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Prologo - Fine secolo

L’autore si pone il problema di capire il senso del XX secolo, vuole riflettere sulla storia che gli specialisti hanno scritto sui fatti caratterizzanti questo secolo. Todorov per fare ciò deve chiarire qual è stato il fatto più importante; egli afferma: <<la scelta di ciò che vi è stato di più importante nel secolo, di ciò che quindi permette di costruirne il senso, dipende dalla vostra identità>>. Ci sono ossia molte letture del secolo e quindi il senso del secolo varia al variare del soggetto. Tutte le interpretazioni sono giuste e condivisibili, però per l’autore l’avvenimento centrale è <<la comparsa di un nuovo male, di un regime politico inedito, il totalitarismo, che, al suo apogeo, ha dominato buona parte del mondo>>.
L’Europa ha conosciuto due forme di totalitarismo: il comunismo e il fascismo, i quali si sono violentemente opposti sul terreno dell’ideologia e sui campi di battaglia. Il secolo è inoltre dominato dallo scontro fra il totalitarismo e la democrazia. Comunismo, fascismo e democrazia sono i tre raggruppamenti ideologici che hanno caratterizzato il secolo modificando nel tempo le loro alleanze. I comunisti considerano come nemici le democrazie liberali e il fascismo, forme diverse del capitalismo. Durante la seconda guerra mondiale democratici e comunisti si sono alleati per combattere il fascismo. Infine dopo la fine della guerra, fascismo e comunismo sono stati considerati come due forme diverse del totalitarismo.

Todorov si limita, in questo testo, ad analizzare gli avvenimenti accaduti solo in Europa e in un arco di tempo che va dalla rivoluzione bolscevica del 1917 al 1991. In particolare l’autore concentra la sua ricerca su due temi: <<lo scontro fra totalitarismo e democrazia, come quello fra due varianti totalitarie, comunismo e nazismo […] e il fatto stesso che questi avvenimenti appartengano per l’essenziale al passato e sopravvivono fra noi solo grazie alla memoria>>. <<Il passato totalitario, il modo in cui si perpetua nella memoria, infine le luci che getta sul presente formeranno dunque i temi dell’inchiesta che segue>>.

Il male del secolo

Le nostre democrazie liberali

Se il XVIII secolo è stato definito come <<il secolo dei lumi>>, con le grandi ecatombe che distinguono il XX secolo, gli storici dovrebbero definirlo <<il secolo delle tenebre>>. La storia di questo secolo in Europa per Todorov è indissociabile dal totalitarismo della Russia Sovietica, nato durante la prima guerra mondiale, a cui seguirà il totalitarismo della Germania nazista. Il totalitarismo appartiene ormai al passato, i conflitti sono terminati e i paesi europei hanno bisogno di capire cos’è accaduto per riprendere nel XXI secolo il cammino interrotto nel secolo precedente. Jelian Jelev, antico dissidente, diceva: <<prima di voltare una pagina bisogna leggerla>> mentre Germaine Tillion scrive: <<non si prepara l’avvenire senza chiarire il passato>>. È quindi importante che quelli che conoscono il passato dall’interno, avendolo vissuto in prima persona, abbiano il dovere di trasmettere la loro conoscenza a chi ignora quel periodo. Per fare ciò l’autore ci spiega cosa significano i termini di <<totalitarismo>> e di <<democrazia>>. Essi sono due istanze di ciò che oggi è chiamato un “tipo ideale” di regime politico, cioè la costruzione di un modello destinato a rendere la realtà più comprensibile. Il tipo ideale indica un orizzonte, una prospettiva, una tendenza e non una verità.

