Daniele di Daniele
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Il fu Mattia Pascal di Pirandello

Il fu Mattia Pascal è uno dei romanzi più celebri di Luigi Pirandello, scrittore siciliano tra i più celebri nell'ambito della letteratura italiana del Novecento. Il romanzo descrive le vicende del protagonista Mattia Pascal, personaggio prigioniero delle maschere sociali convenzionali: infatti incarna la figura di marito, padre, figlio e fratello. Non solo indossa la maschera sociale, ma anche un'altra maschera, poiché è schiavo anche delle leggi, a cui non può sottrarsi.
Nel personaggio di Mattia Pascal sono contenuti tutti gli elementi tipici della crisi esistenziale umana del Novecento contemporaneo. Sentendosi prigioniero di una vita noiosa e svolgendo un lavoro non appagante, Mattia decide di lasciare la sua famiglia e il suo paese, fuggendo. L'uomo ha quindi deciso di vivere una nuova esistenza nei panni di Adriano Meis, poiché in Paese lo danno per morto. Il suo viaggio prosegue, ma alla fine l'uomo torna nel suo Paese dopo tempo, trovando molte cose cambiate, come per esempio il matrimonio tra la moglie e un altro uomo.

Indice

Riassunto de Il fu Mattia Pascal - Versione alternativa 1
Recensione de Il fu Mattia Pascal - Versione alternativa 2
Il fu Mattia Pascal, trama - Versione alternativa 3
Sintesi de Il fu Mattia Pascal - Versione alternativa 4
Spiegazione Il fu Mattia Pascal - Versione alternativa 5
Analisi Il fu Mattia Pascal - Versione alternativa 6
Il fu Mattia Pascal, descrizione - Versione alternativa 7
Il fu Mattia Pascal, temi - Versione alternativa 8
Il fu Mattia Pascal, commento - Versione alternativa 9

Riassunto de Il fu Mattia Pascal

L'autore: Pirandello, Luigi scrittore e drammaturgo (Agrigento 1867-Roma 1936). Nel 1894 cominciò a dedicarsi alla narrativa con racconti e romanzi d'ambiente piccolo-borghese nei quali prevalgono ancora i canoni naturalistici (L'esclusa, 1901). Nel 1903, in seguito al dissesto economico dell'azienda paterna e alla malattia della moglie, fu costretto a intensificare il proprio lavoro, e scrisse il romanzo Il fu Mattia Pascal (1904), che segnò l'apparizione del primo personaggio pirandelliano concepito fuori d'ogni giustificazione veristica. Tra il 1910 e il 1915 portò a maturazione quello sconcertante dissolvimento del personaggio che culminerà in Uno, nessuno e centomila (1925-1926). Contemporaneamente, si aprì per Pirandello la grande avventura teatrale, che lo portò nel giro di pochi anni alla fama internazionale. Nelle novelle (poi raccolte con il titolo definitivo di Novelle per un anno, 1922-1937) sono già presenti i più notevoli temi del teatro pirandelliano: la dolente visione del mondo, il gioco tra finzione e realtà, il dramma dell'essere e dell'apparire. Dopo le commedie in dialetto (Liolà, 1916; Il berretto a sonagli, 1917; entrambe poi ritrascritte in italiano), l'autentica proiezione drammatica si rivela appieno nel 1917 con Così è (se vi pare) e con Il piacere dell'onestà. Seguirono, a ritmo serrato, Ma non è una cosa seria (1918), Il giuoco delle parti, L'uomo, la bestia e la virtù (1919), Tutto per bene (1920) e Come prima, meglio di prima (1920), che valse allo scrittore il primo successo di pubblico. Nel 1921, con Sei personaggi in cerca d'autore, e nel 1922, con Enrico IV, s'aprì la grande stagione pirandelliana, che proseguì con Vestire gl'ignudi (1922), L'uomo dal fiore in bocca (1923), La vita che ti diedi (1923), Ciascuno a suo modo (1924), Questa sera si recita a soggetto, Come tu mi vuoi (1930), Trovarsi (1932), I giganti della montagna (postumo, 1937). Nel 1929 fu chiamato a far parte dell'Accademia d'Italia e nel 1934 gli venne assegnato il premio Nobel per la letteratura. L'apparizione di Pirandello costituisce l'avvenimento capitale della storia del teatro italiano nel Novecento e uno degli avvenimenti chiave del teatro europeo contemporaneo. Il palcoscenico non è più la scatola magica per fornire un'illusione, ma il luogo dove la realtà stessa è messa in questione di fronte a un pubblico partecipe. Su questo nuovo palcoscenico, libero d'ogni orpello, Pirandello conduce il suo processo alla società contemporanea, alle sue ipocrisie, alle sue menzogne, alle sue violenze, alle sue assurdità. Tutta la sua opera è imperniata sul problema della identità profonda delle persone: l'uomo non è quasi mai quello che crede di essere né quello che gli altri credono che sia.

La trama in breve: Il romanzo Il fu Mattia Pascal e cercato da molti come Fu Mattia Pascal narra le vicende di Mattia Pascal, abitante di un paesino ligure che, sposatosi, si ritrovò a vivere una vita molto infelice. Lavorava come bibliotecario, cioè faceva un lavoro noioso e poco appagante. Così un giorno, esausto, decide di fuggire di casa: leggendo un quotidiano apprese in seguito che nel suo paese tutti lo davano per morto, e così ne approfittò per tentare di cambiare completamente vita. Nella sua lunga fuga da casa ebbe la fortuna entrando in un casinò di vincere una somma considerevole e di allungare il suo viaggio: cambiò la sua identità, divenendo così Adriano Meis. Questo cambiamento di nome sta a dimostrare quanto forte fosse la sua volontà di cambiare vita, di ripartire da zero: in questo intento egli fallisce completamente, tant'è che dopo un periodo di viaggi, egli ritorna nel suo paesino, trovando sua moglie sposata con un altro uomo con cui aveva concepito una bambina.

La trama de Il fu Mattia Pascal: Il fu Mattia Pascal è il più famoso dei romanzi di Pirandello. Mattia Pascal apparteneva a una famiglia benestante ma, alla morte del padre, un amministratore disonesto si era arricchito alle spalle della stessa sino a ridurla sul lastrico. Il protagonista per vivere fa il bibliotecario ma, a causa di profondi dissidi con la moglie e con la suocera, decide di partire per Montecarlo; lì la fortuna gli sorride e, fatto un piccolo capitale, decide di tornare a casa. Sul treno, mentre sfoglia il giornale per ingannare il tempo, legge di un suicidio nel suo paese e, tra lo stupore e la sorpresa, apprende che si tratta del "suo" suicidio. Nella gora di un mulino era stato trovato un corpo in avanzato stato di putrefazione che era stato prontamente riconosciuto come suo dalla moglie e dalla suocera. Allora pensa di inventare un'identità e vivere una nuova vita riacquistando la libertà che aveva perso sposandosi; comincia così la vita di Adriano Meis. Affitta una casa a Roma ma dopo un po' si rende conto che, senza documenti, non può vivere da persona normale, si innamora della figlia del padrone di casa e non la può sposare, subisce un furto e non lo può denunziare pur conoscendo il colpevole, viene insultato e non può vendicare l'offesa, decide allora di "suicidare" Adriano lasciando su un ponte il cappello, il bastone e un biglietto di riconoscimento. Tornato in paese però ha una brutta sorpresa, si accorge che non c'è più posto per il "redivivo" Mattia Pascal, la moglie si è risposata ed ha avuto dei figli con l'amico e lui viene trattato con diffidenza. Decide allora di vivere nella biblioteca con il collega, unico amico che gli sia rimasto, e, di tanto in tanto, porta fiori alla propria tomba; il fu Mattia Pascal decide anche di scrivere un libro sugli strane casi della sua esistenza, libro da leggere esclusivamente "50 anni dopo la mia terza, ultima e definitiva morte".

Il commento: L'autore con questo romanzo vuole dimostrare che non si può vivere senza "Stato Civile" perché noi siamo non come vorremmo ma come le regole della società ci impongono di essere; infatti Mattia Pascal, uomo dalla doppia personalità, si accorge che le due persone che vivono in lui sono in contrasto tra loro. Mattia Pascal, cercando di liberarsi dalle regole imposte dalla società, capisce che vivere fuori da essa equivale a non vivere, inseguendo un sogno di libertà che lo renderà schiavo e gli impedirà di comprarsi un cane, di lasciarsi crescere la barba, di portare i capelli corti: cioè di vivere normalmente.

