SCHEDA DI LETTURA


IL GATTOPARDO

Giuseppe Tomasi di Lampedusa

L'autore de “Il Gattopardo” è lo scrittore siciliano Giuseppe Tomasi di Lampedusa, duca di Palma e principe di Lampedusa, nato a Palermo nel 1896. Rimasto figlio unico dopo la morte della sorella maggiore Stefania a causa di una difterite, si lega molto alla madre, donna dalla forte personalità, che ha una grande influenza sullo scrittore. Da bambino studia nella sua casa a Palermo guidato da una maestra, dalla madre e dalla nonna. A partire dal 1911, Tomasi di Lampedusa frequenta il liceo classico a Roma e in seguito a Palermo. Successivamente nel capoluogo laziale nel millenovecentoquindici si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, senza terminare gli studi. Nello stesso anno viene chiamato alle armi e partecipa alla disfatta di Caporetto. Dopo le sue dimissioni dall'esercito con il grado di tenente, ritorna in Sicilia, alternando al riposo qualche viaggio, sempre in compagnia della madre, e svolgendo studi sulle letterature straniere. A Riga, nel 1932, sposa in una chiesa ortodossa la studiosa di psicanalisi Alexandra Wolff Stomersee. La coppia vive per un periodo con la madre di Tomasi di Lampedusa a Palermo, ma ben presto l'incompatibilità di carattere tra le due donne fece tornare la moglie in Lettonia.

Alla morte della madre nel 1946, Tomasi di Lampedusa torna a vivere con la moglie a Palermo. Nel 1956 termina la stesura de “Il Gattopardo”; ma inizialmente, l'opera non viene presa in considerazione dalle case editrici a cui viene presentato e i rifiuti riempiono di amarezza l'autore. Nel 1957 gli viene diagnosticato un tumore ai polmoni, e muore poco dopo a Roma. Il romanzo viene pubblicato postumo nel millenovecentocinquantotto, e nel millenovecentocinquantanove vince il Premio Strega.
La produzione di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che comprende sia il romanzo “Il Gattopardo” che alcune raccolte di racconti ed epistole, è esigua.
Il romanzo “Il Gattopardo” è considerato un capolavoro della letteratura italiana. L'autore trae ispirazione da vicende della sua famiglia e in particolare dalla vita del suo bisnonno, il Principe Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa, vissuto negli anni cruciali del Risorgimento. Il titolo del romanzo ha origine nello stemma di famiglia dei Tomasi: “ Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra. ”. Pubblicato postumo, riceve il Premio Strega nel 1959, divenendo il primo best-seller italiano con oltre centomila copie vendute. Nel 1963 Luchino Visconti lo traduce in film.

COMPRENSIONE DEL TESTO

Il romanzo “Il Gattopardo” si compone di quattro macro-sequenze. La prima, dal titolo “Il Principe di Salina”, comprende le prime centouno pagine e ci presenta i protagonisti dell'opera: il nobile Fabrizio Corbera e il nipote Tancredi. Don Fabrizio è un uomo complesso, colto e tormentato, con una vivace inclinazione per l’astronomia. Egli vive tra il suo palazzo a Palermo ed il feudo di Donnafugata, insieme alla moglie Maria Stella, che tradisce sovente e volentieri, ed ai suoi sette figli. La sua è una bella famiglia: (pag. 41) “le femmine grassoccie, fiorenti di salute, con le loro fossette maliziose e, fra la fronte e il naso, quel tale cipiglio, quel marchio atavico dei Salina. I maschi sottili ma forti. Uno di essi mancava da due anni, quel Giovanni, il secondogenito, il più amato, il più scontroso.” Inoltre Fabrizio Corbera Principe di Salina è testimone del lento decadere in quel periodo del ceto dell'aristocrazia di cui è rappresentante. Infatti, con lo sbarco in Sicilia di Garibaldi e del suo esercito, si afferma una nuova classe, quella dei borghesi, che il Principe come tutti gli aristocratici disprezza. Tanto è vero Don Ciccio Ferrara in un biglietto scrive a Don Fabrizio: (pag. 64) “Caro Fabrizio, mentre scrivo sono in uno stato di prostrazione estrema.