La democrazia moderna in quanto tipo ideale presuppone la compresenza di due principi che potrebbero essere chiamati: autonomia della collettività e autonomia dell’individuo. L’autonomia della collettività è un’esigenza antica che contiene la parola “democrazia”, ossia potere del popolo, ma bisogna sapere se è il popolo intero o una delle sue parti che detiene il potere. L’autonomia politica consiste in ciò che la collettività vive sotto leggi che essa stessa si è data e che può modificare quando lo desidera, in altre parole è legittima solo la repubblica, il regime noto dalla volontà generale del popolo. Non è però sufficiente in quanto dobbiamo stare attenti a non commettere gli stessi errori commessi dalla Rivoluzione francese che <<strappa il potere dalle mani dei monarchi e lo ripone nelle mani del popolo […] tuttavia, […] il terrore regna al posto della libertà. Dobbiamo mettere un limite al principio dell’autonomia collettiva a vantaggio dell’autonomia individuale>>. <<L’individuo, non meno della collettività, aspira alla autonomia; per preservarla, bisogna proteggerlo non solo dai poteri a cui non partecipa […], ma anche dai poteri del popolo>>. La congiunzione di questi due principi definisce l’espressione “democrazia liberale”, che può essere repubblicana o liberale. La loro unione segue la nascita della modernità politica.
Sopra alla volontà generale e sopra alla volontà individuale vi è sempre l’idea stessa di giustizia, la quale è presente in ogni associazione politica legittimata dalla volontà di tutto il popolo. <<La democrazia, come ogni stato legittimo, riconosce che la giustizia non scritta, […] è superiore all’espressione della volontà popolare o all’autonomia personale>>. In democrazia l’autonomia collettiva si raggiunge quando le leggi sono le stesse per tutti, si sia o no ricchi, celebri, potenti, uomini o donne; deve essere salvaguardata l’idea dell’uguaglianza dei diritti. Quanto all’autonomia individuale, un mezzo che possa assicurarla più di ogni altro è il pluralismo. Termine che si applica a molteplici risvolti della vita di società, ma il suo senso e la sua destinazione sono sempre gli stessi: la pluralità assicura l’autonomia dell’individuo. Il pluralismo limita il potere politico, ma a sua volta è limitato. Lo stato democratico non ammette nessun pluralismo nell’uso legittimo della violenza; spetta solo allo stato di possedere un esercito e una polizia ed è suo compito reprimere ogni manifestazione privata di violenza ed ogni incitazione alla violenza. Il rifiuto del pluralismo può estendersi ad altri campi senza mettere in discussione l’identità democratica.
Con la rivoluzione americana e poi con quella francese alla fine del XVIII secolo si inaugura l’era delle democrazie liberali in Europa e in America del nord. Questo tipo di regime politico rafforza la separazione tra fede e religione, e progressivamente chiesa e stato divengono due enti autonomi. Questo cambiamento non è accettato da tutti ed in particolare i conservatori rivolgono due specifiche critiche ai democratici: la prima è l’indebolimento del legame sociale in quanto la società democratica è “individualista”, questo porta al restringimento dello spazio pubblico a vantaggio di una sfera privata; la seconda critica è la scomparsa dei valori comuni che priva l’individuo di ogni riferimento comune, potendo ciascuno scegliere i propri valori senza tener conto di quelli altrui. In questo contesto si prepara il progetto totalitario; esso riprende le critiche che i conservatori rivolgono alla democrazia e si propone di rimediarvi con un’azione politica radicale.

Totalitarismo: il tipo ideale

L’autonomia dell’individuo per il totalitarismo non è più l’io di ciascun individuo, ma il noi del gruppo, che viene valorizzato. Il pluralismo viene sostituito dal suo contrario, il monismo. Lo stato totalitario si oppone punto per punto allo stato democratico. La vita dell’individuo non è più divisa in sfera pubblica e in sfera privata, ma essa deve conformarsi alla norma pubblica. Il mondo personale è dissolto nell’ordine impersonale; la degradazione dell’individuo comporta quella delle relazioni interpersonali.

Il totalitarismo impone il monismo in tutta la vita pubblica, ristabilisce l’unità teologica -politica, sottomette l’economia alla politica, controllando tutte le sue attività, instaura un regime a partito unico sottomettendo a questo ogni altra organizzazione o associazione. L’unificazione condiziona la gerarchia sociale dove le masse sono alla base di una piramide che vede in cima il capo supremo del partito. << Il regime controlla tutti i media e non permette l’espressione di alcuna opinione dissidente >>. Il monismo elimina anche la separazione fra ideologia e politica. L’idea del partito è l’unica da seguire: << ogni autonomia individuale, di pensiero o d’azione, è condannabile perché solo il partito può avere ragione >>.
Quanto all’autonomia collettiva e alle sue conseguenze, lo stato totalitario afferma di mantenerle, ma in realtà le svuota di ogni contenuto. La sovranità del popolo è preservata sulla carta, ma la <<volontà generale>> è di fatto alienata a favore del gruppo dirigente. L’ideale proclamato dell’uguaglianza, nella società totalitaria crea nel proprio interno innumerevoli gerarchie e privilegi. Un’altra differenza significativa fra il regime totalitario e quello democratico consiste nel fatto che il totalitarismo contiene una promessa di vita migliore e felice e anche quando i risultati falliscono, si può sempre dire che la prossima volta sarà migliore, mentre nel regime della democrazia liberale questa premessa non esiste; esso si impegna solo a permettere a ciascuno di cercare da sé la felicità in massima autonomia. La promessa di felicità per tutti riporta al millenarismo, un movimento religioso in seno al cristianesimo che promette ai credenti la salvezza in questo mondo e non nel regno di Dio; invece il messaggio di Cristo prevede la netta separazione fra i due mondi.
Il totalitarismo teorico arriva a definire una società utopica come una società perfetta che può essere raggiunta anche ricorrendo ad ogni mezzo “educativo” in modo da stabilire l’ordine sociale. In sostanza l’utopismo è necessariamente legato alla costrizione e alla violenza. Le dottrine totalitarie sono casi particolari di utopismo che derivano da una religione sempre più senza Dio e prosperano in un contesto di declino del cristianesimo. La base di questo utopismo è una dottrina che anticipa gli stati totalitari, una dottrina che a prima vista non ha niente in comune con la religione: lo scientismo.

