SCHEDA DI LETTURA

IL NOME DELLA ROSA, Umberto Eco


COMPRENSIONE DEL TESTO

Secondo quanto afferma lo scrittore nell'introduzione, questo romanzo non sarebbe altro che la trascrizione di un antico manoscritto trecentesco composto da un monaco, Adso da Melk. Il contenuto di questo manoscritto l'autore l'avrebbe letto da una tarda traduzione francese, ma nonostante tante ricerche non avrebbe mai potuto rinvenirne l'originale. Tuttavia era rimasto così assorbito dalla lettura che dichiara (pag. 11) :"quasi di getto ne stesi una traduzione" .
Il romanzo si compone di sette sequenze. La prima sequenza comprende il prologo e il primo giorno. L'opera si apre con Guglielmo da Baskerville, un dotto francescano inglese, che accompagnato dal novizio Adso da Melk, un giovane benedettino, compie un viaggio in Italia. A frate Guglielmo è stato affidato, dall'imperatore Ludovico il Bavaro, un compito molto importante. Il narratore spiegherà infatti che si trattava di organizzare (pag. 152) “un incontro preliminare tra i membri della delegazione imperiale e alcuni inviati del papa, per provare le rispettive posizioni e stilare gli accordi per un incontro (ad Avignone) in cui la sicurezza dei visitatori italiani fosse garantita”. Per questo primo incontro Guglielmo aveva scelto un'abbazia benedettina italiana (pag. 152), “perché si sapeva che l'Abate era devotissimo all'impero e tuttavia, per la sua gran abilità diplomatica, non inviso alla corte pontificia. Territorio neutro, dunque, l'abbazia, dove i due gruppi avrebbero potuto confrontarsi”.