Nel complesso la vicenda è abbastanza dinamica e scorrevole: è senz'altro un romanzo che si legge con una certa facilità, anche perché si può riscontrare una notevole presenza di dialoghi e di riflessioni che costituiscono l'ossatura della narrazione pirandelliana. Per quanto riguarda gli ambienti quelli chiusi prevalgono su quelli aperti: gran parte della narrazione si svolge infatti nella biblioteca, nel treno, nella casa di Roma in via Ripetta nella quale viene ospitato, nel casinò, etc. La narrazione è in prima persona, e la figura del Mattia Pascal ci appare grottesca, una sorta di antieroe, che non riesce nel suo intento di cambiare vita.

Recensione de Il fu Mattia Pascal

RIASSUNTO DEL ROMANZO: Mattia Pascal vive a Miragno, un immaginario paesino ligure dove il padre ha lasciato in eredità alla moglie e ai due figli una discreta somma di denaro.
La madre affida il patrimonio ereditato ad un certo Batta Malagna, il quale si era offerto volontariamente ad aiutare la vedova in quanto il suo unico fine era quello di appropriassi dell’eredità della famiglia.
Pascal narra delle sue prime avventure amorose con Oliva, sposata con il furbo amministratore Malagna, dalla quale il protagonista avrà un figlio.
Successivamente con Romilda Pescatore, della quale il suo amico Pomino è innamorato (Pascal cercherà di combinare l’amore tra i due, ma nonostante ciò Romilda s’innamora del protagonista), la quale rimane incinta di un bambino. Romilda sarà la futura sposa di Pascal (si tratta di un matrimonio tempestoso, con una suocera, Marianna Dondi, che odia il genero, in quanto lo considera uno “scioperato”); questo matrimonio sarà la rovina economica e psicologica del protagonista.
Subito dopo il matrimonio con Romilda, Pascal si mette alla ricerca di un’occupazione. Un giorno il protagonista incontra Pomino per caso, il quale, grazie alla posizione lavorativa del padre, riesce a far ottenere a Pascal un posto da bibliotecario, nonostante sia ancora ferito dal matrimonio con Romilda.
• Romilda partorisce le due bambine che aveva in grembo, ma entrambe muoiono: una appena dopo la nascita; l’altra all’età di un anno. Nello stesso giorno della morte della seconda figlia, muore anche la madre di Pascal, con la quale il protagonista aveva un rapporto di devozione e di affetto molto forte.
Dopo un’intera notte passata vagando per il paese, Pascal decide di recarsi a Marsiglia, ma giunto a Nizza entra in una bottega nella quale acquista un opuscolo sull’argomento “roulette”.
Parte quindi per Montecarlo. Arrivato, si ferma a giocare e con sua sorpresa vince, diventando ricco.
La mattina del dodicesimo giorno, ritorna a Nizza per poi raggiungere il suo paese natale, Miragno.
Ma un altro fatto, cambia nuovamente il suo destino: sul giornale del paesino di Miragno, vi è un articolo che annuncia il suicidio (avvenuto nella gora del mulino di Pascal) del protagonista.
Con lo pseudonimo di Adriano Meis, si stabilisce a Roma presso il Sig. Anselmo Paleari (un anziano senza molti soldi, che vive con la figlia). Adriano (Pascal) si innamora della figlia Adriana e vuole sposarla, ma si rende conto che Adriano Meis non esiste.
Così decide di tornare a casa.
Dopo due anni, rientrando a casa, scopre che la moglie è madre di una bambina, avuta con l’amico Pomino. Inizialmente adirato, avrebbe voluto rovinare tutto, ma intenerito dalla bambina decide di lasciare stare e di dedicarsi a scrivere la sua storia, recandosi saltuariamente al cimitero a porre un mazzo di fiori sulla tomba di “fu Mattia Pascal”.

Il fu Mattia Pascal, trama

Sintesi della storia: A Miragno, piccola località ligure, vive un impiegato di biblioteca di nome Mattia Pascal.
Stanco della propria vita da miserabile, lascia il paese alla ricerca di nuove esperienze per cercare fortuna in America.
Durante il suo viaggio, a Montecarlo, vince una cospicua somma di denaro.
Poco dopo, da un giornale, viene a conoscenza di un’incredibile rivelazione: egli è affogato in uno stagno.
Infatti la moglie e i suoi familiari lo hanno riconosciuto nel cadavere rinvenuto.
Poiché, ormai, è stato dato per deceduto, decide di crearsi una nuova identità per vivere una nuova vita.
Trasferitosi a Roma prende il nome di Adriano Meis.
Col tempo capisce di non poter più continuare a vivere sotto le false spoglie di Adriano; infatti per lo stato non esiste!
Così inscena un secondo suicidio e torna a Miragno con l’idea di rientrare in famiglia.
Giunto in paese scopre che la moglie, durante la sua assenza, si è risposata ed ha avuto una figlia.
Non potendo, così, recuperare il suo vecchio ruolo nella vita del paese resta senza identità.
Da allora, quando deve presentarsi ad altri dice: “Io sono il fu Mattia Pascal”.

Analisi della trama: Mattia Pascal è un impiegato della piccola biblioteca comunale di Miragno, il paese dove vive.
Ormai stanco della misera vita che conduce con la moglie Romilda e con la suocera Marianna, la vedova Pescatore, fugge in cerca di fortuna nel nuovo continente.
Tornato in Italia vince una bella somma di denaro al casinò di Montecarlo.
Rallegrato dalla vincita clamorosa non vede l’ora di mostrare alla suocera, con cui non era mai andato d’accordo, la somma di denaro racimolata, ma durante il ritorno scopre, leggendo un giornale, che a Miragno è stato ritrovato il cadavere di un suicida, annegato in uno stagno, nel quale moglie e suocera hanno riconosciuto lui.
Così decide di trasferirsi a Roma e iniziare una nuova vita con il nome di Adriano Meis; si attribuisce un passato immaginario, una famiglia inesistente, ricordi inventati, ma verosimili.
Felice di non dover più rendere conto a nessuno delle proprie azioni, inzia a viaggiare per l’Itali e per l’Europa, servendosi del denaro vinto al casinò.
Col il passare del tempo, si rende conto che con la sua falsa identità è escluso dalla vita comune; infatti, poiché lo stato non può fornirgli documenti che attestino la sua esistenza anagrafica, non può possedere o denunciare nulla, non può neppure sposarsi della ragazza di cui si innamora: per lo Stato è inesistente.
Deluso e pieno di rammarico decide di mettere fuori scena Adriano Meis inscenando un altro suicidio.
Ritornato a Miragno ha intenzione di rivelare la verità ai compaesani e di tornare a vivere con la maglie.
Romilda, però, mentre lui era Adriano Meis, si era risposata con Pomino, suo migliore amico, e insieme avevano avuto una figlia. Così, ancora una volta si ritrova a mani vuote: addirittura senza casa e senza identità.
Va a vivere dalla zia Scolastica e torna a lavorare nella biblioteca.
Sotto consiglio di don Eligio inizia a scrivere in un memoriale la sua vita travagliata.
Di tanto in tanto va a posare fiori sulla tomba dello sconosciuto sulla cui lapide è inciso il nome che un tempo fu suo: Mattia Pascal.

Sintesi de Il fu Mattia Pascal

Il romanzo è diviso in 18 capitoli.
I primi due sono costituiti dalla “premessa I” e “premessa II”.
La vicenda è narrata in prima persona, non ci sono riferimenti storici.
Il romanzo comincia a vicenda conclusa.
Il tema centrale è la perdita d’identità, cioè l’impossibilità di avere un’identità.
Mattia cerca di ribellarsi alla trappola della famiglia.
Temi principali:
- famiglia
- inettitudine: è un inetto, antieroe, che ha avuto una serie di occasioni ma le ha sfruttate solo in apparenza
- il doppio e la crisi d’identità
- relativismo.

