SCHEDA DI LETTURA

PICCOLO MONDO ANTICO
Antonio Fogazzaro

L'autore di “Piccolo mondo antico” è lo scrittore e poeta vicentino Antonio Fogazzaro, nato nel milleottocentoquarantadue da un'agiata famiglia borghese saldamente ancorata ai valori tradizionali. Il padre, Mariano Fogazzaro, cattolico liberale, combatte contro gli austriaci nel milleottocentoquarantotto; e poi, nel milleottocentosessanta, per sfuggire alla dominazione austriaca esula a Torino. Un’eco di queste vicende si ritroverà nel romanzo “Piccolo Mondo Antico”. Fogazzaro dopo aver terminato il liceo, si iscrive all'Università di Padova, ma perde due anni di studi. Trasferitosi con la famiglia a Torino, è iscritto alla facoltà di giurisprudenza dell'Università sabauda. Studia poco e malvolentieri, frequenta più spesso i caffè che le aule dell'Università, e perde anche la fede cattolica. Nel novembre dell'anno successivo la famiglia si trasferisce a Milano, dove lo scrittore svolge il proprio praticantato presso uno studio legale. Nel milleottocentosessantasei sposa la giovane Margherita, appartenente alla famiglia vicentina dei conti Valmarana. Nel milleottocentosessantotto supera gli esami di abilitazione alla professione di avvocato e l'anno successivo nasce la prima figlia Gina. Dopo gli anni giovanili segnati da una profonda crisi religiosa, nel milleottocentosettantre lo scrittore vicentino torna definitivamente ad una fervente fede cattolica. Successivamente si intensifica l'interesse letterario in Fogazzaro con la stesura di numerosi romanzi e di poemetti in versi. Nel contempo, si fanno più intensi e diretti i suoi rapporti con il modernismo, movimento cattolico riformatore che si propone di avvicinare la religione alle più essenziali acquisizioni della cultura moderna. Sospettato di sostenere tali tesi bandite dal papa Pio X, Fogazzaro, da buon cattolico, fa atto di sottomissione. Negli stessi anni, l'autore vicentino viene ripetutamente candidato al Premio Nobel per la letteratura ma, pur essendo tra i favoriti, non vince mai. Gli ultimi mesi della sua vita sono segnati dalla delusione e dal senso di aver fatto il proprio tempo. È molto malato ed è ricoverato all'Ospedale di Vicenza, dove muore nel millenovecentoundici.

La produzione di Antonio Fogazzaro, che comprende sia romanzi che raccolte di liriche, è vastissima. I suoi romanzi più famosi sono “Malombra” del 1881, “Daniele Cortis” del 1885, “Piccolo Mondo Antico” del 1895, “Piccolo Mondo Moderno” del 1901 e “Il Santo” del 1905. Tra le raccolte di poesie scritte dall'autore vicentino spiccano “Miranda” del 1874 e “Valsolda” del 1887.
Il romanzo “Piccolo Mondo Antico” è considerato il capolavoro di Fogazzaro. Successivamente, verranno scritte dall'autore vicentino altre tre opere che rappresenteranno il seguito della vicenda narrata nel romanzo edito nel milleottocentonovantacinque: “Piccolo Mondo Moderno”, “Il Santo” e “Leila”. L'opera è ambientata negli anni che precedono la seconda guerra di indipendenza, sullo sfondo del lago di Lugano. La storia vede protagonisti la famiglia del nobile Franco Maironi, cattolico e liberale, e quella della borghese Luisa Rigey, al cui matrimonio si era opposta la filoaustriaca marchesa Orsola, nonché nonna di Franco. I protagonisti trovano serenità nel loro conflitto ideale grazie al contatto con la quotidianità. Infatti, presto emerge tra i due sposi un profondo dissidio, frutto della loro diversità di carattere: il lato deciso e pratico di Luisa contrasta con l’animo contemplativo di Franco. Il romanzo è di chiara impronta realista, con forti riferimenti manzoniani. L'opera presenta uno stile piano e una profonda osservazione psicologica dei personaggi. Inoltre, Fogazzaro usa numerosi aspetti innovativi, come l’uso sapiente di lingua e dialetto e lungo la vicenda narrata in "Piccolo Mondo Antico" riesce ad operare una riflessione filosofica sul dissidio tra Fede e Ragione.