Scientismo e umanesimo

Lo scientismo è un’ipotesi sulla struttura del mondo; esso è come trasparente e attraverso la scienza può essere conosciuto in ogni sua particella, materiale e spirituale, animata o inanimata. Da questo primo postulato deriva che se la scienza degli uomini riesce a svelare tutti i segreti della natura, allora dovrebbe esser possibile modificare questi processi e orientarli nella direzione giusta. Se la trasparenza della realtà si estende anche al mondo umano, nulla impedisce di pensare alla creazione di un uomo nuovo. <<Ma in quale direzione bisogna orientare questa trasformazione della specie? Chi sarà abilitato a identificare e ad analizzare il senso di queste imperfezioni, come la natura della perfezione a cui aspiriamo? >>. Per gli scientisti la risposta è semplice: è la scienza che sarà in grado di modificare la specie umana secondo la giusta soluzione.
Lo scientismo si basa sull’esistenza della scienza, ma non è un metodo scientifico perché è in contrasto con la regola fondamentale del metodo scientifico ossia quella di lasciare carta bianca alla libera critica. Lo scientismo invece esige di tacere le proprie obiezioni e di praticare la cieca sottomissione, come si fa con le religioni che hanno bisogno di atti di fede; per gli scientisti questa fede è la fede nella ragione. I regimi totalitari accettano lo scientismo. Esso non è una scienza, ma una concezione del mondo che non ammette posizioni contrastanti, in quanto questo mondo ideale non proviene da un’opinione, ma da una dimostrazione “scientifica” e per questo deve essere accettato senza protestare. In realtà sia il comunismo che il nazismo impediranno lo sviluppo della ricerca scientifica “provinciale” finalizzata alla “comprensione” del mondo ideale scelto.
Todorov ci spiega poi come le premesse dello scientismo siano già presenti nelle opere di Descartes, le cui idee saranno poi riprese e amplificate dai materialisti del XVII e XVIII secolo, ma è soprattutto in seguito alla rivoluzione francese che lo scientismo si introdurrà nella politica. È nel XIX secolo che lo scientismo sboccerà presso i pensatori, amici e nemici della rivoluzione, che arrivano ad affermare: <<Tanto è grande il prestigio della scienza che si spera di poterla installare al posto della religione indebolita>>. È in questo momento che si delineano anche le sue due grandi varietà, lo scientismo storico, che vede in Marx uno dei suoi maggiori pensatori, e lo scientismo biologico al quale può servire da emblema il pensatore Gobineau.
Lo scientismo pur essendo riconosciuto come una dottrina moderna, viene combattuto da altre dottrine che si richiamano alla modernità. In modo particolare il conflitto avviene con gli umanisti considerati i pensatori della democrazia. Gli umanisti contestano il postulato iniziale dello scientismo, ossia la totale trasparenza della realtà. L’universo possiede, certamente, una coerenza che di principio è conoscibile, ma il passaggio dal principio alla pratica non è semplice in quanto ogni fenomeno ha interazioni così complesse che non possiamo mai essere certi dei risultati delle conoscenze acquisite, e fin tanto sussiste il dubbio è meglio astenersi da azioni radicali.
Per gli umanisti nessun sapere può mai considerarsi assoluto e definitivo. Finita la certezza della fede, diminuisce l’ambizione di ogni utopia, al massimo possiamo raggiungere miglioramenti provvisori. L’universalità di cui si vantano gli scientisti e umanisti non è quindi la stessa. Lo scientismo si fonda su una universalità della ragione le cui scelte possono provocare sofferenza per alcuni. L’umanesimo al contrario, postula l’universalità dell’umanità: tutti gli esseri umani hanno gli stessi diritti e meritano un uguale rispetto, anche se i loro modi di vita rimangono differenti. Il mondo umano inoltre ha una propria singolarità; credere di conoscere l’uomo interamente, significa non conoscerlo bene. Montesquieu dirà: <<L’uomo, come essere fisico, è così come gli altri corpi, governato da leggi invariabili. Come essere intelligente, egli viola incessantemente le leggi che Dio ha stabilito e cambia quelle che stabilisce egli stesso>>.
Il progetto democratico, fondato sul pensiero umanista, non conduce al raggiungimento del paradiso in terra perché il bene e il male fanno parte della vita dell’uomo e l’uomo è libero di scegliere fra le numerose opzioni che gli si presentano. Rousseau afferma: <<Il bene e il male colano dalla medesima sorgente>> e la loro fonte comune è la nostra sociabilità e ognuno di noi ha bisogno degli altri. Questo bisogno può essere soddisfatto in due modi: ci si affeziona agli altri e si tenta con il bene di renderli felici; oppure li si sottomette ed umilia, per godere del proprio potere su di essi. Se questo è il carattere inseparabile del bene e del male, è vano sperare che un qualunque regime politico possa apportare un rimedio definitivo tale da creare un mondo perfetto e felice.