Breve riassunto: Mattia Pascal assiste alla rovina economica della sua famiglia a causa di un amministratore disonesto (Batta Malagna).
Per vendicarsi Mattia seduce prima sua moglie e poi la cugina.
Tutte e due rimangono incinte, l’amministratore riconosce come suo foglio quello della moglie, e costringe Mattia a sposare la cugina.
Comincia per lui una vita d’inferno, diviso tra il lavoro da bibliotecario e a casa con la moglie e la suocera.
Un giorno prende il treno e va Montecarlo, dove vince al gioco, ma al ritorno legge sul giornale la notizia della propria morte, perché la moglie e la suocera l’hanno riconosciuto in un cadavere.
Mattia inizia a sentirsi libero e comincia a viaggiare e si trasferisce a Roma con il nome di Adriano Meis.
Si innamora della figlia del padrone di casa, e si illude di poter ricostruire la sua vita.
Ma poi capisce che è solo un sogno perché non ha un’identità anagrafica, non può fare niente, da una denuncia al matrimonio.
Mattia cosi, ipotizza un secondo suicido quello di Adriano Meis, rassegnato ritorna al suo paese, ma scopre che la moglie si è risposata e ha avuto una figlia.
Ritornato nessuno lo riconosce, non gli resta che vivere come “fu il Mattia Pascal”, portando ogni tanto dei fiori sulla propria tomba.

Spiegazione Il fu Mattia Pascal

Biografia: Luigi Pirandello nacque in contrada Caos, presso l'odierna Agrigento, nel 1867 e morì a Roma nel 1936. Compiuti gli studi liceali a Palermo, si iscrisse alla Facoltà di Lettere dell'Università di Roma, ma completò il proprio curriculum a Bonn, dove si laureò nel 1891 in filologia romanza. Di condizioni economiche piuttosto agiate (il padre gestiva alcune solfatare nella zona di Agrigento), nel 1892 si stabilì a Roma, dove prese a frequentare intensamente gli ambienti letterari collaborando a numerose riviste e intraprendendo dal 1897 la carriera universitaria come professore di lingua italiana presso l'istituto superiore di magistero. Si era nel frattempo sposato con Maria Antonietta Portulano, dalla quale aveva avuto tre figli. Nel 1903 l'allagamento di una solfatara provocò un grave dissesto economico della famiglia, in seguito al quale le già precarie condizioni mentali della moglie si aggravarono ulteriormente. Costretto a lavorare intensamente per far fronte alle ristrettezze economiche, Pirandello incrementa le sue collaborazioni giornalistiche e si dedica alla narrativa e al teatro, ottenendo crescenti successi nazionali ed internazionali, che gli valgono nel 1934 il premio Nobel per la letteratura.

I personaggi: Il fu Mattia Pascal "si autodescrive" durante l'intero svolgimento dei fatti narrati, per questo motivo la sua caratterizzazione è stata collocata all'esterno di qualsiasi capitolo.

Mattia Pascal: La descrizione di Mattia Pascal impone innanzitutto una caratterizzazione ben delineata in quattro passaggi fondamentali ed indispensabili:
- aspetto fisico;
- formazione culturale;
- estrazione economico-sociale;
- definizione psicologico-morale.
Nel libro non vi è una parte che descrive specificatamente i caratteri corporali del protagonista, le informazioni a riguardo si possono trarre solo leggendo attentamente gli "indizi" nei vari capitoli. Mattia Pascal non era un bell'uomo; era di corporatura robusta, longilinea e teneva i capelli molto corti e la barba ben curata, lo strabismo dell'occhio sinistro marcava la sua naturale bruttezza; dopo la metamorfosi che l'aveva portato a vestire i panni di Adriano Meis, il protagonista portava i capelli lunghi che lo facevano assomigliare ad "un filosofo tedesco", era sbarbato e si era fatto correggere, con una operazione chirurgica, l'occhio sinistro strabico.
La formazione culturale di Mattia Pascal era assolutamente pessima, il suo maestro Pinzone l'aveva allevato tra false citazione ed autori inventati e Mattia aveva ricevuto un educazione alla cultura che rasentava l'analfabetismo; la sua esperienza in campo agronomico era scarsa nonostante i suoi poderi e Pirandello accenna anche all'inettitudine del Pascal al riguardo delle problematiche economiche (quando, circuito da Batta Malagna, non si fa pagare un vecchio credito).
Quando il padre era ancora in vita e riusciva a rendere redditizio il proprio lavoro, la famiglia Pascal godeva di una posizione sociale privilegiata e di una discreta disponibilità economica; dopo la morte del padre la famiglia Pascal subì vari torti e ruberie da parte di Batta Malagna, a causa di ciò non fu possibile far perdurare l'originario tenore di vita e Mattia Pascal dovette andare a lavorare come bibliotecario comunale, uno dei lavori più "bassi" e mal retribuiti di Miragno.
Mattia Pascal, dal punto di vista etico, non si può certo definire come una persona sporca o bassa, anzi gli stanno a cuore le sofferenze patite dalla gente a lui vicina (è estremamente preoccupato nel vedere la madre bistrattata dalla vedova Pescatore ed è afflitto nel vedere, a Roma, Adriana Paleari tormentata e sobillata da Terenzio Papiano); per le persone che con lui avevano avuto dei comportamenti scorretti, spesso Mattia Pascal ha delle "cadute di stile" e per loro riserva solo rancore e sentimenti negativi (Batta Malagna, la vedova Pescatore, Terenzio Papiano...).
Tutto sommato l'etica del Pascal si può considerare medio – alta perché, nonostante i "due anni e mesi" in cui ha girovagato per l'Europa, non ha mai avuto avventure sessuali ambigue e non ha mai rivelato propositi poco trasparenti (a Montecarlo, solo per aver avuto il sospetto di essere invischiato in affari illeciti, non ha esitato a lasciare il Casinò senza ulteriori approfondimenti della situazione).Foto e Video su Pirandello
Dal punto di vista psicologico Mattia Pascal era una persona fondamentalmente malinconica e triste, anche se la sua resistenza alla solitudine rivela un'inaspettata forza di carattere; Pirandello, in questa specifica caratterizzazione del protagonista, riversa probabilmente tutta la sua filosofia personale, rendendo Mattia Pascal un individuo alla ricerca dei certezze, assillato da forti contrasti esistenziali che mettevano a nudo il suo disagio nei confronti di quell'apparenza inquinata che, con i suoi complessi e il suo edonismo, potrebbe contaminare anche l'essenza più profonda dell'uomo.
Mattia Pascal è, senza dubbio, uno dei personaggi più controversi ed introspettivi della letteratura italiana.

I - Premessa: Monsignor Boccamazza è un personaggio che appare nel libro solo da morto, era un vecchio curato di campagna, uno di quei preti che la gente dimentica facilmente a causa della loro passività, prima di morire ha fondato la biblioteca comunale e l'ha completato con i propri libri; in paese nessuno gli è grato per questa sua ultima opera di carità.

II - Premessa seconda (filosofica) a mo' di scusa: Don Eligio Pellegrinotto è descritto come un prete molto attivo, passionale, forse un po' confusionario, è lui che consiglia a Mattia Pascal di narrare in un libro le sue avventure.

III - La casa e la talpa: La madre di Mattia Pascal aveva per i figli "una tenerezza addirittura morbosa", era ansiosa e sempre allarmata. Nonostante la possibilità ella non ha mai voluto risposarsi, un po' per la fedeltà al marito e un po' per l'apatia venutasi a creare in lei a causa della morte del marito stesso.
La madre di Mattia Pascal, dopo essere rimasta vedova del marito, non era più riuscita a continuare il suo lavoro nei poderi e negli uliveti ed era costretta a subire le angherie e i soprusi di Batta Malagna che, lentamente, stava spogliandola di tutto il suo patrimonio.
"Santa donna, mia madre! D'indole schiva e placidissima, aveva così scarsa esperienza della vita e degli uomini! A sentirla parlare, pareva una bambina. Parlava con accento nasale e rideva anche col naso, giacché ogni volta, come si vergognasse di ridere stringeva le labbra. Gracilissima di complessione, fu, dopo la morte di mio padre, sempre malferma in salute; ma non si lagnò mai de' suoi mali, né credo che se ne infastidisse neppure con se stessa, accettandoli, rassegnata, come una conseguenza naturale della sua sciagura. Forse si aspettava di morire anch'essa, dal cordoglio, e doveva dunque ringraziare Iddio che la teneva in vita, pur così tapina e tribolata, per il bene dei figliuoli."
Zia Scolastica era la sorella del padre di Mattia Pascal, "una zitellona bisbetica, con un pajo d'occhi da furetto, bruna e fiera."
La zia insisteva con la madre di Mattia perché si sposasse con Gerolamo Pomino, un contadino vedovo onesto e rispettoso; si lamentava oltretutto con lei dell'incompetente amministrazione dei poderi di famiglia da parte di Batta Malagna, sarà proprio la zia a salvare la madre di Mattia da un'insostenibile situazione che si era venuta a creare a coabitando con la moglie e la suocera del figlio.
Gerolamo Pomino era il contadino le cui terre confinavano con quelle dei Pascal, era il padre del migliore amico di Mattia e, rimasto vedovo, sembrava essersi innamorato della mamma di Mattia. Ma non si risposò mai.
Francesco (o Giovanni) Del Cinque detto Pinzone "era di una magrezza che incuteva ribrezzo; altissimo di statura; e più alto, Dio mio, sarebbe stato, se il busto, tutt'a un tratto, quasi stanco di tallir gracile in su, non gli si fosse curvato sotto la nuca, in una discreta gobbetta,da cui il collo pareva uscire penosamente, come quel d'un pollo spennato, con un grosso nottolino protuberante che gli andava su e giù."
Era, per così dire, il maestro di Mattia Pascal e di suo fratello Roberto ma, essendo ignorante in materie scolastiche elementari, si inventava autori e citazioni attingendo spesso dalla sua personale produzione poetica.