Leggi le terribili notizie che sono sul giornale. I Piemontesi sono sbarcati. Siamo tutti perduti. Questa sera stessa io con tutta la famiglia ci rifugeremo sui legni inglesi. Certo vorrai fare lo stesso; se lo credi ti farò riservare qualche posto. Il signore salvi ancora il nostro amato Re. Un abbraccio. Tuo Ciccio.” Poco dopo, il Principe, aprendo il giornale, legge che (pag. 65) “un atto di pirateria flagrante veniva consumato l'undici Maggio mercé lo sbarco di gente armata alla marina di Marsala. Posteriori rapporti hanno chiarito esser la banda disbarcata di circa ottocento, e comandata da Garibaldi. Appena quei filibustieri ebbero preso terra evitarono con ogni cura lo scontro con le truppe reali, dirigendosi per quanto ci viene riferito a Castelvetrano, minacciando i pacifici cittadini e non risparmiando rapine e devastazioni.” Perciò Don Fabrizio, preoccupato per gli sconvolgimenti siciliani, decide di trasferirsi con la famiglia nella residenza estiva di Donnafugata. Oltre a ciò, gran parte della prima sequenza è incentrata sul personaggio di Tancredi, nipote di Don Fabrizio, che dopo aver combattuto nelle file garibaldine, si reca a Donnafugata per rassicurare lo zio. Durante il soggiorno nell'entroterra siciliano Tancredi mostra interesse nei confronti della figlia del Principe, Concetta, che ricambia i suoi sentimenti: (pag. 85) “le attenzioni, gli sguardi, le mezze-parole di lui, tutte cose che diventavano sempre più frequenti, hanno convinto quell'anima santa; essa è sicura di essere amata. ”. Don Fabrizio, venuto a conoscenza di ciò, tramite Padre Pirrone, non tarda a mostrare la propria reazione: (pag. 85) “Egli amava molto Concetta: di lei gli piaceva la perpetua sottomissione, la placidità con la quale si piegava ad ogni esosa manifestazione della sua volontà paterna; la sottomissione e placidità, del resto, da lui sopravvalutata. La naturale tendenza che egli possedeva a rimuovere ogni minaccia alla propria calma gli aveva fatto trascurare di osservare il bagliore ferrigno che traversava gli occhi della ragazza quando le bizzarrie alle quali ubbidiva erano davvero troppo vessatorie.

Il Principe amava molto questa sua figlia; ma amava ancor più Tancredi. Conquistato da sempre dall'affettuosità beffarda del ragazzo, da pochi mesi aveva cominciato ad ammirare anche l'intelligenza di lui: quella rapida adattabilità, quella penetrazione mondana, quell'arte innata delle sfumature che gli dava il modo di parlare il linguaggio demagogico di moda pur lasciando capire agl'iniziati che ciò non era che un passatempo al quale lui, il Principe di Falconieri, si abbandonava per un momento”.
Nonostante ciò Don Fabrizio spinge l'amato nipote verso la scelta di un'altra donna. La seconda sequenza, dal titolo “Tancredi ed Angelica”, si conclude a pagina centottantacinque. Durante il soggiorno a Donnafugata, Tancredi conosce Angelica, figlia del sindaco Calogero Sedara, e se ne innamora perdutamente. La ragazza è quindi una rappresentante della borghesia, e non presenta i modi degli aristocratici; per questo motivo Concetta, ancora innamorata di Tancredi, inizia a disprezzare il ragazzo. Tuttavia Angelica ammalia tutti con la sua bellezza, tanto che Tancredi decide di sposarla, attratto oltre che dalla avvenenza anche dal suo denaro. Particolare è il rapporto che si instaura tra i due: (pag. 161) “l'Eros era sempre con loro, malizioso e tenace, il gioco in cui trascinava i due fidanzati era pieno di azzardi e di malia. Tutti e due vicinissimi ancora all'infanzia prendevano piacere al gioco in sé, godevano nell'inseguirsi, nel perdersi, nel ritrovarsi; ma quando si erano raggiunti i loro sensi aguzzati prendevano il sopravvento e le cinque dita di lui che si incastravano con le dita di lei, col gesto caro ai sensuali indecisi, il sfregamento soave dei polpastrelli sulle vene pallide del dorso, turbava tutto il loro essere, preludeva a più insinuate carezze”.