Nascita della dottrina totalitaria

L’autore continua la sua analisi scientifica per comprendere cosa ha caratterizzato questo secolo, per Todorov è l’ideologia totalitaria. Egli ci spiega che il totalitarismo ha avuto bisogno della congiunzione di tre ingredienti fondamentali: lo spirito rivoluzionario, che implica il ricorso alla violenza; il sogno millenaristico, che vuole costruire il paradiso in terra qui ed ora; la dottrina scientista, che pensa di possedere la conoscenza integrale della specie umana. Questo momento che vede questa congiunzione è l’atto di nascita dell’ideologia totalitaria.
I primi abbozzi della società propriamente totalitaria si trovano negli scritti di Marx e di Gobineau. Altri testi teorici e letterari provengono dagli anni sessanta del XIX secolo, ma uno dei testi più rivelatori del regime totalitario è il terzo libro di Ernest Renan: Dialogo filosofico. La scienza cessa di essere una forma di conoscenza del mondo e si trasforma in guida della società, in produttrice di ideali; diventa scientismo e entra in conflitto con la democrazia. <<Tocca alla scienza assumere l’opera nel punto in cui la natura l’ha lasciata>>. Bisogna perfezionare la specie, creare un uomo nuovo dotato di capacità intellettuali e fisiche superiori, eliminando, se ce n’è bisogno, tutti gli esemplari difettosi dell’umanità. Su questi principi il futuro stato soffocherebbe ogni libertà individuale, il suo scopo sarebbe quello di imporre a tutti quello che pochi hanno stabilito essere il modello ideale per raggiungere la felicità.
Padroneggiando il sapere, l’élite degli esseri intelligenti dominerebbe il mondo con potenti mezzi che sarebbero in suo potere. Il mondo non sarebbe diretto dai filosofi, ma dai <<tiranni positivisti>>. Non si deve però pensare che lo scientismo sia una dottrina presente solo nei regimi totalitari, in quanto vi sono frequenti posizioni scientiste anche in paesi retti da democrazie ed è bene che le democrazie moderne non aspirino a instaurare il regno della perfezione in terra né che vogliano produrre una specie umana migliore. Certo non deve rinunciare del tutto a ogni utopia, ma se la democrazia vuole sostituire ciò che è con ciò che deve essere, lo deve fare senza la pretesa che quello che deve essere sia una verità assoluta perché proveniente dalla ragione. Gli uomini hanno bisogno di beni materiali che possano essere soddisfatti dalla comunità, ma hanno anche necessità di soddisfare bisogni che il mondo materiale non può soddisfare; le democrazie non possono ignorare questo bisogno umano di trascendenza, anche a rischio di mettere in pericolo la loro stessa esistenza. La soluzione secondo Todorov consiste nel tenere separato ed estraneo questo bisogno dai programmi politici.

La guerra, verità della vita

Per quanto riguarda il totalitarismo e l’idea della guerra, Todorov ci fa capire che lo scientismo, semplificando le idee darwiniane sulla sopravvivenza delle specie più adattabili dell’ambiente, arriva a produrre l’idea della lotta sia essa lotta di classe, guerra tra i sessi, conflitto fra razze, guerra delle nazioni. Il mondo viene così diviso in noi e loro, amici e nemici. Ogni totalitarismo divide il mondo in due parti mutualmente esclusive, i buoni e i cattivi, e si prefigge lo scopo di eliminare i nemici. La fine del conflitto è l’eliminazione del nemico. In questa visione del mondo non vi è posto per le posizioni neutre, ogni indeciso o incerto è un avversario, un nemico da eliminare.
Nei regimi democratici invece non si risolve il conflitto eliminando fisicamente l’avversario, ma si trasformano gli inevitabili antagonismi umani in complementarietà. La grammatica dell’umanesimo implica la distinzione di tre persone: l’io che esercita la propria autonomia; il tu distinto dall’io, ma posto sullo stesso piano e che può assumere i ruoli più diversi: il collaboratore, il rivale, il consigliere, l’oggetto d’amore ecc.; e infine gli essi, la comunità di cui si fa parte o addirittura l’umanità tutta intera in cui tutti gli individui godono della medesima dignità.