IV - Fu così: Batta Malagna era un possidente terriero che, oltre alle proprie, gestiva le terre dei Pascal con inettitudine e disonestà, dopo la morte del padre di Mattia e dopo aver acquisito l'amministrazione di tutti i poderi di proprietà della famiglia Pascal, Batta Malagna cominciò a depredare la famiglia; era sempre ossequioso e aveva una sorta di "facciata" di generosità e bontà e tramite questa derubava "gentilmente" l'ingenua madre di Mattia.Foto e Video su Pirandello
"Scivolava tutto: gli scivolavano nel lungo faccione, di qua e di là, le sopraciglia e gli occhi; gli scivolava il naso su i baffi melensi e sul pizzo; gli scivolavano dall'attaccatura del collo le spalle; gli scivolava il pancione languido, enorme, quasi fino a terra, perché, data l'imminenza di esso su le gambette tozze, il sarto, per vestirgli quelle gambette, era costretto a tagliarli quanto mai agiati i calzoni; cosicché, da lontano, pareva che indossasse invece, bassa bassa, una veste, e che la pancia gli arrivasse fino a terra."
Oliva Salvoni, figlia di Pietro, fattore dell'uliveto del podere Due Riviere, era la donna in primo tempo amata da Mattia Pascal che, innamoratosi di un'altra ragazza, ha reso Oliva una donna disperata.
Gerolamo Pomino detto Mino, figlio omonimo di Gerolamo Pomino, era il miglior amico di Mattia; è proprio Gerolamo che sensibilizza il padre, diventato assessore alla cultura, nel dare a Mattia Pascal il posto come bibliotecario del paese.
Marianna Dondi, vedova Pescatore "...mi porse appena la mano: gelida mano, secca, nodosa, gialliccia; e abbassò gli occhi e strinse le labbra". Marianna Dondi era una vedova profondamente dispotica, le sua odiosa autorità si espandeva anche su Mattia, che fuggì anche per allontanarsi da quella costante tortura.
Romilda Pescatore, già dalla prima caratterizzazione di "Luigi Pirandello - Mattia Pascal", Romilda appare come una ragazza permalosa ma lasciva, ella si sposerà con Mattia ma, dopo la morte dei loro due figli, il matrimonio naufragherà e Mattia, sentendosi odiato anche dalla moglie, fuggirà dal paese.

V - Maturazione: Romitelli "è sordo, quasi cieco, rimbecillito, e non si regge più sulle gambe". Romitelli era un vecchio bibliotecario che, anche dopo l'esonero dal lavoro, seguitava a recarsi alla biblioteca comunale tute le mattine; era stata la compagnia fissa di Mattia quando quest'ultimo aveva accettato di lavorare come bibliotecario.
Filippo era "un vecchio mugnajo" che faceva la guardia al mulino del podere Stìa dei Pascal; quando, dopo la morte di sua figlia, Mattia Pascal fece per buttarsi nel pozzo della Stìa, egli lo fermò e lo consolò.

VI - Tac tac tac...: Il signore che parlava un "italiano bastardo" era a Montecarlo quando c'era anche Mattia Pascal, per tutta la sera importunò Mattia e gli suggerì, vista la sua fortuna al gioco di creare una sorta di società; Mattia, percepita la poca trasparenza della proposta, intimò l'uomo ad andarsene; questo signore viene nuovamente incontrato da Mattia durante il suo soggiorno a Roma.

VII - Cambio treno: Miro Colzi detto Lodoletta era il direttore del giornale Il Foglietto di Miragno, il paese ligure di Mattia Pascal, dopo aver appreso la notizia "della sua morte" Mattia si fa recapitare alcune copie del giornale con sopra il "coccodrillo" di Lodoletta, un pezzo poetico che ricordava con affetto sincero il morto.

VIII - Adriano Meis: Il giovane sul treno, "dalla faccia pallida, oppressa da una folta e ruvida barba", contribuì involontariamente nel conferire un nome nuovo al Mattia Pascal.
Il vecchio sul treno, "...magro magro, tranquillo nel suo ascetico squallore, ma pur con una piega a gli angoli della bocca che tradiva la sottile ironia..." contribuì anch'egli involontariamente nella ricerca di un nome per "l'ormai defunto" Mattia Pascal.

IX - Un po' di nebbia: Il Cavalier Tito Lenzi "Poteva avere da quarant'anni: calvo sì e no, bruno, con occhiali d'oro, che non gli reggevano bene sul naso, forse per il peso della catenella pur d'oro."
Era un signore, incontrato da Adriano Meis in una trattoria, che all'inizio sembrava simpatico ma si rivelò essere un grandissimo bugiardo, una persona patetica e complessata (portava i tacchi per non far notare troppo la sua scarsa statura).

X - Acquasantiera e portacenere: Anselmo Paleari era un vecchio di Roma che aveva affittato qualche stanza della propria casa; in una di esse era andato ad abitare Adriano Meis. "Un vecchio su i sessant'anni, in mutande di tela, coi piedi scalzi entro un pajo di ciabatte rocciose, nudo il torso roseo, ciccioso, senza un pelo, le mani insaponate e con un fervido turbante di spuma in capo."Foto e Video su Pirandello
Nel capitolo XIII, Anselmo Paleari spiega ad Adriano Meis le sue teorie filosofiche che si rifanno alla dottrina teosofica; parla di Dio e del relativo Mistero, pone ad Adriano alcuni dubbi sull'esistenza di questo Mistero imperscrutabile che molti sapienti avevano tentato di risolvere e gli chiede se questo Mistero non fosse che un pensiero formulato dalla mente umana e soggettiva. In realtà, nessuno di questi dubbi sarà risolto ed Adriano Meis rimarrà con una desolazione interna inquietante che lo porterà a particolari considerazioni esistenziali che si allontanano dalla teosofia del Paleari.
Adriana Paleari era la figlia del signor Anselmo, gestiva la pulizia e l'ordine della casa. "Apparve, tutta confusa, una signorinetta piccola piccola, bionda, pallida, dagli occhi ceruli, dolci e mesti, come tutto il volto. Adriana, come me!". La donna era malinconica a causa delle presunte precarie condizioni di salute mentale del padre e perché le era appena morto il marito.
Silvia Caporale era un'altra inquilina del signor Anselmo. "Io, per conto mio, posso attestare di non aver mai veduto in una faccia volgarmente brutta, da maschera carnevalesca, un pajo d'occhi più dolenti di quelli della signorina Silvia Caporale. Eran nerissimi, intensi, ovati, e davan l'impressione che dovessero aver dietro un contrappeso di piombo, come quelli delle bambole automatiche. La signorina Silvia Caporale aveva più di quarant'anni e anche un bel pajo di baffi, sotto il naso a pallottola sempre acceso." Era una patetica signorina dalle presunte facoltà medianiche che, non avendo mai provato l'esperienza rigenerante dell'amore, si consolava nel vino.

XI - Di sera, guardando il fiume
[...]

XII - L'occhio e Papiano
Terenzio Papiano era il genero di Anselmo Paleari, si rivelò un elemento ambiguo fin dal primo momento, una persona che , detta una cosa ad uno, si gira e dice il contrario all'altro. La bassezza morale di Papiano raggiunge il proprio apice con il furto di dodicimila lire ai danni di Mattia Pascal e con il suo tentativo di incolpare il fratello epilettico.
Scipione Papiano era il fratello epilettico di Terenzio e subisce da quest'ultimo varie sobillazioni; non è che una patetica comparsa.
Don Antonio Pantogada era l'addetto all'Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede che aveva sposato l'unica figlia del marchese Giglio d'Auletta; questo personaggio, tornato in Spagna, era stato arrestato per loschi traffici e la moglie era rimasta a Roma con il padre.

