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Naufragio con spettatore

Il secondo libro del De Rerum Natura si apre con una metafora che sarà una delle più utilizzate e note nella storia della letteratura occidentale. Poggiando sulla terraferma un naufrago contempla il mare in burrasca e si compiace di come esso sia riuscito a scampar a questa tragedia a differenza di altri che ancora vivono tra travagli e sofferenze. Tale immagine non era sconosciuta al mondo in quanto già diversi autori l'avevano riproposta. Per la prima volta essa compare in una tragedia di Sofocle dove si dice: “ O quale maggior piacere può esservi che, toccata la terraferma e sotto un tetto, udire con i sensi assopiti cadere fitta la pioggia?” e anche in un poeta greco del V-IV secolo Archippo che in un suo frammento afferma: “ Com'è dolce guardare il mare dalla terra, non dovendo navigare!”. Tale metafora non è riproposta nel mondo latino soltanto da Lucrezio, ma anche da Cicerone che in una sua lettera ad Attico, scritta nel 59 a.C. Parlando delle sue impressioni sullo stato romano scrive: “Cupio istorium naufragia ex terra intueri, cupio, ut ait tuus amicus Sophocles” [desidero contemplare da terra i naufragio di costoro, come disse il tuo amico Sofocle] affermando inoltre di esser stato costretto a “sbarcare” dalla nave dello Stato dal che hanno strappato dalle sue mani il timone. Questa immagine divenne il punto di partenza per uno studioso del Novecento, Hans Blumernberg, e per uno dei suoi più importanti saggi “Naufragio con spettatore”. In esso, proprio partendo dalla metafora lucreziana, l'autore si predispone a spiegare la storia di tale metafora e come nel tempo essa abbia subito nette trasformazioni. In Lucrezio lo spettatore che scampa al naufragio altri non è che il saggio epicureo che grazie alla filosofia del Giardino può poggiare i piedi su un terreno solido e dall'alto della sua posizione sopraelevata guardare quanto lontani da lui siano i turbamenti e gli affanni e quanto egli sia immune dal mare in tempesta. L'atteggiamento di autocompiacimento e di superba indifferenza per le difficoltà e le sofferenze degli altri uomini, ha indotto molti critici a considerare questo passo il manifesto dell'insensibilità e dell'egoismo epicurei. Questa posizione che sembrerebbe dunque antitetica rispetto all'ideale di partecipazione e di solidarietà umana propugnato dalle dottrine antiche e moderne, viene vista dal filosofo e scrittore francese Michel de Montaigne come una “voluptè maligne” non affatto esente da crudeltà. Voltaire più tardi invece interpreterà il passo affermando che l'episodio è da considerarsi nell'ottica della naturale curiosità dell'uomo, curiosità che spingerebbe gli osservatori a radunarsi sulla riva proprio come mostrato nel quadro di Turner “ L'incendio al Parlamento” dove si attesta il sublime sentimento che coglie i londinesi spaventati ma insieme affascinati dalle fiamme. Lo stesso Lucrezio, forse prevenendo eventuali critiche future, tende a sottolineare come tale spettacolo non provochi una iocunda voluptas, ma nonostante ciò alcuni pensatori (come Ernout e Bailey) vedono in tale affermazione soltanto il tentativo di “correggere ciò che questa esclamazione egoistica può avere di sconvolgente”. In realtà l'ideale etico epicureo è rigorosamente individualistico e dunque anche egoistico: il saggio può raggiungere l'atarassia solo isolandosi dalla società (si ricordi il motto del vivi nascostamente) e innalzando intorno a sé solide barriere difensive contro ogni turbamento che possa prevenirgli dall'esterno. Del resto il sapiente epicureo facendosi spettatore del mondo (cfr. al v.2 spectare, al v. 4 cernere, al v. 5 tueri, al v. 9 despicere e vedere), vede di fronte a sé il prodotto del turbinio inarrestabile di atomi il cui movimento si ricorda dipende soltanto dal cieco caos; sicchè non solo la vita umana, ma l'intero universo, per certi aspetti, può configurarsi agli occhi del poeta epicureo come l'esito di un naufragio. Infatti, come ricorda lo stesso Blumenberg, Lucrezio paragona le forme della natura, derivanti dai moti disordinati degli atomi dell'oceano della materia (pelagus materiae) ai rottami di grandi naufragi (quasi naufragiis magnis multisque coortis) scagliati sulla riva dell'apparenza visibile (cfr. Rerum Natura, II vv. 550 ss), così come nel quinto libro si esprime a proposito della nascita dell'essere umano dicendo: “ il bambino, come un naufrago gettato a riva dalle onde infuriate, giace in terra nudo” (De Rerum Natura, V vv. 222 ss). Il sapiente è dunque colui che conquista e conserva un totale distacco e un'inalterabile serenità di fronte ai giochi incessanti e immotivati della creazione e della distruzione della natura.