Ambivalenze totalitarie

A dimostrazione di quanto Todorov afferma, egli si avvale di ampie osservazioni e confronti fra quella che è stata la società sovietica di Lenin e Stalin e quella che è stata la società tedesca del nazismo di Hitler. Queste osservazioni sull’evoluzione del totalitarismo comunista, così come il paragone con il nazismo, ci permettono di capire come da una fase rivoluzionaria iniziale, nel corso della quale vengono eliminati tutti gli avversari interni reali o immaginari, si passi poi al rigetto dell’autonomia personale, la soppressione della libertà, la sottomissione di tutti ad un potere assoluto attraverso il terrore e la repressione e infine all’affermazione del conflitto come verità della vita, riduzione di ogni divergenza all’opposizione e al rigetto del pluralismo politico ed economico. Il crollo del regime comunista è avvenuto a seguito di un’evoluzione della mentalità, tanto nei gruppi dirigenti quanto nella popolazione, e non attraverso una guerra come è successo per il regime totalitario di Hitler. Si chiude questo capitolo con una battuta di Adam Mišnik: <<Quello che vi è di più terribile nel comunismo è ciò che viene dopo di esso>>. Infatti l’assenza di uno stato ha permesso l’ascesa di tutte le aspirazioni dell’individuo, un confronto delle forze brute che hanno scatenato la criminalità e l’arrivismo sostituendo l’ingordigia del singolo all’autorità dello stato.

Il secolo di Vasilij Grossman

Nel capitolo in cui si parla del secolo di Vasilij Grossman, considerato da Todorov come una delle guide che ci aiuteranno ad attraversare questo secolo del male, l’autore attraverso lo studio della vita di Grossman, ripercorre il secolo dell’Unione Sovietica e com’è il regime totalitario. Egli, essendo ebreo, vive in prima persona gli aspetti negativi del regime e cerca attraverso le sue opere e le sue idee di mettere a disposizione la sua oscura esperienza a servizio delle vittime di altre persecuzioni e non solo degli ebrei. Grossman nella sua vita percorre una metamorfosi che lo porterà da essere il letterato di regime allo scrittore che con le sue opere in cui testimonia tutta la sua sincerità e verità: << […] farà alla società sovietica più male che Il dottor Živago di Pasternak>>.
Egli subisce una metamorfosi completa: << morte dello schiavo e resurrezione dell’uomo libero>>. Così Grossman ci conduce verso una conclusione che non viene detta in modo chiaro e deciso perché il contatto diretto con i carnefici più vili lo ha convinto che non possiamo sbarazzarci dei cattivi considerandoli interamente diversi da noi pensando che la loro condotta sia una deviazione della loro mente. <<Non sono i “tedeschi” o i “russi” che sono cattivi, lo sono il nazismo e il comunismo>>. Ciò che dobbiamo combattere è un regime e per fare questo non basta la sola bontà degli uomini. Il solo mezzo per rendere il totalitarismo impossibile è quello di opporgli un’altra struttura politica. Non solo, ma l’esperienza di Grossman ci dice anche che nulla è mai acquisito una volta per tutte ma ogni giorno, ogni ora, anno dopo anno, bisogna lottare per il diritto di essere un uomo, il diritto di essere buono e puro. E questa lotta quotidiana per la libertà e la bontà non deve farci sentire fieri e per questo pretendere qualche beneficio, ma deve essere accompagnata da atteggiamento umile e con la presenza di un “testimone interiore”, il ricordo di un essere che incarna l’amore.