Arrivato sul posto, frate Guglielmo viene pregato dall'Abate di indagare sull'uccisione recente di un monaco. Si trattava di (pag. 44) “Adelmo di Otranto, un monaco ancor giovane eppure già famoso come grande maestro miniatore (…), trovato una mattina da un capraio in fondo alla scarpata dominata dal torrione est dell'Edificio.” Guglielmo, dopo che l'Abate gli accorda la totale libertà di movimento nell'abbazia eccetto che nella biblioteca, conosce nello scriptorium i monaci che si riveleranno protagonisti della vicenda: il bibliotecario Malachia da Hildesheim, il giovane appassionato di retorica Bencio da Upsala, il traduttore dal greco e dall'arabo Venazio da Salvemec e l'aiuto del bibliotecario Berengario da Arundel. Nello scriptorium è presente anche Jorge da Burgos, un vecchio monaco cieco, il quale riporta numerose credenze circa la venuta dell'Anticristo. Guglielmo ritroverà anche l'amico Ubertino e conoscerà il maestro vetraio dell'abbazia Nicola da Morimondo, l'erborista Severino e infine Salvatore.
La seconda sequenza comprende il secondo giorno. Durante il mattutino Venazio è trovato morto in un barile di sangue di maiale e Guglielmo si persuade che le morti dei due monaci siano legate alla biblioteca dell'abbazia, tra le più grandi della cristianità. Perciò Guglielmo e Adso manifestano il desiderio di visitarla, ma il permesso viene loro negato dall'Abate, che ricorda che è un luogo vietato conosciuto solo da Malachia e da Berengario. Nel frattempo Guglielmo scopre dell'esistenza di alcuni libri vietati che portano, nel catalogo delle opere conservate nella biblioteca, la menzione “finis africae”. Guglielmo prosegue la sua indagine ed inizia a sospettare di Berengario.
Questi è l’ultimo a avere visto Adelmo in vita e temeva che Venanzio gli avesse rivelato la relazione particolare che intratteneva con Adelmo. Guglielmo ed Adso decidono, nonostante i divieti, di recarsi nella biblioteca; provano a trovare il libro che Venanzio studiava nello scriptorium, ma quest’ultimo è scomparso. Resta soltanto una vecchia pergamena scritta in greco recante le annotazioni di Venanzio. Mentre studiano questa pergamena, si accorgono che non sono soli in questo luogo segreto: un ospite misterioso riesce a sottrarre gli occhiali a Guglielmo che così è impedito nella prosecuzione della lettura. Guglielmo ed Adso nell’inseguire la misteriosa spia imboccano il labirinto della biblioteca, e solo con grande fortuna ritrovano l’uscita.
La terza sequenza comprende i fatti avvenuti durante il terzo giorno. Guglielmo riesce a decifrare le annotazioni di Venanzio, ma il testo rimane enigmatico; infatti Venazio scrive: (pag. 212) “Secretum finis Africae manus sopra idolum age primum et septimum de quatuor”. Guglielmo desidera interrogare Berengario, ma quest’ultimo è scomparso. Quindi cerca di risolvere l’enigma della pianta della biblioteca, e riuscendoci, decide di tornarvi la notte seguente. La sera Adso scopre nelle cucine una giovane donna dalle sembianze angeliche: (pag. 248)“La testa si ergeva fieramente su un collo bianco come torre d'avorio, i suoi occhi erano chiari come le piscine di Hesebon, il suo naso era una torre del Libano, le chiome del suo capo come porpora.” Questa seducente creatura non cerca che degli alimenti e in cambio di essi si offre al giovane Adso. Durante la notte, si trova nelle latrine il corpo di Berengario: (pag. 259) “intravedemmo sul fondo, esanime, un corpo umano, nudo. Lo tirammo lentamente fuori: era Berengario. (…) Le fattezze del viso erano gonfie. Il corpo, bianco e molle, privo di peli, pareva quello di una donna, salvo lo spettacolo osceno delle flaccide pudenda.” Guglielmo è incuriosito dalle macchie marroni che il cadavere reca sulle dita e sulla punta della lingua e sospetta l’avvelenamento. Tramite Severino si scopre che era Berengario la misteriosa ombra nella biblioteca.
La quarta sequenza narra i fatti del quarto giorno. Il gruppo dei francescani raggiunge l'abazia, guidato da Michele da Cesena. Il compito del minorita era quello di (pag. 294)“decidere sui modi e sulle garanzie di un viaggio che non avrebbe dovuto apparire come un atto di sottomissione ma neppure come un atto di sfida”. Successivamente giungono gli emissari del papa alla testa dei quali si trova l’inquisitore Bernardo Gui. Ad egli era stato (pag. 213)“affidato il comando dei soldati francesi e la cura dell'incolumità della legazione papale”. Guglielmo ed Adso, intanto, si introducono nuovamente nel labirinto e ne intuiscono la piantina, ma non riescono a penetrare nel misterioso luogo designato dal cartiglio come“finis africae”. Intanto Bernardo Gui prende abilmente in mano la situazione e sorprende la fanciulla amata da Adso con Salvatore. Credendo che il monaco, sedotto dalla strega, aveva intenzione di compiere riti magici ordina (pag. 333)“di legare bene l'uomo a qualche anello fisso nel muro, in modo che egli potesse interrogarlo guardandolo nel viso. Quanto alla ragazza non valeva la pena interrogarla, poiché altre prove l'avrebbero attesa prima di bruciarla come strega.”.