Intanto arriva il momento di votare l'importante plebiscito il cui esito decreterà o meno l'annessione della Sicilia al Regno d'Italia. Coloro che chiedono al Principe di Salina un parere su cosa votare, egli affranto decide di appoggiare l'annessione. I voti del plebiscito vengono truccati dal sindaco Calogero Sedara, arrivando perciò all'annessione. La sequenza si conclude con l'arrivo a Donnafugata del cavaliere Chevalley, funzionario del governo di Torino, che offre a Don Fabrizio la carica di senatore del Regno d'Italia: (pag. 175) “dopo la fausta unione della Sicilia al Regno di Sardegna, è intenzione del governo di Torino di procedere alla nomina a Senatori del Regno di alcuni illustri siciliani; le autorità provinciali sono state incaricate di redigere una lista di personalità da proporre all'esame del governo centrale ed eventualmente, poi, alla nomina regia e, come è ovvio, a Girgenti si è subito pensato il suo nome, Principe: un nome illustre per antichità, per il prestigio personale di chi lo porta, per i meriti scientifici, per l'attitudine dignitosa e liberale, anche, assunta durante i recenti avvenimenti”.
Don Fabrizio peròrifiuta l'incarico, affermando: (pag. 177) “se si fosse trattato di un segno di onore, di un semplice titolo da scrivere sulla carta da visita e basta, sarei stato lieto di accettare. (…) Noi Siciliani siamo stati avvezzi da una lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. (…) Sono molto riconoscente al governo di aver pensato a me per il Senato e la prego di esprimere a chi di dovere questa mia sincera gratitudine; ma non posso accettare. Sono un rappresentante della vecchia classe, inevitabilmente compromesso con il regime borbonico, e ad esso legato dai vincoli della decenza in mancanza di quelli dell'affetto. Appartengo ad una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi e i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più sono privo di illusioni: e che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un legislatore inesperto cui manca la facoltà d'ingannare sé stesso, questo requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri? Noi della nostra generazione dobbiamo ritirarci in un cantuccio e stare a guardare i capitomboli e le capriole dei giovani attorno a quest'ornatissimo catafalco. Avete bisogno di giovani, di giovani svelti, con la mente aperta al come più che al perché e che siano abili a mascherare il loro preciso interesse particolare con le vaghe idealità politiche.”.
La terza sequenza, dal titolo “Ritorno a Palermo”, si conclude a pagina duecentotrentadue.
Ritornata a Palermo, la famiglia del Principe di Salina, torna a frequentare la vita mondana: (pag. 211) “Palermo in quel momento attraversava uno dei suoi intermittenti periodi di mondanità, i balli infuriavano. Dopo la venuta dei Piemontesi, dopo il fattaccio di Aspromonte, fugati gli spettri di espropria e violenze, le duecento persone che componevano il mondo non si stancavano di incontrarsi, sempre gli stessi, per congratularsi di esistere ancora.”. L'autore del romanzo, si sofferma a descrivere un ballo al quale prende parte Don Fabrizio, al quale segue un insistente presagio di morte da parte del Principe.
