Banalità del male

La banalità del male è tra le opere più famose di Arendt e probabilmente tra le più contestate nella storia contemporanea. Allieva, tra gli altri, di Heidegger, il quale ormai da decenni veniva ridotto in "filosofo del nazismo", Arendt era stata ostracizzata da gran parte della comunità ebraica alla quale apparteneva, sia per la sua relazione con il filosofo sia per la pubblicazione dell'opera. Nel momento in cui il New Yorker avesse affidato uno spazio per il lavoro della filosofa, questa è partita per assistere in prima persona al processo di Eichmann (svoltosi a Gerusalemme), il quale era stato accusato di crimini contro l'umanità per aver mandato a morte centinaia di migliaia di ebrei. Assistendo al processo, Arendt era dispiaciuta di notare che il caso fosse stato trasformato quasi in uno spettacolo, e, condividendo le posizioni di Jaspers, suo maestro, era dell'idea che Eichmann fosse stato responsabile di destabilizzare così tanto il prisma umano da renderlo suicida, intendendo con ciò la negazione del diritto umano di esistere e di avere un’identità: in effetti, aveva ben chiaro Arendt, siamo umani proprio nella diversità; infatti, ogni pensiero razzista, volto a creare spaccature tra uguali, porterebbe alla distruzione dell'intera umanità, avvalorando la tesi di Ipazia secondo cui ci sono più cose a unirci che a dividerci.

Durante il processo, Arendt aveva individuato in Eichmann qualcosa di così inaspettato da destabilizzare le sue posizioni: non aveva trovato altro che un uomo, comune e banale. In questo senso, il male è banale, poiché è commesso da uomini comuni e dunque, vuole ammonire Arendt, tutti gli uomini sono potenzialmente un "Eichmann". Nell’opera, dopo aver in ogni caso condiviso l'esito del processo che prevedeva l'impiccagione dell'uomo, si era soffermata sul mito del conformismo e sulle origini del totalitarismo: ciò era accaduto soltanto perché Eichmann aveva obbedito ciecamente agli ordini imposti da Hitler; anche durante il processo, Eichmann non riusciva a concepirsi come colpevole perché ciò che aveva fatto era stato obbedire agli ordini, non importava di che genere.

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