COMPRENSIONE DEL TESTO

Il romanzo “Piccolo Mondo Antico” si compone di tre macro-sequenze. La prima, dal titolo “L'unione proibita tra Franco e Luisa”, comprende le prime centotrentacinque pagine e ci presenta i protagonisti dell'opera: il nobile Franco Maironi e la popolana valsoldese Luisa Rigey. Essendosi i due ragazzi innamorati, causano l'intervento della Marchesa Orsola Maironi Scremin, nonché nonna di Franco, contraria all'unione, a causa dell'appartenenza ad un basso ceto sociale di Luisa. La marchesa, per impedire il matrimonio fra i due, minaccia il nipote di lasciarlo senza alcuna eredità. Ma Don Franco reagisce ai divieti della nonna con orgoglio. Egli, infatti, aiutato da alcuni uomini fidati, tra cui lo zio di Luisa, organizza un matrimonio segreto, sotto la benedizione della madre di Luisa, Teresa Rigey. Il matrimonio non incontra problemi, nonostante le numerose difficoltà economiche. Fortunatamente, però, i due novelli sposi possono contare sull'aiuto dello zio Piero, che concede la sua casa alla coppia. Ma dopo il matrimonio, come promesso, la Marchesa Orsola disereda il nipote. Intanto, il professor Gilardoni, intimo amico di Don Franco, mostra al giovane una copia autentica del testamento di suo nonno, nel quale Franco è nominato erede universale. Tale testamento però si presentava (pag. 102) “disonorante per la marchesa nella forma e nella sostanza, nel sospetto che generava, considerata la lettera di una soppressione delittuosa.”. Infatti la nobil donna, a suo tempo, credeva d'aver distrutto tutte le copie del testamento ed è ignara dell'esistenza della copia in possesso del professor Gilardoni. Ma Franco, preferisce non mettere in difficoltà la nonna e prega il professore di distruggere quella copia. La sequenza di conclude con la commovente morte della madre di Luisa, Teresa Rigey, che dal principio ha sostenuto l'amore dei due giovani: (pag. 129) “la signora Teresa era spirata in salotto, sulla poltrona che non aveva più potuto lasciare dopo la notte del matrimonio. L'avevano poi adagiata sul divano disposto a letto funebre. Il dolce viso era là nella luce di quattro candele, cereo, sul guanciale, con un sorriso trasparente dalle palpebre chiuse, con la bocca semiaperta. Il letto e l'abito erano sparsi di fiori d'autunno, ciclamini, dalie e crisantemi.”