XII - Il lanternino: Pepita Pantogada era la figlia del marchese Giglio d'Auletta, ella possedeva un carattere molto forte ed impulsivo, era stata allevata tra lusso e vizi e, per questo, non era costante nelle attività e coerente nella vita in genere.
La signora Candida era la "dama di compagnia" di Pepita Pantogada, la seguiva dovunque ed era facilmente impressionabile.
Bernaldez era un pittore con poco talento e molto iracondo con qualsiasi persona che criticava, anche tenuemente, le sue opere; era stato per lungo tempo il pupillo ed il vizio di Pepita Pantogada che dopo essersene stancata , come fosse una scarpa vecchia, non lo degnò più di uno sguardo.

XIV - Le prodezze di Max: Max era il fantomatico spirito evocato dalle presunte facoltà medianiche della signorina Caporale, esso causa non poco scompiglio anche se, molto probabilmente, a commettere le azioni imputate a Max non sono altri che Terenzio Papiano ed il fratello Scipione.

XV - Io e l'ombra mia
[...]

XVI - Il ritratto di Minerva: Il marchese Ignazio Giglio d'Auletta aveva "il volto estenuato, solcato tutto da rughe verticali, raso, era d'un pallore cadaverico, ma gli occhi, all'incontro, eran vivacissimi, ardenti, quasi giovanili. Gli s'allungavano in guisa strana su le gote, su le tempie, certe grosse ciocche di capelli, che parevan lingue di cenere bagnata." Era sicuramente una persona elegante e signorile, era un borbonico che aspirava alla riaffermazione del Regno della Due Sicilie. Odiava quindi Garibaldi.
Minerva era la cagnolina di Pepita Pantogada di cui il pittore Bernaldez aveva appena fatto il ritratto, era una cagna viziata proprio come la padrona.
Foto e Video su Pirandello

XVII - Rincarnazione

[...]

XVIII - Il fu Mattia Pascal: Roberto è il fratello di Mattia, non è mai stato troppo generoso con il fratello, ma neppure cattivo; quando vede il fratello che credeva morto è logicamente stupitissimo e contento.

Durante tutta la narrazione sono ricorrenti ulteriori caratterizzazioni di personaggi già precedentemente descritti (la vedova Pescatore, Anselmo Paleari, sua figlia Adriana...) o alcuni personaggi minori sono rappresentati "un poco alla volta", senza avere un momento preciso in cui sono descritti (Roberto, il fratello di Mattia Pascal).

Gli ambienti: Il paesaggio è sempre stato un elemento fondamentale e caratterizzante delle opere letterarie di qualsiasi periodo storico; Omero e Virgilio diedero vita, nei loro capolavori, al "paesaggio ideale" con cui era possibile esaltare le gesta di Achille ed Ettore, Ulisse o Enea; questo tipo di ambiente si potrebbe definire "ambiente narrativo", perché è costruito dallo scrittore ai fini della narrazione.
I decadenti e i simbolisti (Charles Baudelaire e il mondo come una foresta di simboli) idearono il paesaggio come forma e frutto di una visione soggettiva dell'esistenza e delle relazioni umane; questo metodo di costruzione del paesaggio narrativo si può riconoscere anche in Pirandello, in un capitolo de "Il fu Mattia Pascal", più precisamente in "Acquasantiera e portacenere, in cui il siciliano espone la propria ideologia storica, politica e sociale al riguardo dell'evoluzione dell'ambiente della città di Roma.
Come le opere classiche, "Il fu Mattia Pascal" ha una straordinaria varietà di luoghi, essi sono spesso determinanti ai fini dello svolgimento delle azioni e quindi della narrazione.
Prendiamo in considerazioni due tipologie di ambientazione della scena:
- Miragno, paese natale di Mattia Pascal;
- Roma, città in cui Adriano Meis ha vissuto per qualche mese.
Miragno è un tranquillo paesino ligure immerso negli uliveti, uno di quei paesi dove gli abitanti si conoscono tutti, si vedovo tutte le domeniche a Messa nella piccola chiesetta del paese, si trovano spesso la sera al bar della piazza con le carte da briscola in mano, si aiutano a vicenda, nella raccolta delle olive, sotto il sole dell'inesorabile estate; potrebbe sembrare un luogo in cui regna la pace e l'armonia, ma non è così. Anche a Miragno esistono le codardie dei grandi proprietari terrieri, i latrocini dei ricchi contro i meno abbienti, gli intrighi amorosi... Di tutto questo Mattia Pascal ne è conoscenza soprattutto perché ha dovuto subirlo sulla propria pelle.
Un ambiente di questo tipo fa pensare che sia stato costruito proprio per evidenziare l'idea centrale della filosofia di Luigi Pirandello: la contraddittorietà della vita, l'apparenza (in questo caso beata ed armonica) che nasconde l'essenza (in questo caso demoralizzante e sostanzialmente brutta). Ecco, anche in Pirandello, forte e ben visibile, "l'ambiente narrativo".
Roma è definita "acquasantiera e portacenere" da Anselmo Paleari e Mattia Pascal durante una delle loro passeggiate per la città, "andavamo o sul Gianicolo o su l'Aventino o su Monte Mario, talvolta sino a Ponte Fomentano...". Roma è un'acquasantiera quando il papato aveva un ruolo basilare per l'esistenza stessa di Roma, è divenuta un portacenere allorché la borghesia assunse rilievo ed importanza. "D'ogni paese siamo venuti qua a scuotervi la cenere del nostro sigaro, che è poi il simbolo della frivolezza di questa miserrima vita nostra e dell'amaro e velenoso piacere che essa ci dà." Anselmo Paleari (Luigi Pirandello) vuole dire che l'edonismo egoistico dell'uomo può ridurre la più gloriosa città del pianeta, che un tempo era chiamata "il centro del mondo", a luogo di ritrovo di biechi funzionari, a cumulo di spazzatura causata del turismo di massa; dice edonismo egoistico perché Roma è stata modificata senza prendere in considerazione sufficiente il suo passato e solo ai fini dell'economia di mercato che ha fatto deturpare la città da industrie fumose e terribili condomini di cemento e vetro. "Roma giace là, col suo gran cuore frantumato, a le spalle del Campidoglio."Foto e Video su Pirandello
Lo stile: Lo stile di Pirandello è assolutamente lineare e longilineo, l'usualità del linguaggio e le sue "invenzioni" e licenze poetiche rendono i suoi romanzi e tutte le sue novelle scorrevoli e di piacevole lettura.
Una componente curiosa dello stile di Luigi Pirandello sono le immagini emblematiche e narrative che spesso sono presenti nei suoi romanzi e novelle. Le immagini ricorrenti nell'universo pirandelliano facilitano la comprensione dei suoi stessi scritti; a volte vuole sottolineare quel nichilismo strisciante che sta alla base di molte filosofie, altre volte vuole evidenziare la problematica dell'apparenza che ricopre l'essenza.
La polivalenza e la variabilità dei temi e degli elementi testuali sono i caratteri principali che distinguono l'opera pirandelliana da qualsiasi altro scritto.
Indubbiamente Luigi Pirandello è uno dei più grandi maestri di stesura del testo, stile e particolarità letterarie, filosofia, uso di archetipi e immagini emblematiche che la letteratura e la cultura in genere abbia mai conosciuto.

L'umorismo: Il seguente è un classico esempio di umorismo pirandelliano; la scena è da considerarsi sicuramente comica, ma la nostra conoscenza delle situazioni che hanno portato Mattia Pascal a formulare un simile pensiero, rendono la scena sempre comica ma con una dose di serietà e introspezione nemmeno paragonabile a quella che sarebbe esistita se, leggendo dialogo, non avessimo conosciuto il passato di colui che produce la frase. A questo punto è ormai facile accorgersi dell'involucro di apparenza in cui era racchiusa la scena comica prima di subire la nostra personale riflessione, la scena è ora umoristica, il fondamentale superamento da comicità ad umorismo avviene solamente con la presenza di una volontà di ricerca del significato ultimo della scena.

«Per ridere, per distrarmi, m'immaginavo intanto, con un buon panettone sotto il braccio, innanzi alla porta di casa mia.
- Permesso? Stanno ancora qua le signore Romilda Pescatore, vedova Pascal, e Marianna Dondi, vedova Pescatore?
- Sissignore. Ma chi è lei?
- Io sarei il defunto marito della signora Pascal, quel povero galantuomo morto l'altr'anno, annegato. Ecco, vengo lesto lesto dall'altro mondo per passare le feste in famiglia, con licenza dei superiori. Ma ne riparto subito!»