Il paragone

Nazismo e comunismo,differenze, giudizi

Nel capitolo “Il paragone”, Todorov pone a confronto, analizzando e giudicando nelle loro parti simili come nelle differenzazioni, i due regimi totalitari del nazismo e del comunismo. In primo luogo ci dice che è difficile parlare di questo confronto se si rimane sul piano individuale e che in particolare per chi si è ritenuto comunista resta molto difficile capire che è posto sullo stesso piano del nazista di Hitler. L’accostamento si giustifica nella prospettiva di una tipologia globale dei regimi politici e in particolare sul piano strettamente storico. In questo contesto si può constatare fra i due regimi, nazista e sovietico, il legame della loro interazione, sia per combattersi che per imitarsi. I due movimenti si radicano in una critica comune della democrazia liberale e dell’autonomia individuale; entrambi i movimenti si basano su una trasformazione brutale della società.
Quando definiamo folli, paranoiche o irrazionali le azioni orribili perpetuate da Stalin e Hitler è come se volessimo porre un muro tra noi e loro per difenderci, per non essere coinvolti e non sentirci minacciati dai loro atti. Ma queste azioni non sono irrazionali, ma motivate dal progetto politico dei due sistemi. Montesquieu afferma: <<nessuno è cattivo gratuitamente. Bisogna che ci sia una ragione determinante, e questa ragione è sempre una ragione d’interesse>>.
Dall’esperienza storica si può osservare che le ragioni di questi atti sono stati compiuti dalla volontà individuale di Stalin e Hitler che seguono lucidamente l’obiettivo prioritario previsto e inscritto nel loro stesso programma politico. <<Il čekista o lo SS che uccide i “nemici” crede di contribuire al bene e di agire razionalmente. […] Egli agisce non attanagliato da un’oscura sete del male, ma spinto da un senso del dovere, un rispetto senza incrinature della legge e della gerarchia. L’autore del male si presenta sempre, ai propri occhi come rispetto ai suoi prossimi, come un combattente del bene>>. Infine il paragone fra i due totalitarismi si conclude con i giudizi e per questo primo luogo vuole distinguere il giudizio fra i regimi e i loro protagonisti. I regimi, dice Todorov, sono ugualmente detestabili, le loro vittime dirette si contano a milioni e poco importa se il campo sia tedesco o sovietico. Da un punto di vista storico, il comunismo occupa un posto centrale: inizia prima, dura molto più a lungo del nazismo e si estende su tutti i continenti della terra e non solo nell’Europa. Ancora oggi, la negazione dei crimini comunisti o l’elogio dell’ideologia è lecita. Per quanto riguarda i protagonisti nazisti o comunisti, si impongono delle distinzioni cioè bisogna considerare se sono stati al potere o all’opposizione, se sono stati dei quadri politici o semplici militanti di base.
Il secolo di Margarete Buber-Neumann
Nel capitolo “Il secolo di Margarete Buber-Neumann”, Todorov ci racconta la vita di Grete Buber-Neumann, una donna il cui destino si è confuso con quello del secolo e che rappresenta una testimonianza fondamentale, anche questa vissuta sulla propria pelle, del secolo che ha visto la nascita e lo sviluppo del comunismo, un regime politico totalitario in parte coincidente con il nazismo di Hitler.
Margarete Buber-Neumann ci descrive il ricordo di una scena, avvenuta l’8 febbraio del 1940, dove una trentina di vecchi comunisti o socialisti di sinistra, tedeschi o austriaci emigrati in Unione Sovietica, vengono consegnati dalle guardie comuniste alle SS tedesche. Uno di questi prigionieri è lei stessa e nel preciso momento dello scambio è difficile non credere che il patto germano sovietico del 1939-41 avesse sancito l’amicizia tra i due dittatori e l’accostamento tra i due regimi politici.
Poi l’autore segue nei dettagli il destino di Grete e ci descrive come una giovane di estrazione borghese si ritrova a esser inscritta al partito comunista. <<In partenza ci sono i buoni sentimenti: un bisogno di libertà, cioè di abbandono dei pregiudizi sociali puramente tradizionali […]; una convinzione dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, qualunque ne sia l’origine, la condizione o il sesso; un amore per gli uomini e la giustizia; una sensibilità alla sofferenza altrui>>. La giovane donna ritrova nel programma del partito gli ideali in cui crede e vi aderisce per migliorare il mondo. Adesso non è più sola, appartiene ad una comunità che condivide gli stessi suoi valori, spariscono i dubbi del singolo e subentrano le certezze del movimento collettivo: <<All’improvviso tutto mi sembra meravigliosamente facile da capire>>.