L'ultima sequenza, dal titolo “La morte del Principe”, si conclude a pagina duecentosessantotto. Passati ventuno anni dagli sconvolgimenti siciliani e dalla nascita del Regno d'Italia, il Principe di Salina conduce una vita desolata, fino a quando si trova gravemente malato in una stanza d'albergo, lontano dalla sua casa, mentre torna da Napoli. (pag. 239) “Don Fabrizio si guardò allo specchio dell'armadio: riconobbe più il proprio vestito che sé stesso: altissimo, allampanato, con le guance infossate, la barba lunga di tre giorni; un Gattopardo in pessima forma. Perché mai Dio voleva che nessuno morisse con la propria faccia? Perché a tutti succede così: si muore con una maschera sul volto.”. Successivamente Don Fabrizio (pag. 245) “si accorse a un tratto di esser disteso sul letto: qualcuno gli teneva il polso: dalla finestra il riflesso spietato del mare lo accecava. Attorno a lui vi era una piccola folla, un gruppo di persone estranee che lo guardavano fisso con un'espressione impaurita: via via li riconobbe: Tancredi, Concetta, Angelica, Francesco Paolo, Carolina, Fabrizietto. (…) L'ora della partenza del treno doveva essere vicina. Giunta faccia a faccia con lui sollevò il velo e così, pudica ma pronta ad esser posseduta, gli apparve più bella di come mai l'avesse intravista negli spazi stellari. Il fragore del mare si placò del tutto.” Con la morte del Principe, la polvere del tempo si accumula sulle sue tre figlie e sulle loro cose, facendo si che rimanessero rassegnate ad una vita ostile.
La vicenda descritta ne “Il Gattopardo” può ricondurre l'opera al genere del romanzo storico. Certamente Giuseppe Tomasi di Lampedusa presenta come fonte la tradizione narrativa siciliana, caratterizzata da autori come Giovanni Verga, Federico De Roberto e Luigi Pirandello, ispirandosi al fallimento risorgimentale, drammaticamente avvertito in Sicilia, dove erano vive speranze di un profondo rinnovamento. Tomasi di Lampedusa presenta la vicenda risorgimentale presentando l'ambiguo atteggiamento dei ceti più importanti, che si pongono al servizio dei garibaldini e dei Piemontesi, convinti che fosse il modo migliore perché tutto restasse invariato. Nonostante questo è sbagliato definire “Il Gattopardo” un romanzo storico, infatti, non compare nella narrazione alcun personaggio realmente esistito, e i grandi avvenimenti che hanno caratterizzato il risorgimento italiano, come lo sbarco dei Mille a Marsala, sono semplicemente citati dai personaggi che affollano la narrazione. In compenso l'opera si costituisce di un rilevante sfondo storico.
Oltre a ciò, l'autore de “Il Gattopardo”, compie una marcata e precisa riflessione riguardo la concezione della nobiltà e dei ceti più importanti: (pag. 194-198) “i signori non sono facili a capirsi. Essi vivono in un universo particolare che è stato creato non direttamente da Dio, ma da loro stessi, durante secoli di esperienze specialissime, di affanni e di gioie loro; essi posseggono una memoria collettiva quanto mai robusta e quindi si turbano o si allietano per cose delle quali a voi ed a me non importa un bel nulla ma che per loro sono vitali perché poste in rapporto con questo loro patrimonio di ricordi, speranze e timori di classe. (…) I signori vivono di cose già manipolate. Forse ci appaiono tanto strani perché hanno raggiunto una tappa verso la quale tutti coloro che non sono santi camminano, quella della noncuranza dei beni terreni mediante l'assuefazione. Forse per questo non badano a certe cose che a noialtri importano molto. Ma per loro sono subentrati nuovi timori che noi ignoriamo. (…) Questi nobili poi hanno il pudore dei propri guai: ne avevo visto uno, sciagurato, che aveva deciso di uccidersi l'indomani e che sembrava sorridente e brioso come un ragazzo alla vigilia della Prima Comunione. (…) Un ceto difficile da sopprimere perché in fondo si rinnova continuamente e perché quando occorre sa morire bene, cioè sa gettare un seme al momento della fine.
