, e si ritrova come compagno di cuccietta un uomo di nome Resnyk che gli rende il lavoro un po' più facile stando in coppia con lui, e ad aiutarlo anche a rifare il letto.
Primo Levi racconta la vita nel lager; è molto importante non perdere le poche cose che si hanno, valgono la vita; inoltre ci fa presente che le scarpe sono molto più importanti rispetto ad un piatto di zuppa.
Molti prigionieri si ammalavano e poi morivano proprio per la mancanza di zuppa perché, come il pane, veniva usata come moneta di scambio per ottenere altri beni di prima necessità.
I mesi ad Auschwitz passano e Primo Levi, insieme ad Alberto (un suo amico), vennero a sapere che nel campo cercavano dei chimici per lavorare in un kommando chimico; speravano tanto in quel posto che gli avrebbe permesso una vita sicuramente più lunga, lontano dal freddo e dalla fame avendo la possibilità di rubare qualcosa e barattarla, per fortuna riuscirono ad ottenere il posto.
Nel campo ad Auschwitz arrivarono notizie di quello che stava succedendo al di fuori del filo spinato; che la Russia stava avanzando e Hitler perdendo, però non si permisero troppe speranze.
Le cose, anche se molto lentamente, stavano cambiando: un uomo fece saltare un forno crematoio, purtroppo però fu impiccato.
Primo Levi per l’ultimo periodo di prigioneria nel campo si ammalò di scarlattina, così si ritrovò nuovamente nel Ka-be, assolto dal lavoro giornaliero.
I Russi avanzavano di giorno in giorno.
Dopo qualche giorno il dottore informa che i malati in grado di camminare sarebbero partiti con gli altri; Levi non era in condizioni, quindi come altri, rimase nel campo.
In quei ultimi giorni, in cui mancava elettricità, acqua, cibo e calore, fu una vera sfida sopravvivere nelle condizioni di un malato, infatti molti malati morirono.
Tuttavia Levi, aiutato da un amico francese, trovarono delle patate da mangiare e accesero un fuoco con della legna trovata.
Il 27 gennaio i Russi raggiungono il campo di Auschwitz e ritrovano i prigionieri.

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