Il passo successivo è la rinuncia al proprio giudizio personale e la sottomissione alla disciplina del partito. L’autonomia individuale è sacrificata sull’altare della futura autonomia collettiva. È in questo momento, dice Todorov, che comunisti e nazisti tedeschi iniziano senza saperlo a somigliarsi. I comunisti mossi dalla generosità universale; i nazisti mossi dalla difesa dell’interesse del proprio gruppo. Dall’impegno comunista si può arrivare a vedere una similitudine con l’esperienza religiosa: adesione a ideali elevati, senso di appartenenza a una comunità, fedeltà al partito, certezze dogmatiche e anche la scienza diventa una fede e non più libera ricerca.
Prosegue la ricostruzione della vita di Grete e come questa sia stata assoggettata alle fasi storiche che hanno caratterizzato i due regimi politici nel corso del secolo. Subisce per sette anni i campi di isolamento sovietico e i campi di concentramento nazisti, dove viene perseguitata non solo dalle SS, ma ad esse si aggiungono i maltrattamenti da parte delle detenute comuniste, tedesche o ceche, che non accettano i suoi racconti sui campi sovietici. Nel 1945 la Buber-Neumann è di nuovo libera. Una nuova vita sta per cominciare. Grete soffre della vergogna dei sopravvissuti, così, per cancellare i fantasmi della mente che ogni notte la riconducono al campo, inizia a scrivere. <<La sua nuova vocazione è quella del testimone esemplare, per non dire unico, della disumanità dei due totalitarismi>>. Nello specifico, nei suoi scritti parla della sua esperienza concentrazionaria: <<i due sistemi concentrazionari sono partiti da premesse politiche e metapolitiche differenti, ma non dobbiamo dimenticare che hanno raggiunto nel principio l’identico scopo>>. Per questo i due meritano la stessa condanna. Queste sue affermazioni di condanna del regime comunista non sono ben accette e dopo il 1968 deve subire gli attacchi della “nuova sinistra” tedesca che non ama che si ricordi la vicinanza politica di Stalin e di Hitler.
Buber-Neumann morirà nel novembre del 1989 all’indomani della caduta del muro di Berlino. In considerazione di questo, la Buber-Neumann non ha scritto Prigioniera di Stalin e di Hitler solo per liberarsi dai propri fantasmi, ma anche come un’arma da rivolgere contro il regime comunista sovietico ancora trionfante nel mondo. <<Piuttosto che compiacersi nella rievocazione delle sue sofferenze passate, Buber-Neumann impiegherà le sue forze per combattere il male presente, il regime totalitario comunista>>.
LA CONSERVAZIONE DEL PASSATO
Controllare la memoria
Avendo capito che la conquista delle terre e degli uomini passa attraverso quella dell’informazione e della comunicazione, le tirannie del XX secolo hanno sistematizzato la manomissione della memoria e tentato di controllarla fin nei suoi angoli più riposti. Questo capitolo ci mette in guardia dal pericolo della completa manomissione della memoria. Fra i procedimenti più comuni utilizzati per controllare la memoria si può menzionare la cancellazione delle tracce: nei campi di concentramento tedeschi dopo Stalingrado, i nazisti iniziarono una sistematica distruzione delle tracce eliminando testimoni pericolosi come lo stesso personale del campo che dimostrava incertezze; il secondo procedimento di controllo consiste nell’intimidazione della popolazione e nel divieto a provare di informarsi o diffondere informazioni, a tale fine si vieta di ascoltare stazioni straniere, leggere pubblicazioni che non sono in linea con il regime ed altro. <<Nei paesi comunisti, il divieto di sapere colpisce vasti settori della vita, ma è particolarmente rigoroso per quanto concerne i campi>>; un altro mezzo per dissimulare la realtà ed eliminare ogni traccia della memoria consiste nell’uso degli eufemismi: nei resoconti e nelle dichiarazioni durante gli interrogatori non si usano mai i termini reali: massacro, eliminazione, torture, ma si parla di soluzione finale, trattamento speciale,evacuazione degli ebrei ecc. Questo uso di eufemismi rende i massacri più accettabili; un ultimo grande procedimento utilizzato in vista del controllo dell’informazione e della manipolazione della memoria è la menzogna o come viene detto in questi casi la propaganda. In questo procedimento il regime di Stalin è molto più attivo e “professionale” di quello nazista, ogni cellulare del partito ha il proprio responsabile di <<agitazione e propaganda>> per indottrinare le masse a quelle che sono le linee guida del programma politico del partito. I sovietici hanno prodotto un’immensa quantità di libri e film di propaganda, che hanno inondato il mondo intero dando del socialismo un’immagine di felicità e di giustizia da raggiungere, dando speranza e una ragione di vita per milioni di persone e questa immagine ancora persiste in qualche parte del mondo. <<Questi mezzi, e alcuni altri, sono sistematicamente impiegati dal potere totalitario per assicurare la propria superiorità nella guerra che si svolge parallelamente a quella degli eserciti, la guerra dell’informazione>>.