La seconda sequenza, dal titolo “Ombretta Pipì”, si conclude a pagina trecentonovantasei. La vita di Luisa e Franco è rivoluzionata nel milleottocentocinquantatré dalla nascita di Maria, soprannominata “Ombretta Pipì”. Ma in questo periodo la giovane coppia è costretta a sopportare un peggioramento delle condizioni economiche; infatti, dopo una perquisizione in casa loro, essendo stati trovati degli oggetti parzialmente compromettenti, lo zio Piero viene licenziato dal Governo poiché considerato funzionario infedele all'Austria. Tale aggravamento delle condizioni economiche è fonte di preoccupazione tra gli sposi, tra i quali non mancano dei lievi contrasti. Intanto, il professor Gilardoni si reca dalla Marchesa Orsola mostrandole la copia del testamento, che non ha distrutto contro il volere di Franco. Ma successivamente, pentitosi per il gesto azzardato, svela a Luisa dell'esistenza di questo documento. La donna vorrebbe servirsi del testamento per attaccare la Marchesa, fonte di numerose preoccupazioni per la coppia, ma Franco non appoggia la moglie nel suo intento. Successivamente, Franco, per mostrare a Luisa il suo attaccamento alla famiglia ma anche il suo amore per l'Italia, parte per Torino. La partenza di Franco, che ricorda alcune scene manzoniane, rappresenta un passo assai commovente del romanzo: (pag. 291) “il pesante battello spinto da Ismaele con la remata lenta e tranquilla di viaggio passava sotto il muro dell'orto. Franco mise il capo al finestrino. Passarono, nel chiaror della notte stellata senza luna, i rosai, i capperi, le agavi pendenti dal muro, passarono gli aranci, il nespolo, il pino. Addio, addio! Passarono il Camposanto. Franco non guardò più. Non c'era il solito lume quella notte, nel casottino del battello ed egli non poteva vedere sua moglie. ” Giunto a Torino, ed entrato in contatto con gruppi di patrioti, Franco (pag. 295) “abitava una misera soffitta, in via Barbaroux. Egli aveva ottenuto un posto di traduttore all'Opinione, con ottantacinque lire il mese. Più tardi lo stipendio gli fu portato a cento lire il mese.” Ma intanto, in autunno la figlioletta Maria annega nel lago: (pag. 339) “Maria doveva esser scesa in darsena dalla camera dell'alcova per mettere la sua barchetta nell'acqua e fatalmente avea trovato aperta la porta di casa, aperto l'uscio della darsena. Quando venne ritrovata avea passato qualche minuto nell'acqua perché galleggiava discosto dal luogo dove la barchetta giaceva nel fondo.”. La tragica morte della bambina rischia di spezzare il legame tra gli sposi. Luisa si crede responsabile della morte di Maria, sembra aver perso il lume della ragione e quasi non riconosce Franco, tornato precipitosamente da Torino. Luisa forse non lo ama più, perché pensa e dedica le sue giornate solo alla sua Ombretta: si reca continuamente al cimitero, ha perso la fede in Dio e svolge con il professor Gilardoni delle sedute spiritiche. Franco torna presto a Torino, ferito dalla reazione della moglie. Intanto la Marchesa, avendo visto in sogno la nipotina Maria che la incolpa della propria morte, si dice pentita e vuole risarcire il nipote Franco, ma questo rifiuta.
La terza sequenza, dal titolo “Un nuovo inizio”, si conclude a pagina quattrocentotrentasette. La separazione tra Franco e Luisa dura più di tre anni. Ma finalmente Franco propone alla moglie, tramite una lettera, di rincontrarsi presso l'Isola Bella. Luisa è confusa, non sa' se accettare l'invito e rivedere Franco. Nella donna è ancora vivo il dolore per la morte della figlioletta e crede che nel suo cuore non ci sia spazio per l'amore. Ma grazie all'intervento dello zio Piero, la donna capisce che è suo dovere andare dal marito, che presto prenderà parte alla seconda guerra di indipendenza. Ritrovatisi sull'Isola Bella, Franco e Luisa rievocano l'inizio del loro amore e riescono a far rinascere tale sentimento amoroso. Dopo aver passato la notte insieme la coppia è costretta a salutarsi. Franco raggiunge il suo reggimento, mentre Luisa, commossa, sente cominciare in sé una nuova vita. Il romanzo si conclude con lo zio Piero che, dopo aver assistito alla riconciliazione tra i due, muore serenamente mentre ammira il paesaggio del lago: (pag. 436) “come una vecchia innocente pianta, anche lo zio Piero era stato colpito dal fulmine. Il suo corpo era appoggiato alla spalliera del sedile, la testa gli toccava il petto con il mento, gli occhi erano aperti, fissi, senza sguardo. Era proprio stato uno spettacolo di addio quello che la sua Valsolda gli aveva offerto. Lo zio Piero, il caro venerato vecchio, l'uomo savio, l'uomo giusto, il benefattore de' suoi, lo zio Piero era partito per sempre. Egli era venuto, sì, ad arruolarsi, Iddio lo voleva in una milizia superiore, ed ecco era suonato l'appello, egli aveva risposto.”
Antonio Fogazzaro nel romanzo “Piccolo Mondo Antico” non descrive dieci anni della sua vita; tuttavia sono presenti nel testo molti aspetti autobiografici. In primis la casa Rigey somiglia molto all’abitazione materna presso il lago di Lugano dove Fogazzaro, da ragazzo, trascorreva le estati. Inoltre, per quanto concerne i personaggi, l'autore vicentino si ispira a persone che realmente hanno caratterizzato la sua vita. La piccola Maria, ricorda i figli dell'autore; mentre Don Franco, il protagonista del romanzo, nasce dal ricordo del padre dello scrittore, riportando nel carattere e nei pensieri molti aspetti dell'indole originale, come la religiosità e l'impegno patriottico.
Nel romanzo di Antonio Fogazzaro emergono numerosissime tematiche. Principalmente l'autore vicentino riflette riguardo la religione, mettendo a confronto due diverse tipologie di approcci alla religiosità tramite i due personaggi principali. Don Franco, infatti, è un credente senza dubbi, mentre la sua sposa, Luisa, si considera agnostica in un periodo in cui non andare a messa era visto con sospetto e giudicato decisamente sconveniente. Tramite le discussioni che nascono tra i due sposi, l'autore cerca di trasmettere al lettore degli insegnamenti comportamentali per relazionarsi con le avversità della vita. Strettamente connessa alle riflessioni sulla religiosità sono la teoria dell'anima e la concezione di Dio. Queste possono essere sintetizzate riprendendo le parole di Luisa Rigey durante un discussione con il professor Gilardoni: (pag. 165) “che obbligo ha Iddio di regalarci l'immortalità? L'immortalità dell'anima è un'invenzione dell'egoismo umano che in fin dei conti vuol far servire Iddio al comodo proprio. Noi vogliamo un premio per il bene che facciamo agli altri e una pena per il male che gli altri fanno a noi. Rassegnamoci invece a morire anche noi del tutto come ogni essere vivente e facciamo sin che siamo vivi la giustizia per noi e per gli altri, senza speranza per i premi futuri, solo perché Iddio vuole da noi questo come vuole che ogni stella faccia lume e che ogni pianta faccia ombra.”