La quinta sequenza tratta le vicende del quinto giorno. Le discussioni politiche e religiose tra le due delegazioni sono interrotte da una nuova agghiacciante scoperta. Severino è trovato morto nel suo laboratorio: (pag. 362)“lo sventurato erborista giaceva cadavere in un lago di sangue, con la testa spaccata.”. Bernardo Gui procede all’arresto del cellario Remigio, sospettato di essere l’autore di questi assassini. Viene organizzato un processo durante il quale sono giudicati Remigio ed i due prigionieri della vigilia: Salvatore e la fanciulla.
Sotto tortura, il cellario confessa e riconosce tutti i crimini di cui Bernardo Gui lo accusa. Il narratore riporta le parole del disperato Remigio: (pag. 362)“Ho ucciso Adelmo per odio alla sua giovinezza e alla sua bravura nel giocare su mostri simili a me, vecchio, grasso, piccolo e ignorante. Ho ucciso Venazio perché era troppo sapiente e leggeva libri che io non capivo. Ho ucciso Berengario per odio alla sua biblioteca. Ho ucciso Severino...perché? Perché collezionava le erbe. (…) Li ho uccisi... vediamo... invocando le potenze infernali, con l'aiuto di mille legioni ottenute al mio comando con l'arte che mi ha insegnato Salvatore. Per uccidere qualcuno non è necessario colpire, il diavolo lo fa per voi, se sapete comandare al diavolo.” Inoltre Remigio che desidera sfuggire alla tortura, riconosce d’essere un eretico ed un criminale, invece la fanciulla è accusata di stregoneria. Bernardo Gui sembra essere giunto alla soluzione degli omicidi, addebitandoli al vecchio cellario. Intanto Guglielmo rivela ad Adso il destino dei tre processati: (pag. 408)“Salvatore accompagnerà il cellario, perchè dovrà testimoniare al suo processo ad Avignone. Può darsi che in cambio di questo servizio Bernado gli conceda la vita. La ragazza, invece, è carne bruciata. Ma arderà prima, lungo il cammino, a edificazione di qualche paesello cataro lungo la costa.”.
La sesta sequenza narra le vicende del sesto giorno. Al mattino, durante i Sederunt, muore Malachia. Il narratore racconta: (pag. 416) “fu per primo un vegliante che scorse Malachia ciondolare in modo strano. (…) Gli si appressò con la lampada, illuminandogli il volto e attirandolo così alla mia attenzione. Il bibliotecario non reagì. Il vegliante lo toccò, e quello cadde pesantemente in avanti. Il vegliante fece appena in tempo a sostenerlo prima che esso precipitasse.”. Guglielmo nota che anch'egli ha la punta delle dita coperte di macchie scure e decide di proseguire la sua indagine, ignorando il verdetto di Bernardo Gui. Inoltre Guglielmo è convinto che esista un legame tra il libro scomparso e questi omicidi, ma l'Abate manifesta il desiderio che non si indaghi più su quelle tristi vicende e invita Guglielmo a ripartire. Incurante dell'ordine dell'abate, Guglielmo risolve il mistero per entrare nel “finis Africae” e nel cuore della notte penetra con Adso nella sezione proibita.
L'ultima sequenza narra le vicende della notte del settimo giorno, dove viene sciolto finalmente il mistero. Nel finis Africae, Guglielmo e Adso, sono aspettati da Jorge, che aveva intanto intrappolato Abbone grazie a un congegno in un cunicolo che l'avrebbe condotto nella stanza segreta. Non sarebbe stato possibile nemmeno tirarlo fuori perchè Jorge aveva rotto questo congegno: Abbone era dunque destinato a morire asfissiato. Jorge invita Guglielmo a leggere quel famoso libro, che si rivela essere il secondo libro della Poetica di Aristotele, ma prudentemente quest'ultimo indossa dei guanti per salvaguardarsi, dal momento che aveva ormai capito ogni particolare delle malefatte di Jorge. Il monaco aveva portato quel libro dalla Spagna, e preoccupato che potesse essere scoperto, aveva sottratto del veleno a Severino e ne aveva cosparso il volume, in modo che chiunque l'avesse toccato sarebbe morto: Adelmo si era suicidato per rimorso, Venanzio aveva letto il libro e si era trascinato sotto l'effetto del veleno fino alla cucina in cerca d'aiuto; poi Berengario, trovato il suo cadavere, e preoccupato che l'inchiesta avrebbe potuto coinvolgerlo, l'aveva immerso a testa in giù nell'orcio. Intanto Berengario porta con sè il libro nell'ospedale e muore casualmente nei balnea.
Severino scopre il volume, ma, sorpreso da Malachia, a sua volta istigato da Jorge, lo uccide, ma anche lui legge il libro e fa la stessa fine. In questo libro Aristotele giustificava il riso, considerata "una forza buona, che può anche avere valore conoscitivo", mentre questo non era ammesso da Jorge, secondo cui "la legge si impone attraverso la paura, il riso infatti distoglie l'uomo dalla paura, il cui nome vero è timor di Dio". Jorge, smascherato da Guglielmo, mangerà il libro e morirà in modo orribile. Tutta la vicenda si concluderà con l'incendio che scoppia a causa della caduta di un lume nella biblioteca durante la notte del settimo giorno. Rapidamente saranno divorati e distrutti dalle fiamme il grandioso deposito di sapienza cristiana e l'intera abbazia.
Nell'opera di Umberto Eco la rottura dello stato di armonia corrisponde all'assassinio di Venanzio, il primo monaco ucciso dal veleno potentissimo, con il quale Jorge aveva impregnato il libro. L'evento che ripristina l'equilibrio iniziale, invece, è rintracciabile nella distruzione della biblioteca, dalla quale proveniva l'opera di Aristotele, che aveva portato morte e sventure tra i monaci.

