Nella Metamorfosi si racconta dell'inaspettato "cambiamento di stato" di Gregor Samsa che, una mattina, svegliatosi, scopre di essere divenuto uno scarafaggio. Sembra che il padre, quando Franz era piccolo, lo chiamasse in pubblico «immondo scarafaggio»: una sorta di profezia che si avvera per il Gregor, protagonista del più noto racconto dello scrittore:
“Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante.”
Non c’è fascino, non c’è divertimento, non c’è sfida nelle metamorfosi di Gregor, c’è solo dannazione: Gregor diventa uno scarafaggio perché vive una vita da insetto, perché i rapporti umani che intrattiene sono da entomologo. La sua, a rigore, non è una metamorfosi, è quasi una cristallizzazione, la conferma orrenda di un’identità troppo rigida. E la fine di Gregor non può essere altro che la negazione dell’ennesima metamorfosi: l’insetto kafkiano è paradossalmente poco mutante, troppo «scarafaggio»; troppo rigido nella sua identità, e la sua morte, la banalità del suo morire (anzi: «crepare») non fa che confermare l’assoluta inutilità del presunto cambiamento:
“Pensò che facesse apposta a starsene immobile, che volesse darsi le arie di offeso: gli attribuiva, infatti, piena capacità d’intendere. Poiché aveva in mano una lunga scopa, provò, di sull’uscio, a fargli il solletico, ma neppure così ottenne successo. Stizzita, gli menò una piccola botta, e solo quando si accorse di averlo spinto in là senza che lui resistesse, fu presa dai sospetti. Non ci volle molto perché accertasse la verità delle cose; allora sbarrò gli occhi e fece un fischio di meraviglia, ma, incapace di trattenersi a lungo, spalancò la porta della camera da letto e gridò con la sua vociona nel buio: «Vengano a vedere, è crepato! È qui disteso, bell’e morto e crepato!»”.

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