Vorrei iniziare questa difficoltosa ed intricata analisi della poetica umoristica pirandelliana con una radicale distinzione dell'umorismo, le categorie di Lipps:
a) l'umore, come disposizione, o modo di considerar le cose;
b) l'umore, come rappresentazione;
c) l'umore obbiettivo;
Soggettivismo ed oggettivismo non sono altro che un diverso atteggiamento dello spirito nell'atto della rappresentazione. La rappresentazione dell'umore, che è sempre in chi lo ha, può essere atteggiata in due modi: subiettivamente ed oggettivamente
Nella poetica pirandelliana l'umorismo è il frutto di un superamento della comicità mediante un analisi introspettiva e psicologica del personaggio, indossatore di una maschera; la comicità causa un riso istantaneo e "violento" perché è una contraddizione, una rappresentazione fittizia della realtà che si potrebbe sintetizzare con quel termine "cardine" di tutta l'opera pirandelliana: la maschera, o meglio, le maschere che ogni uomo indossa nella sua mutevole e variegata esistenza; l'umorismo genera il riso "ragionato", perché sull'azione di un personaggio apparentemente comico si applica una profonda riflessione sulle condizioni per le quali il personaggio ha dato vita ad un azione comica, la risata resta ma è una risata estremamente cosciente e consapevole di quelle che sono le problematiche esistenziali dell'umanità. Naturalmente qualsiasi risata è fortemente condizionata dal diverso spessore culturale dell'individuo che assiste alla scena comica; anche in questo caso è confermata l'estraneità dell'oggettività nelle "cose del mondo e dell'uomo", esiste sicuramente una forte tendenza all'oggettività, ma è la soggettività che influenza nella maniera più importante l'azione umana, compresa la risata scaturita grazie all'atto comico o all'atto comico considerato umoristico.
Nel 1908, Luigi Pirandello pubblica il saggio L'umorismo; in questo saggio Pirandello espone le tematiche riguardanti la contraddittorietà della realtà in cui vive l'essere umano; la realtà è multiforme e i suoi passaggi paradossali non sono decodificabili mediante la sola ragione; questo pensiero fondamentalmente ateo considera "l'occhio che guarda" questa realtà come sconcertato ed allibito dalle contraddizioni e dall'incoerenza dell'esistenza, "l'occhio che guarda" è l'umanità disorientata dal Caos.Foto e Video su Pirandello
Pirandello, nel suo saggio, ci spiega l'unico metodo per fronteggiare le avversità della vita, l'unica azione che rende l'uomo un "osservatore esterno" della realtà che lo circonda, l'unico fatto che lo pone in una condizione di solidità e certezza, l'unico metodo per soddisfare, almeno in parte, l'eterno anelito umano, l'insaziabile bisogno di tendere all'oggettività pur considerando la soggettività come costituente basilare della realtà stessa: l'umorismo.
L'umorismo è l'antitesi delle teorie illuministe e positiviste formulate nel '900, esse ripercorrono un cammino filosofico fideistico che contrappone le forze del Bene (interventi di Dio nella Storia) alle forze del Male (il demonio, satana, che si oppone al Bene); Pirandello si pone in una posizione di forte contrasto con le suddette filosofie, perché egli dice: l'unico intervento nella Storia da cui può scaturire qualche modificazione significativa è il Caso, esso produce il Caos, che non può venir arginato dall'oggettività, elaborata anch'essa dal Caso. Come ho già detto è l'umorismo a riportare l'uomo ad una situazione vivibile anche se sempre plagiata dal Caso e dalla soggettività.
L'umorismo autentico causa un'empatia comprensiva interna al lettore (scusate l'italiano acrobatico), la comicità come ridicola contraddizione (tutto ciò che osservo è apparenza, quello che intuisco e percepisco è la vera essenza) non può che divenire un assurdo sfoggio delle varie maschere che l'uomo indossa durante la sua esistenza.

Analisi: In "Il fu Mattia Pascal" si possono osservare vari archetipi della letteratura: la zitella bisbetica, la vedova apatica, il possidente terriero ladro, il contadino onesto e conservatore, la madre ricca e dispotica e possessiva, la classica donna intrigante, il ruffiano disonesto, il filosofo fanatico, la donna fragile, la ragazza altezzosa, il pittore paranoico e Mattia Pascal, fuori da ogni schema, eccentrico signore ligure che ha approfittato prontamente di un'occasione propizia per liberarsi definitivamente dei debiti, della suocera e della insopportabile moglie.

Luigi Pirandello offre ai suoi lettori degli strumenti di scandaglio della propria psiche, delle sonde che sradicano i pensieri inquinati dalle incongruenze dell'esistenza; questi strumenti, che sono le sue opere, si basano su un concetto analitico dal quale emergono la realtà e l'illusione effimera delle maschere, dal suddetto processo di profonda analisi esse emergono distinte tra loro anche se eternamente condizionate dalla soggettività.
Leggendo Pirandello non mi è stato possibile non attuare un collegamento umano, psicologico e letterario tra egli e un altro, celebratissimo, scrittore russo: Fédor Dostoevskij; quest'ultimo intellettuale, che si aggira nei meandri di quella fredda e fiera società russa, fornisce, come Pirandello, l'introspezione che contrasta il Caos.

«Allegro! Sì caro. Ma io non posso andare in una taverna come te, a cercar l'allegria, che tu mi consigli, in fondo a un bicchiere. Non ce la saprei trovare io lì, purtroppo! Né so trovarla altrove! Io vado al caffè, mio caro, fra gente per bene, che fuma e ciarla di politica. Allegri tutti, anzi felici, noi potremmo essere a un sol patto, secondo un avvocatino imperialista che frequenta il mio caffè: a patto d'esser governati da un buon re assoluto. Tu non le sai, povero ubriaco filosofo, queste cose; non ti passano neppure per la mente. Ma la causa vera di tutti i nostri mali, della tristezza nostra sai qual è? La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza. Perché, quando il potere è in mano d'uno solo, quest'uno sa d'esser uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano soltanto a contentar se stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e odiosa: la tirannia mascherata da libertà. Ma sicuramente! Oh perché credi che soffra io? Io soffro appunto per questa tirannia mascherata da libertà...Torniamo a casa»
Il breve monologo sopra riportato è recitato da Mattia Pascal – Adriano Meis quando, un povero ubriaco incontrato in Via Borgo Nuovo a Roma, lo urta e gli dice: "Allegro! Che fai? Che pensi? Non ti curar di nulla!"

Nelle frasi pronunciate da Mattia Pascal si avverte in parte il significato della scelta di Luigi Pirandello nell'aderire al fascismo: la necessità umana di avere certezze, il bisogno di sentirsi parte di una dimensione fisica che non si mascheri, ma che sia vera nonostante le contraddizioni insormontabili che, inevitabilmente, la condizionano e la corrompono; il bisogno di tendere a un qualcosa il più possibile privo di maschere.Foto e Video su Pirandello

È straordinario come in un'opera dal così intenso valore umano e filosofico e che tratta vari problemi esistenziali propri dell'intero genere umano, si "annidi", in ogni riga, un umorismo introspettivo, intelligente e narrativo.

Il pensiero ottocentesco del grande filosofo Arthur Schopenhauer è in evidente antitesi con il pirandellismo italiano degli inizi del novecento. Schopenhauer pensava che la forza motrice del Mondo fosse la volontà umana: l'uomo, con la propria volontà, riesce a porsi dei limiti e a prendere delle decisioni. Pirandello e la sua teoria del Caos causato dal Caso confutano Schopenhauer.

"Il fu Mattia Pascal" è senza dubbio una delle eredità più feconde che un italiano abbia lasciato ai posteri attraverso un libro.