ANALISI DEL TESTO

I protagonisti della vicenda sono Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk. Guglielmo da Baskerville viene descritto fisicamente in maniera estremamente accurata dal narratore: (pag. 23) “La sua statura superava quella di un uomo normale ed era tanto magro che sembrava più alto. Aveva gli occhi acuti e penetranti; il naso affilato e un po' adunco conferiva al suo volto l'espressione di uno che vigili. Anche il mento denunciava in lui una salda volontà, pur se il viso allungato e coperto di efelidi, poteva talora esprimere incertezza e perplessità. (…) Colpivano certi ciuffi di peli giallastri che gli uscivano dalle orecchie, e le sopracciglia folte e bionde.” Frate Guglielmo appartiene all'ordine dei francescani e ,dopo essere stato per molti anni inquisitore, viene inviato dall'imperatore come mediatore fra il Papato e l'Impero. E' un monaco estremamente dotto e sapiente. Affronta ogni situazione con la giusta destrezza e prontezza nell'agire, a cui unisce un grande spirito d'osservazione e un eccellente prontezza intellettuale.
Dal punto di vista ideologico Guglielmo, in più passi del romanzo, parlerà della donna con il giovane Adso. Egli spiegherà che (pag. 255) "della donna si dice che la sua conversazione è come fuoco ardente, che essa s'impadronisce dell'anima preziosa dell'uomo e i più forti sono stati rovinati da essa. (...) Più amara della morte è la donna, che è come il laccio dei cacciatori, il suo cuore è come una rete, le sue mani sono funi. Essa è vascello del demonio." Guglielmo, quindi, aderisce alla concezione della donna elaborata dalla Chiesa nel Medioevo, secondo la quale la bellezza fisica della donna è strumento di tentazione da parte del demonio nei confronti dell'uomo.
Adso da Melk, di origini tedesche, è la voce narrante della storia, vale a dire il protagonista. Egli è un novizio benedettino ed è stato affidato a Guglielmo per avere un maestro che lo istruisca. E' giovane, perciò molto ingenuo. Nei sette giorni della vicenda egli matura molto e cresce sia dal punto di vista spirituale che intellettuale, approfondendo molti fenomeni del tempo, come le eresie e la corruzione della Chiesa. I coprotagonisti della vicenda sono Jorge da Burgos e Bernardo Gui.
Jorge da Burgos, il più vecchio dei monaci eccetto Alinardo, è cieco ma si muove e parla come se avesse il bene della vista. La figura sinistra di Jorge domina l'abbazia con la sua presenza: come predicatore apocalittico e come inflessibile difensore delle regole dell'ordine. Solo lui è al corrente di tutti i segreti della biblioteca, conosce tutti i libri, custodisce e protegge il sapere. Il narratore lo descrive come (pag. 86) "un monaco curvo per il peso degli anni, bianco come la neve, non dico solo il pelo, ma pure il viso, e le pupille." Passa molto tempo nello scriptorium distribuendo consigli ai monaci, i quali lo apprezzano e frequentemente si rivolgono a lui. Col passare degli anni ha acquisito influenza ed importanza nell'abbazia, fu lui a far eleggere Abbone come abate e Roberto da Bobbio e poi Malachia come bibliotecario (pag. 468) “manovrandoli per quaranta anni”. Jorge disprezza il riso e gli esseri umani che ridono perché' essi si prendono beffe della divinità e si allontanano dalla realtà. Per questo s'impone di tenere segreto il “II libro della poetica” di Aristotele che giustifica e apprezza il riso e che (pag. 303) “distrugge una parte della sapienza che la cristianità aveva accumulato lungo i secoli”. Egli è la causa dei delitti che sconvolgono l'abbazia.
Bernardo Gui è un frate domenicano impegnato come inquisitore. Bernardo Gui è descritto dal narratore come (pag. 303) “un domenicano di circa settant'anni, esile ma diritto nella figura. Colpiscono gli occhi grigi, freddi, capaci di fissare senza espressione. (…) E' abile sia nel celare pensieri e passioni che nell'esprimerli a bella posta.”. E' una persona intelligente e acuta, ma non ricerca la vera giustizia bensì vuol trovare dei colpevoli per rafforzare la potenza della sua carica.

INTERPRETAZIONE COMPLESSIVA E APPROFONDIMENTI

Lo stesso Umberto Eco dichiara, nelle Postille a "Il nome della rosa" pubblicate dapprima nel 1983 in "Alfabeta" e poi nel 1985 in appendice al romanzo stesso, "ho scritto un romanzo perchè me ne è venuta voglia. Credo sia una ragione sufficiente per mettersi a raccontare. L'uomo è animale fabulatore per natura.". Perciò il romanzo nasce dall'amore della scrittura dell'autore, ed Eco aggiunge che "è consolazione di uno scrittore il fatto che si possa scrivere per puro amore di scrittura" .
"Il nome della rosa” è un romanzo travolgente e irresistibile, scritto in modo eccellente. Eco ci offre suspense poliziesca, ma anche stratificazioni contenutistiche, culturali, storiche, sociali. Individui arsi al rogo, superstizioni, inappropriata ricchezza, scandali laddove non sarebbe opportuno trovarne, ingiustizie, ottuse mentalità rendono questo romanzo interessante e convincente. La presenza di arcaismi, termini insoliti, frasi interamente in latino e nel dialetto tedesco parlato da Adso stimolano il lettore e differenziano il l'opera di Umberto Eco dai semplici romanzi gialli. Leggendo “Il nome della rosa” si approda in un altro mondo, e rapendoti, ti sottrae dalla realtà. Inizi a vivere nella mente dei personaggi, cerchi di capire cosa si nasconde dietro un episodio mentre il personaggio riflette, resti con il fiato sospeso mentre cammina in un tunnel buio per scoprire in che luogo porta, ti accorgi che quello che fino ad un momento ti sembrava una certezza in realtà non lo è, e quindi cominci a dubitare riguardo qualsiasi personaggio del racconto.

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