Come tante volte è avvenuto, questa classe dovesse scomparire, se ne costituirebbe subito un'altra equivalente, con gli stessi pregi e gli stessi difetti: non sarebbe più basata sul sangue forse, ma che ne so io, sull'anzianità di presenza in un luogo o su pretesa miglior conoscenza di qualche testo presunto sacro. ”.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel romanzo “Il Gattopardo” tratta le tematiche più disparate. L'opera affronta la tematica del fluire del tempo, della decadenza e della morte di una classe, in questo caso quella nobiliare dei Gattopardi, che viene sostituita dalla scaltra borghesia dei Sedara.

ANALISI DEL TESTO

Il protagonista del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è ovviamente Don Fabrizio Corbera Principe di Salina. (pag. 33-34) “Non che fosse grasso: era soltanto immenso e fortissimo; la sua testa sfiorava (nelle case abitate dai comuni mortali) il rosone inferiore dei lampadari; le sue dita potevano accartocciare come carta velina le monete da un ducato. Quelle dita, d'altronde, sapevano anche essere di tocco delicatissimo nel maneggiare e carezzare e di ciò si ricordava a proprio danno Maria Stella, la moglie; e le viti, le ghiere, i bottoni smerigliati dei telescopi, cannocchiali, e cercatori di comete lassù, in cima alla villa, affollavano il suo osservatorio privato si mantenevano intatti sotto lo sfioramento leggero. Il colorito roseo, il pelame color di miele del Principe; denunziavano essi l'origine tedesca di sua madre, di quella principessa Carolina la cui alterigia aveva congelato, trenta anni prima, la corte sciattona delle Due Sicilie. Ma nel sangue di lui fermentavano altre essenze germaniche ben più incomode per quell'aristocratico siciliano nell'anno 1860, di quanto potessero essere attraenti la pelle bianchissima ed i capelli biondi nell'ambiente di olivastri e di corvini: un temperamento autoritario, una certa rigidità morale, una propensione alle idee astratte che nell'habitat molliccio della società palermitana si erano mutati in prepotenza capricciosa, perpetui scrupoli morali e disprezzo per i suoi parenti e amici che gli sembrava andassero alla deriva nel lento fiume pragmatistico siciliano. Primo ed ultimo di un casato che per secoli non aveva mai saputo fare neppure l'addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti, possedeva forti e reali inclinazioni matematiche; aveva applicato queste all'astronomia e ne aveva tratto sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private.
Basti dire che in lui orgoglio e l'analisi matematica si erano a tal punto associati da dargli l'illusione che gli astri obbedissero ai suoi calcoli e che i due pianetini che aveva scoperto propagassero la fama della sua casa nelle sterili plaghe tra Marte e Giove e che quindi gli affreschi della villa fossero stati più una profezia che un'adulazione. Sollecitato da una parte dall'orologio e dall'intellettualismo materno, dall'altra dalla sensibilità e faciloneria del padre, il povero Principe Fabrizio viveva in perpetuo scontento pur sotto il cipiglio zeusiano e stava a contemplare la rovina del proprio ceto e del proprio patrimonio senza avere nessuna attività ed ancora minor voglia di porvi riparo.”. Volendo realizzare un metafora per la propria vita, il Principe Salina afferma: (pag. 75) “alla propria vita che si era svolta dapprima per pianure ridenti, si era inerpicata poi per scoscese montagne, aveva sgusciato attraverso gole minacciose per sfociare poi in interminabili ondulazioni di un solo colore, deserte come la disperazione.”.
Don Fabrizio ha sette figli ma la sua attenzione e il suo affetto sono indirizzati in particolare al nipote Tancredi, di cui è il tutore. Per questo motivo, analogamente importante nell'opera di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è il personaggio di Tancredi, pupillo del Principe. Il giovane era figlio di (pag. 43) “un padre scialacquatore, marito della sorella del Principe, che aveva dissipato tutta la sostanza ed era poi morto. (…) Il ragazzo, prima quasi ignoto, era divenuto carissimo all'irritabile Principe che scorgeva in lui un'allegria riottosa, un temperamento frivolo a tratti contraddetto da improvvise crisi di serietà.