Nel suo “ Naufragio con spettatore” Blumenberg, pensatore tedesco della “metaforologia” (dottrina secondo la quale le metafore non fungono da semplici chiarificatori di concetti astrusi, bensì da veri fondamenti della conoscenza), traccia un vero e proprio sviluppo storico della metafora del naufragio. Sostanzialmente per lo scrittore due sono le reazioni a tale spettacolo: rimanere indifferenti ed imperturbabili davanti al naufragio (spettatori) o prendere emotivamente parte al fatto (protagonisti). Maestro della prima ipotesi è dunque il saggio epicureo che rifugiandosi dalle irragionevolezze della vita, può guardare dall'alto dei templa l'insensato agitarsi delle persone che, prive delle preparazione filosofica, non capiscono per nulla come ci si debba organizzare la vita e vivono a caso, soffrendo molto e non concludendo niente. Blumenberg cita anche il caso di Goethe di fronte alla battaglia di Jena del 1806. All’indomani della sconfitta tedesca contro le truppe napoleoniche, il letterato visita il campo di battaglia. Se il primo Goethe, quello dello Sturm und Drang, avrebbe patito la bruciante disfatta, il Goethe maturo si dichiara tutto sommato contento e soddisfatto. Infatti egli è riuscito a sopravvivere, è riuscito a rimanere sulla rocca ad osservare il naufragio, la sua storia individuale non è stata coinvolta da quella universale. Goethe è rimasto così immune dalla tragedia degli altri. D’altronde lo stesso Lucrezio, e con lui altri filosofi epicurei, sarebbero ancora oggi sostenitori della stessa posizione. Per l’epicureo la catastrofe è infatti da intendersi sia in chiave naturalistica, sia in chiave esistenziale. Arroccarsi sulla scogliera vuol dire sia sfuggire ad una burrasca e a morte certa, ma vuol dire anche rifugiarsi in iperuranici mondi metafisici. La scogliera rappresenta la filosofia stessa, zona teoretica che salva l’uomo dalla deriva e dal naufragio della vita. Blumenberg ricorda inoltre come il primo filosofo a distaccarsi completamente dall'imperturbabilità del saggio epicureo e a trasformarsi da spettatore in protagonista sia Blaise Pascal che nel suo motto “Siamo tutti a bordo di una nave” osserva come anche chi contempla la realtà non possa esimersi dal viverla in prima persona. La navigazione diviene la metafora dei pericoli a cui la vita quotidianamente ci espone: l'uomo deve riconoscere nella precarietà il suo ambiente naturale e accettare come “si salva, probabilmente, non chi contempla la rovina altrui, ma chi soffre e spera insieme agli altri, chi considera fattivamente gli uomini non come individui lontani e indifferenti, bensì come prossimi e fratelli”. Parlando di naufragi, Blumbenberg non può non citare Schopenhauer ed Hegel che sono sostenitori della teoria pascaliana, e tanto meno non parlare di Nietzsche che nella “Gaia Scienza” afferma: “ Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle, e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi. Ebbene, navicella! […] Anche la terra della morale è rotonda! C'è ancora un altro mondo da scoprire: e più d'uno! Via sulle navi, filosofi!”.
Disceso quindi il filosofo moderno dall'osservatorio dell'imperturbabilità contemplativa, egli non assiste più impassibile ai naufragi altrui, ma si mette in gioco come tutti gli altri uomini nel mare della vita, un mare ormai privo di approdi e di porti dove neanche più la filosofia diviene una rocca sicura e immune dal tedium vitae. Cade la differenza fra terra e mare: anche la terra vacilla e spalanca i suoi abissi.
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