Bibliografia
: Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, La biblioteca di Repubblica, Roma, 2002
Luigi Pirandello, L'umorismo, Garzanti, Milano, 1995
Luigi Pirandello, Novelle, Mondadori, Milano, 1947

Analisi Il fu Mattia Pascal

Il fu Mattia Pascal narra la vicenda, raccontata in prima persona, di Mattia Pascal. Questo stufo della suocera e della moglie, decide di fuggire di casa e si reca a Montecarlo dove vince una somma cospicua alla roulette.
Rientrando a casa legge su un giornale la notizia della sua morte, scoprendo così che i suoi cari l'hanno riconosciuto nel cadavere di un suicida.
Mattia Pascal sfrutta questa situazione per iniziare a vivere una nuova vita: si trasferisce a Roma, sotto il nuovo nome di Adriano Meis, dove vuole sposare una donna. Scopre però che non potrà sposarsi in quanto non ha con se dei documenti che attestino la sua nuova identità.
Inscena così un secondo suicidio e ritorna nel suo paese originario.
Tornato a casa scopre che la moglie si è risposata.
Rassegnato dalle varie vicende Mattia Pascal (o Adriano Meis) ritorna a lavorare in biblioteca e di tanto in tanto va a fare visita alla "sua" tomba.
Il protagonista non avendo più una sua identità ogni volta che gli viene domandato chi sia risponde "io sono il fu Mattia Pascal".

Tematiche:
- Le maschere: per calarsi all'interno della società l'uomo si nasconde dietro a un'infinità di maschere in base alle persone con cui ci relazioniamo, agli stati d'umore e alle situazioni. Tutto ciò porta alla frantumazione dell'io e alla continua ricerca di una identità. L'uomo naufraga in un mondo di incertezze e ciò genera solitudine e smarrimento. Questo porta alla non comprensione delle altre persone in quanto noi stessi non riusciamo a comprenderci.
- La famiglia: per Pirandello l'ambiente familiare è opprimente, pieno di tensioni, odi e rancori che vanno ad imprigionare ed ostacolare l'uomo.
- Follia: per fuggire dalle tensioni e dalle trappole l'unica via di fuga è la follia o l'immaginazione che porta l'uomo in un altrove fantastico o a vivere una nuova vita.

Il fu Mattia Pascal, descrizione

È una delle opere più importanti di Pirandello, poiché rappresenta una svolta importante della sua carriera artistica,consacrandolo come acuto interprete della modernità. Il romanzo fu scritto nel 1903,in un contesto particolarmente difficile della sua vita causato dal dissesto familiare del padre e dalla malattia della moglie. La sua pubblicazione nel 1904 riscosse un notevole successo. Mattia Pascal è la perfetta rappresentazione dell'eroe umoristico pirandelliano, destinato a prendere coscienza dell'insensatezza della vita; la mancanza di certezze, la relatività di ogni conoscenza, la crisi dello stesso concetto di identità individuale hanno effetti sulla letteratura e la narrativa.

Mattia Pascal vive in un immaginario paese ligure, Miragno, dove il padre, che si era arricchito con i traffici marittimi e il gioco d'azzardo, ha lasciato in eredità alla moglie e ai due figli una discreta fortuna. A gestire l'intero patrimonio è un avido e disonesto amministratore, Batta Malagna, la cui nipote, Romilda, viene messa incinta da Mattia dopo che non è riuscito a farla sposare all'amico Pomino. Mattia viene costretto a sposare Romilda e a convivere con la suocera vedova che non manca di manifestare il suo disprezzo per il genero che considera inetto. Tramite l'amico Pomino, Mattia ottiene un lavoro come bibliotecario ma dopo un po' di tempo, infelice per il lavoro che trova umiliante e per il matrimonio che si è rivelato sbagliato, decide di fuggire da Miragno e di tentare l'avventura in Francia. Arrivato a Montecarlo e fermatosi a giocare alla roulette, in seguito ad una serie di vincite fortunate, diventa ricco. Deciso a ritornare a casa per riscattare la sua proprietà e vendicarsi dei soprusi della suocera, un altro fatto muta il suo destino. Mentre è in treno legge per caso su un giornale che a Miragno è stato ritrovato nella roggia di un mulino il cadavere di Mattia Pascal. Sebbene sconvolto, comprende presto che, credendolo tutti ormai morto, può crearsi un'altra vita. Così, con il nome di Adriano Meis, inizia a viaggiare prima in Italia e poi all'estero, fintantoché decide di stabilirsi a Roma in una camera ammobiliata sul Tevere. Si innamora, ricambiato, di Adriana, la dolce e mite figlia del padrone di casa, Anselmo Paleari, e sogna di sposarla e di vivere un'altra vita, ma presto si rende conto che la sua esistenza è fittizia. Infatti, non essendo registrato all'anagrafe, è come se non esistesse e pertanto non può sposare Adriana, non può denunciare il furto subito da Terenzio Papiano, un losco individuo che lo ha raggirato, e non può fare tutte quelle cose della vita quotidiana che necessitano di una identità. Finge così un suicidio e, lasciato il suo bastone e il suo cappello vicino a un ponte del Tevere, ritorna a Miragno come Mattia Pascal. Sono intanto trascorsi due anni e arrivato al paese, Mattia viene a sapere che la moglie si è risposata con Pomino e ha avuto una bambina. Si ritira così dalla vita e trascorre le sue giornate nella biblioteca polverosa dove lavorava in precedenza a scrivere la sua storia e ogni tanto si reca al cimitero per portare sulla sua tomba una corona di fiori.
Il romanzo è diviso in 18 capitoli, i primi due costituiti dalla “Premessa I” e dalla “Premessa II”,nelle quali il narratore mette il lettore difronte l'enigma della propria identità e della propria duplice morte. La vicenda ha una struttura perfettamente circolare, è narrata in prima persona e interamente vissuta nella dimensione interiore del personaggio,priva di riferimenti storici o temporali esterni con un'infrazione dell'ordine logico perché si dipana attraverso la continua interferenza tra presente e passato, il tutto filtrato attraverso la coscienza del protagonista-narratore. Un altro aspetto innovativo del romanzo è la commistione di generi che in esso si realizza: la narrazione lascia spesso posto alla trattazione teorica tipica della saggistica.

Il romanzo propone i temi e i motivi fondamentali della narrativa novecentesca: il conflitto flusso/forma, le convenzioni sociali che intrappolano l'individuo costringendolo ad indossare una maschera, la fuga dalla famiglia-trappola e dalla realtà. Il tema centrale è la perdita di tempo ,ovvero l'impossibilità di avere un'identità al di fuori degli schemi imposti dalla società. Mattia, il protagonista, cerca di ribellarsi alla trappola della famiglia, che lo ingabbia nel suo ruolo di figlio obbediente,prima,di marito fedele e di genero devoto poi; ma la soluzione che adotta è un'altra trappola perché finisce x costruirsi una nuova maschera, quella dio Meis che, con la sua fissità, imbriglia l'io e lo costringe ad un'altra cristallizzazione che però non gode di alcun riconoscimento sociale. Così Mattia finisce di perdere anche la propria ombra la maschera “originaria” con la quale potrebbe rientrare nel teatro della vita sociale. Non casualmente lo specchio è l'elemento che ricorre più volte e nel quale il protagonista vive intrappolato in una specie di “casa degli specchi", condannato all'assenza di unicità.

Il punto di vista è interno e il narratore non ha certezze,perché si dibatte costantemente nel dubbio, rendendo ironico e non sempre attendibile il suo modo di ricostruire il passato. Al posto di un narratore onnisciente troviamo un narratore interno che è incapace di cogliere nel suo complesso la realtà; ecco che trovano così giustificazione la continua alternanza di dialogo e monologo, di discorso diretto e indiretto, le continue interazioni e le interrogative che sollecitano la complicità del lettore nella scoperta della relatività di tutte le cose.

I primi due capitoli sono costituiti da altrettante premesse: nella prima troviamo il riferimento al proprio nome da parte del protagonista-narratore e alla occupazione della biblioteca comunale; nella seconda l'autore si scusa di poter pensare che le vicende siano di qualche interesse, questa seconda costituisce il momento metanarrativo del romanzo, Mattia Pascal pone l'attenzione sul manoscritto relativo alla sua vita che intende affidare a don Eligio Pellegrinotto,colui che aveva in custodia la biblioteca dopo la presunta morte del protagonista.