ANALISI DEL TESTO

Il protagonista del romanzo di Antonio Fogazzaro è ovviamente Don Franco Maironi, dalle idee liberali, molto religioso e facile all’ira ma disposto al perdono. Egli, (pag. 40) “unico erede del nome Maironi, era figlio di un figlio della marchesa, morto a ventott'anni. Aveva perduto la madre nascendo ed era sempre vissuto nella potestà della nonna Maironi. Alto e smilzo, portava una zazzera di capelli fulvi, irti, che l'aveva fatto soprannominare el scovin d'i nivol. Aveva occhi parlanti, d'un ceruleo chiarissimo, una scarna faccia simpatica, mobile, pronta a colorarsi e a scolorarsi.”. L'uomo era (pag. 56-57) “appassionato per la musica più ancora che per la poesia. (…) Franco aveva troppe diverse attitudini e inclinazioni, troppa foga, troppa poca vanità e forse anche troppa poca energia di volersi sobbarcare a quel noioso metodico lavoro manuale che si richiede a diventar pianisti. (…) Un'altra passione di Franco erano i quadri antichi. Le pareti della sua camera ne avevano parecchi, la più parte croste. Scarso di esperienza perché non aveva viaggiato, pronto a pigliar fuoco nella fantasia, costretto ad accordar i desideri molti con i quattrini pochi, credeva facilmente le asserite fortune di altri cercatori tapini, n'era spesso infuocato, accecato e precipitato su certi cenci sporchi, che, se costavano poco, valevano meno.” Dal punto di vista caratteriale il protagonista si presenta (pag. 58-59) “poco orgoglioso, alieno dalle meditazioni filosofiche, ignorava la sete di libertà intellettuale che tormenta i giovani quando la loro ragione ed i loro sentimenti cominciano a trovarsi a disagio nel duro freno di una credenza positiva. Non aveva dubitato un istante della sua religione, ne eseguiva scrupolosamente le pratiche senza domandarsi mai se fosse ragionevole di credere e di operare così. Non teneva però affatto del mistico né dell'asceta. Spirito caldo e poetico, ma nello stesso tempo chiaro ed esatto, appassionato per la natura e per l'arte, preso da tutti gli aspetti piacevoli della vita, rifuggiva naturalmente dal misticismo. Non s'era conquistata la fede e non aveva mai volti lungamente a lei tutti i suoi pensieri, non aveva potuto esserne penetrato in tutti i suoi sentimenti. La religione era per lui come la scienza per uno scolaro diligente che ha la scuola in cima de' suoi pensieri e vi è assiduo, non trova pace se non ha fatto i suoi compiti, se non si è preparato alle ripetizioni, ma poi quando ha compiuto il proprio dovere, non pensa più al professore né ai libri, non sente il bisogno di regolarsi ancora secondo fini scientifici o programmi scolastici. Perciò egli pareva spesso non seguire altro nella vita che il suo generoso cuore ardente, le sue inclinazioni appassionate, le impressioni vivaci, gli impeti della sua natura leale, ferita da ogni viltà, da ogni menzogna, intollerante d'ogni contraddizione e incapace di infrangersi.”.
Svolge una funzione assai importante nell'economia del racconto Luisa Rigey, nonché la moglie di Don Franco. La donna, dal carattere deciso e con un forte senso della giustizia, era (pag. 52) “una personcina snella, leggera come l'aria.”. Ella (pag. 158) “aveva lavorato e lavorava assai più del marito; ma se questi si compiaceva delle proprie fatiche e ne parlava volentieri, Luisa invece non ne parlava mai e non ne traeva veramente alcuna vanità. Lavorava d'ago, d'uncinetto, di ferri, di forbici, con una tranquilla rapidità prodigiosa, per suo marito, per la sua bambina, per onorar la sua casa, per i poveri e per sé.”.Particolare è l'idea religiosa di Luisa; ella infatti afferma: (pag. 283-285) “non ho mai potuto veramente sentire, per quanto mi sforzassi, questo amore di un Essere invisibile e incomprensibile, non ho mai potuto capire il frutto di costringer la mia ragione ad accettare cose che non intende. Però mi sentivo un desiderio ardente di dirigere la mia vita a qualche cosa di bene secondo un'idea superiore al mio interesse. (…) Religiosa mi sentivo anch'io moltissimo. Il concetto religioso che mi si veniva formando sempre più chiaro nella mente era questo, in breve: Dio esiste, è anche potente, è anche sapiente; ma che noi lo adoriamo e gli parliamo non gliene importa nulla. Ciò ch'egli vuole da noi lo si comprende dal cuore che ci ha dato, dal luogo dove ci ha posto. Vuole che amiamo tutto il bene, detestiamo tutto il male, e che operiamo con tutte le nostre forze secondo quest'amore e quest'odio, e che ci occupiamo solamente della terra, delle cose che possono intendere, che si possono sentire!”. Inoltre, a causa di questa poca fede, Luisa non saprà affrontare con la forza di Franco la morte della figlioletta Maria, tanto da uscirne così provata da rasentare la pazzia. Ma la perdita della figlia causa nella donna un ulteriore allontanamento dalla religione; infatti, ella afferma: (pag. 402) “io non credo più in Dio. Prima credevo che ci fosse un Dio cattivo, adesso non credo più che esista; ma se vi fosse un Dio buono non potrebbe condannare una madre che ha perduto la sua unica figliuola e cerca di persuadersi che una parte di lei viva ancora!”.
