"Accettiamo facilmente la realtà forse perché intuiamo che nulla è reale".
Così scrive Jorge Luis Borges ne "L'immortale", uno dei suoi più celebri racconti.
Filosofi di ogni tempo si sono interrogati sui problemi legati all'ontologia, cercando di definire che cosa sia reale e che cosa, invece, sia l'esatto contrario.
Alla maniera sofistica, si potrebbe definire imprecisata una qualsiasi definizione di essere "vero e autentico", che in quanto tale sia ingenerato, imperituro, ma, soprattutto, immutabile, poiché il relativismo, per definizione, non permette di desumere una verità certa, assoluta, dogmatica. Sarebbe dunque logico, cartesianamente, introdurre il concetto di esistenza di un "genio maligno", che tristemente ricorda il disturbatore tassiano, facendoci apparire probabile, certo, verace ciò che è illusorio, dubbio, inverosimile.
A questo proposito, si potrà definire in maniera ottimista il principio dello stesso Borges, redatto nel racconto "There are more things" secondo cui "l'uomo è solo un morto che conversa con morti", dimostrando il limite di questo di raggiungere tutto ciò che è "reale, vivo, necessario", il trittico di sostantivi tanto ricercati da Tabitha Suzuma.

"Essere immortale è cosa da poco", aggiunge Borges, continuando: "tranne l'uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali". Poco più avanti, scrive: "Come nei giochi d'azzardo, le cifre pari e le dispari tendono all'equilibrio, così l'ingegno e la stoltezza si annullano e si correggono, e forse il rozzo poema del Cid è il contrappeso che esigono un solo epiteto delle Egloghe o un detto di Eraclito. Omero compose l'Odissea; dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l'impossibile è non comporre, almeno una volta, l'Odissea. Nessuno è qualcuno, un solo uomo immortale è tutti gli uomini. La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può essere l'ultimo; non c'è volto che non sia sul punto di cancellarsi, come il volto di un sogno".
La caducità (intesa nella sua sfumatura di mutabilità) naturale o umana è inevitabile, necessaria e imprevedibile. Jorge Luis Borges è, non solo un autore misterioso e irraggiungibile (un po' alla maniera del Cigno Tebano), ma è lo scrittore del nostro tempo (egli è morto nel 1986) che più si interroga, attraverso la materia letteraria, a proposito del cambiamento nel mondo, nei corpi, nella mente, arrivando a massime ambigue, polivalenti, spesso scarne di un reale significato, dal momento che questo sarà solo apparente. I suoi personaggi danno l'idea di essere rarefatti, quasi astratti, in continuo mutamento: non è raro che uno sconosciuto sia in realtà un'altra persona, o il narratore stesso, o quattordici persone (che è una maniera di dire "infinite").
Nel breve racconto "La casa di Asterione", Asterione si accorge di essere un prigioniero, che denigra gli altri per innalzare se stesso. Abita nella sua casa che è grande come il mondo; anzi, è il mondo. Ogni nove anni, racconta, entrano nella sua casa nove uomini che gli chiedono di liberarli da ogni male, e lui li uccide. Il racconto si conclude attingendo alla materia mitologica: "Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue. «Lo crederesti, Arianna?», disse Teseo. «Il Minotauro [Asterione] non si è quasi difeso»".
Nel racconto "Deutsches Requiem" si legge: "Ignoro se Jerusalem abbia compreso che, se lo distruggevo, era per distruggere la mia pietà. Ai miei occhi egli non era un uomo, e neppure un ebreo; si era trasformato nel simbolo di una detestata zona della mia anima. Agonizzai con lui, morii con lui, in qualche modo mi sono perduto con lui".
Nella sua intera opera sono frequenti situazioni, immagini e vocaboli appartenenti al campo semantico, visivo e narrativo della metamorfosi.

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