Dopo il tentativo di fuga e l'inaspettata vincita al gioco, Mattia ha deciso di tornare a casa, convinto che il denaro avrebbe potuto rendergli la vita meno infelice,ma sul treno che lo sta portando a casa legge sul giornale la notizia della sua stessa morte:la mopglie e la suocere lo hanno riconosciuto nel cadavere del suicida.Per Mattia Pascal,ufficialmente morto,la prima reazione è di euforia xk si aprono prospettive inaspettate:cambiare nome,città,vita,ricominciare da capo.
Ben presto Pascal-Meis si rende conto che senza documenti e senza una vera identità non può far nulla. L'amore x Adriana mette in crisi il castello di finzioni costruito da Adriano-Mattia.Durante una seduta spiritica,organizzata da Paleari e Terenzio Papiano suo genero,Mattia ne approfitta di baciare Adriana.La prima reazione inebria di gioia Meis che lo fa sentire finalmente vivo.In seguito però il protagonista si accorge che,nel momento in cui ha lasciato “morire” Mattia Pascal,ha condannato se stesso a un perpetuo “limbo”.Si era illuso di diventare un altro uomo,ma è solo riuscito a trasformarsi in un'ombra di uomo,senza realtà e sostanza.Gli è infatti impossibile sposare Adriana,così come denunciare il furto subìto durante la seduta spiritica o difendere il suo onore nel duello a cui viene sfidato da un pittore spagnolo per avergli corteggiato la fidanzata.
Privo di stato civile,timoroso di essere smascherato,Mattia-Adriano esce di casa disperato,consapevole che gli sarà impossibile denunciare il furto subìto durante la seduta spiritica.
Mattia Pascal decide di morire una seconda volta,simulando il suicidio di Adriano Meis. Lascia tutto sulla spalletta di un ponte sul Tevere e abbandona Roma.Ritorna come Mattia Pascal al proprio paese e scopre però che sua moglie Romilda,si è risposata con l'amico Pomino e ha avuto una bambina.Nell'impossibilità di recuperare l'antica identità,decide di restare a Miragno,dove continua a frequentare la biblioteca x discorrere con il nuovo bibliotecario,Don Eligio,portando di tanto in tanto dei fiori sulla propria tomba.La storia di Mattia Pascal registra così il fallimento di un'ipotesi di vita alternativa alla prigione delle convenzioni borghesi.

Il fu Mattia Pascal, temi

La famiglia, nido o prigione: Il nido è la famiglia originaria, fondata sul rapporto di tenerezza fra Pascal e la madre; la prigione è il rapporto coniugale con Romilda e quello con la suocera, la terribile vedova Pescatore;

Il gioco d'azzardo e lo spiritismo: Pirandello rappresenta minuziosamente il casinò di Montecarlo, nei pressi di Nizza, dove Pascal vince alla roulette diventando improvvisamente ricco. Il gioco d’azzardo affascina Pirandello perché l’importanza del caso e il potere della sorte contribuiscono a rafforzare la sua teoria della relatività della condizione umana, sottolineando i limiti della volontà e della ragione. Nella stessa direzione va l’interesse per lo spiritismo (seduta spiritica al cap. 14);

L’inettitudine: Con i personaggi di Tozzi, di Svevo o di Kafka, anche Pascal è un inetto che sogna un’evasione impossibile e che alla fine si trasforma consapevolmente in un antieroe, reso inadatto alla vita pratica dalla sua stessa tendenza allo sdoppiamento, dalla sua propensione a vedersi vivere.

Lo specchio, il doppio, la crisi di identità: Mattia Pascal ha un rapporto difficile non solo con la propria anima ma anche col proprio corpo. Ha difficoltà ad identificarsi con se stesso. Spia di questo malessere è l’occhio strabico, che guarda sempre altrove. La crisi d’identità dipende soprattutto:
- dalla sua duplicità, rappresentata dalla sua predisposizione a sdoppiarsi
- dalla sua inclinazione a porsi davanti allo specchio
- dalla ripetizione della stessa situazione, che si raddoppia continuamente: Mattia seduce prima Romilda, poi Olivia; finge di essere morto per due volte; per due volte si dà una nuova personalità: prima come Adriano Meis e poi come “fu” Mattia Pascal
- dalla sostituzione a un alter ego, a un doppio di sé: per esempio si sostituisce a Pomino nell’amore di Romilda, e poi è questo stesso amico a sostituirsi a lui come marito.
- dalla tendenza a ripetere la stessa situazione ponendosi come terzo all’interno di un rapporto di coppia.
Pascal si inserisce così tra :
- Malagna e Romilda
- Romilda e Pomino
- Adriana e Papiano
- il pittore spagnolo e la fidanzata.

La modernità, la città, il progresso, le macchine: Nel capitolo 9 Adriano Meis è a Milano e, frastornato dai rumori, dai treni elettrici e dalla vista della folla, riflette sulle conseguenze del progresso tecnico, negando che la felicità sia prodotta dalla scienza e che le macchine possano servire a migliorare la condizione umana (influenza di Verga e di Leopardi). Nel capitolo 10, Meis si sposta da Milano a Roma, che viene descritta da Anselmo Peleari nel colloquio con Pascal come città non estetizzante (D’Annunzio) che da “acqua santa era diventata posacenere”.

Posizione politica antigolittiana: Nel romanzo appare una posizione critica nei confronti della democrazia giolittiana, definita “tirannia mascherata di libertà”.

Posizione filosofica: lanterninosofia: La sua posizione filosofica viene espressa per bocca di Anselmo Peleari nel capitolo 13, intitolato ll lanternino.

La teoria del lanternino: Quando Mattia-Adriano Meis, in seguito ad un'operazione agli occhi, è costretto a rimanere quaranta giorni al buio in casa Paleari, Anselmo, il padre di Adriana, cerca di intrattenerlo e gli illustra le sue teorie filosofiche. Egli afferma che non esiste alcuna certezza conoscitiva per l’uomo. L'uomo nulla conosce e nulla può affermare di conoscere. Anselmo ha creato una sua teoria, la "lanterninosofia", secondo la quale tutti viviamo con il nostro piccolo lanternino, col quale ci illudiamo di sapere e conoscere qualcosa. Al di sopra dei lanternini individuali, vi sono dei grandi lanternoni, quelli delle idee e delle luci-guida: bellezza, verità, umanità, onore, che reggono e guidano gli uomini per uno spazio di tempo più o meno ampio fino a quando una forte ventata spegne i lanternoni e noi ci troviamo a ricercare un po' di luce, servendoci solo dei miseri e insufficienti nostri lanternini. E' questa una delle affermazioni più alte della desolata solitudine dell'uomo.

Il fu Mattia Pascal, commento

Il narratore di questo libro è autodiegetico, cioè in prima persona infatti è Mattia che narra le sue vicende in un lungo flash-back che parte dalla seconda premessa fino alle ultime pagine del romanzo. I personaggi vengono presentati soprattutto attraverso le loro reazioni, i loro comportamenti e i loro discorsi. Adriano non giudica molto bene Anselmo, pensa che sia un po' strampalato. Per quanto riguarda il sistema dei personaggi, Anselmo è quello che, con la sua filosofia, fa sempre riflettere Adriano. Comunque anche Mattia è predisposto alla filosofia(preferisce la riflessione all'azione), infatti quando fa il bibliotecario è interessato ai libri di filosofia:tra di lui ed essi c'è un rapporto di amore-odio perché gli interessano ma lo fanno sentire ancora di più in trappola. Secondo Mattia(come dice nella premessa)le scoperte tecnologiche hanno fatto crollare tutte le certezze che l'uomo aveva fino ad allora e lo hanno fatto allontanare dalla natura e dalla beatitudine.L'uomo,non avendo più di riferimento il cielo sulla sua testa, agisce senza uno scopo preciso perché si sente smarrito.Si sente smarrito perché grazie alle scoperte si è reso conto di non essere altro che una particella infinitesimale nell'immensità dell'universo.
Il motivo per cui Adriano non può fermarsi in una forma è perché ha paura di perdere la sua libertà, quindi va via da Roma e ritorna a Miragno per riprendersi la sua moglie, ma poi rinuncia, non perché questa era sposata e con una figlia, ma perché avrebbe perso la sua libertà. La condizione per essere libero è perdere l'identità, cioè rinunciare a vivere, perché senza un'identità precisa non si può vivere. Questo non è un romanzo di formazione, ma di regressione a uno stato di non vita. Pirandello si ribella al romanzo dell'800 perché non vuole vivere secondo le condizioni che impone la società, vuole realizzarsi veramente e per farlo deve essere mutevole. La vita è mutevole: non si può realizzare, se non con la follia. La forma è quello che ci attribuisce la società e che spesso nei romanzi di pirandello non corrisponde con quello che si è veramente. Quindi la forma è qualcosa che intrappola e vorremmo scapparne, ma senza una forma non si può vivere, abbiamo visto Adriano.

Autori che hanno contribuito al presente documento:
Mika, Bice52, Ai-doll, spumina89, sbardy, mabu1908, titty734, yya, franceskina9.

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