Anche se non vive a lungo, la presenza della dolce Maria è importante nella vicenda narrata nel romanzo. La bambina (pag. 161) “non somigliava né al padre né alla madre, aveva gli occhi, i lineamenti fini della nonna Teresa.”. Maria (pag. 216-217) “aveva per sua madre un affetto non tanto espansivo ma violento: fiero, quasi, e geloso. Voleva molto bene anche a suo padre; però si capiva che lo sentiva diverso da sé. Franco aveva trasporti di passione per essa. Egli vedeva la predilezioni della bambina per sua madre e se ne compiaceva, gli pareva una preferenza giusta, non dubitava che Maria, più tardi, avrebbe teneramente amato anche lui. A Luisa dispiaceva molto, per amore del marito, che la bambina dimostrasse maggior affetto a lei. (…) Maria, piena di curiosità, avida di racconti, aveva i germi d'un'immaginazione assai viva, assai propizia alle fantasie religiose e ne poteva venire uno squilibrio morale.”. Dal punto di vista religioso la bambina era stata abituata ad un continuo contatto con la religione e la preghiera; (pag. 331) “la preghiera, per lei, era sempre una cosa solenne, era un contatto col mistero, che le faceva prendere un'aria grave e attenta come certe storie d'incantesimi e di magie.”.
Infine, ricopre rilevante importanza nella vicenda narrata nel romanzo di Antonio Fogazzaro la Marchesa Orsola Maironi Scremin, nonché nonna del protagonista. La donna si presentava come una (pag. 38) “tozza figura dagli occhi spenti e tardi sotto la fronte marmorea e la parrucca nera che le si arrotondava in due grossi lumaconi sulle tempie. Il viso doveva essere stato bello un tempo e serbava, nel suo pallore giallastro di marmo antico, certa maestà fredda che non mutava mai, come lo sguardo, come la voce, per qualsiasi moto dell'animo.” . La marchesa, austriacante per convinzione, (pag. 40-41) “era nata a Padova, e benché abitasse a Brescia da quasi mezzo secolo, il suo dire lombardo era ancora infetto da certe croniche patavinità. (…) La marchesa aveva vinto il suo punto: apparentemente in grazia dell'età, sostanzialmente in grazia dei denari.”. La donna, fredda e dal carattere duro, (pag. 273) “ha le sue idee, ha un'età in cui le idee difficilmente si cambiano, ha il carattere molto fermo, ma insomma il cuore c'è. Vi è una lotta continua dentro di lei, fra i suoi sentimenti e i suoi principii; anche tra i suoi sentimenti e i suoi risentimenti. E' penoso di vedere come soffre. Piega ma non fino a spezzare i suoi principi, sopra tutto i suoi principi politici.”.
Il luogo in cui si svolge la narrazione sono i monti della Valsolda, sulla sponda lombarda del lago di Lugano, e principalmente nei paesini di Oria e di Castello; quest'ultimo si presenta con (pag. 72) “delle case che si serrano in fila sul ciglio tortuoso del monte per godersi il sole e la veduta del lago in profondo, tutte bianche e ridenti verso l'aperto, tutte scure verso quell'altra disgraziata fila di case che si attrista dietro a loro, somigliano certi fortunati del mondo che di fronte alla miseria troppo vicina prendono un sussiego ostile, si stringono l'uno all'altro, si aiutano a tenerla indietro.”.
Il romanzo di Antonio Fogazzaro è colmo di riferimenti temporali dai quali si deduce perfettamente il periodo storico in cui si svolgono le vicende: la seconda metà dell’Ottocento, sullo sfondo della guerra di indipendenza del milleottocentocinquantanove. Poiché sono narrate le vicende risorgimentali comprese tra la prima e la seconda guerra di indipendenza, si rileva determinante il contrasto tra liberali e filo-austriaci. Inoltre, grazie ai numerosi riferimenti temporali e all'esplicitazione di alcune date, si può dedurre che le vicende hanno una durata di circa dieci anni.
Nel romanzo “Piccolo Mondo Antico” la fabula e l'intreccio coincidono quasi sempre. Sono presenti alcuni flashback e non mancano numerose ellissi.