Senza confessarlo a sé stesso, avrebbe preferito aver lui come primogenito anziché quel buon babbeo di Paolo. Adesso a vent'anni Tancredi si dava bel tempo con i quattrini che il tutore non gli lesinava rimettendoci anche di tasca propria. ”. Inoltre (pag. 49) “la voce leggermente nasale del ragazzo portava una tale carica di brio giovanile che era impossibile arrabbiarsi; sorprendersi, però, povera forse esser lecito.”. Parlando del giovane con Don Calogero, Don Fabrizio afferma: (pag. 137) “Tancredi non è un giovane qualsiasi; egli non è soltanto signorile ed elegante; ha appreso poco, ma conosce tutto quello che si deve conoscere nel suo ambiente: gli uomini, le donne, le circostanze, il colore del tempo; è ambizioso ed ha ragione di esserlo, andrà lontano. (…) E poi quando si è con Tancredi ci si può forse irritare qualche volta, ma non ci si annoia mai; e questo è molto.”. Il giovane, che partecipa attivamente agli eventi del risorgimento schierandosi nelle file garibaldine, presenta un unico difetto: (pag. 216) “essendo notoriamente squattrinato era giudicato, per quanto avvenente, un partito non desiderabile; egli era quindi più apprezzato dalle signore sposate che dalle ragazze da marito.”.
Il luogo in cui si svolge la narrazione è la Sicilia, (pag. 72) “in questa isola segreta dove le case sono sbarrate e i contadini dicono d'ignorare la via per andare al paese nel quale vivono e che si vede lì sul colle a dieci minuti di strada, in quest'isola, malgrado l'ostentato lusso di mistero, la riservatezza è un mito”. Gran parte della narrazione, oltre a svolgersi a Palermo, ha luogo a Salina e Donnafugata: (pag. 51) “Salina, l'isola dalle montagne gemelle, attorniate da un mare tutto trine di spuma, sul quale galere pavesate caracollavano. (…) Donnafugata con il suo palazzo barocco, meta di cocchi scarlatti, di cocchi verdini, di cocchi dorati, carichi a quanto sembrava di femmine, di bottiglie e di violini. Protetta sotto il cielo terso e rassicurante dal Gattopardo sorridente fra i lunghi mustacchi.”.
Poiché la vicenda ha luogo in Sicilia, Giuseppe Tomasi di Lampedusa riserva numerosi passi del romanzo alla riflessione sulla condizione siciliana. L'autore, tramite le parole del Principe di Salina, afferma: (pag. 178-179-180) “La Sicilia, una centenaria trascinata in carrozzella alla Esposizione Universale di Londra, che non comprende nulla, che s'impipa di tutto e che agogna soltanto di ritrovare il proprio dormiveglia fra i suoi cuscini sbavati e il suo orinale sotto il letto. (…) Il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è il desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte, desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana.
Da ciò avviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semi-desti; da ciò il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche e intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l'incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto. (…) Ho detto dei Siciliani, avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l'ambiente, il clima, il paesaggio; questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l'asprezza dannata; che non è mai meschino, terra terra, distensivo, umano, come dovrebbe essere un paese fatto per dimora di esseri razionali. (…) Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dall'isola possano riuscire a smagarsi: bisogna però farli partire quando sono molto, molto giovani.”.
Il romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa è colmo di riferimenti temporali dai quali si deduce perfettamente il periodo storico in cui si svolgono le vicende: la seconda metà dell’Ottocento, sullo sfondo delle battaglie condotte da Garibaldi in Sicilia.
Nel romanzo “Il Gattopardo” la fabula e l'intreccio coincidono quasi sempre. Sono presenti alcuni flashback e non mancano numerose ellissi.

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