INTERPRETAZIONE COMPLESSIVA E APPROFONDIMENTI

Il romanzo "Piccolo Mondo Antico" è un libro di piccoli sentimenti, di piccoli uomini in un piccolo mondo sovrastato da un grande Dio che tutto vede e a tutto provvede. L'intero romanzo si svolge sul lago di Lugano, con una divagazione a Torino. Ma è sul lago che il cuore dei protagonisti batte. Anche l'intera vicenda narrata superbamente da Antonio Fogazzaro si impregna dei ritmi e delle atmosfere della zona e le fa sue. Il lettore e` trasportato come dalle onde del lago con ritmi lenti, mai fastidiosi, nelle varie descrizioni. Anche i dialoghi, molti dei quali in dialetto lombardo, affinchè conferissero al romanzo una radicazione al territorio che fa risaltare maggiormente come la presenza austriaca fosse fuoriposto, non sono mai serrati ma diluiti, affinchè arrivino allo scopo con giri concentrici. Immergersi nella lettura di "Piccolo Mondo Antico" permette di conoscere meglio la situazione e il contesto politico che ha preceduto il Risorgimento. Fogazzaro può essere considerato una sorta di Manzoni minore, che si avvale dell'esperienza austriaca in Italia anzichè della peste. Non possono non essere premiate le sue incredibili doti come narratore in un romanzo di piccoli gesti ma di grandi elucubrazioni. Concludendo, può essere affermato che l'autore riesce a raggiungere lo scopo fondamentale del suo libro, ovvero il recupero integrale del piccolo mondo, donandoci un libro superbo, commovente ed intelligente.

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