Si capisce perciò facilmente perché la memoria si è trovata aureolata da un tale prestigio agli occhi di tutti i nemici del totalitarismo. Nei paesi democratici, la possibilità di accedere al passato senza sottoporsi a un controllo centralizzato è una delle libertà più inalienabili, accanto alla libertà di pensare e di esprimersi. Lo statuto della memoria però non sembra ancora definitivamente assicurato neppure nelle società democratiche. Ai giorni nostri è frequente sentire formulare critiche alle democrazie liberali dell’Europa occidentale o dell’America del nord, che rimprovera loro di “affogare” la memoria nell’oblio. Il metodo è meno brutale ma sostanzialmente è più efficace perché non suscitando la nostra resistenza, ci trasformano in agenti consenzienti di questo percorso verso l’oblio. Secondo Todorov questa generalizzazione non fa bene alla memoria per capire il passato totalitario dei regimi sovietico e nazista; per fare chiarezza approfondisce la ricerca in modo da riconoscere le caratteristiche di questo complesso fenomeno: la vita del passato nel presente.
I tre stadi
Gli avvenimenti passati lasciano due specie di tracce: le prime chiamate “nestiche”, lasciano traccia nello spirito degli esseri umani; le seconde, sottoforma di fatti materiali, lasciano traccia nel mondo. Queste diverse tracce hanno molti tratti in comune: entrambe sono solo una piccola parte degli avvenimenti passati, il resto viene perduto. La scelta di queste tracce restanti non è di regola una decisione volontaria, ma casuale o a seguito di “spinte” inconsce nello spirito dell’individuo. Non si può scegliere di ricordarsi o di dimenticare. Temistocle si lamentava: <<trattengo anche ciò che non voglio trattenere, e non posso dimenticare ciò che voglio dimenticare>>. Se invece vogliamo far rivivere il passato nel presente, dobbiamo necessariamente seguire un percorso che è fatto da diverse tappe.
Sistemazione dei fatti
Prima di tutto è indispensabile stabilire la base su cui devono poggiare tutte le costruzioni ulteriori; è importante la sistemazione dei fatti perché questo ci permette di distinguere fra testimoni affidabili e mitomani, saper distinguere le menzogne, le falsificazioni, per far rivivere il passato e non cercare conforto per le proprie convinzioni. Non basta cercare le tracce del passato perché esso si inscrive meccanicamente nel presente. La seconda tappa di selezione, questa volta cosciente e volontaria, consiste nello scegliere, fra tutte le tracce lasciate dal passato, quelle che, a nostro giudizio, sono degne di essere perpetuate nel presente. Questo lavoro di selezione è seguito da un altro di gerarchizzazione dei fatti così stabiliti: alcuni saranno messi in evidenza, altri saranno messi in disparte o considerati di secondaria importanza.
In un paese democratico, lo stato non deve né vietare né autorizzare questa prima fase di lavoro sul passato, e quando gli avvenimenti vissuti dall’individuo o dal gruppo sono di natura eccezionale o tragica, allora il potere centrale ha il dovere di ricordare o di testimoniare.
Costruzione del senso
La differenza fra la prima e la seconda fase del lavoro di appropriazione del passato è quella fra la costituzione degli archivi e la scrittura stessa della storia. Una volta stabiliti i fatti, bisogna in effetti interpretarli cioè essenzialmente metterli in relazione gli uni con gli altri, riconoscere le cause e gli effetti, stabilire somiglianze, gradazioni, opposizioni. Mentre la prova di verità dei fatti, verità di adeguamento, ci permetteva di separare i testimoni dai mitomani, una nuova prova permette ora di distinguere i buoni storici dai cattivi, i testimoni notevoli, dai mediocri; si tratta della verità di svelamento che ci permette di cogliere il senso di un avvenimento. La costruzione del senso ha per obiettivo di capire il passato e voler capire è tipico dell’uomo, che a differenza degli animali dispone di una coscienza di sé.
A questo punto l’autore pone una domanda a cui poi risponderà in modo esauriente: <<Non si rischia di banalizzare il male cercando di capirlo?>>, un’altra domanda da porsi è: <<Chi è il destinatario della comprensione dei fatti?>>. Certamente non spetta alle ex vittime di fatti atroci capire i propri assassini, la comprensione caso mai spetta alla società, non solo per punirlo, ma per scoprire perché il crimine è stato commesso e agire sulle cause per prevenire altri crimini simili. <<Capire il male non significa giustificarlo, ma piuttosto darsi i mezzi per impedire il ritorno>>. Non è facile per coloro che devono al tempo stesso capire e giudicare, perché per giudicare si traccia una separazione fra il soggetto giudicante e l’oggetto giudicato, mentre capire significa riconoscere la nostra comune appartenenza alla stessa umanità.
Di fronte al sorgere del male estremo che si è verificato nel XX secolo, che cosa si deve cercare di capire? La storia è fatta di avvenimenti e sono questi che dobbiamo meditare e giudicare, sono i processi, politici, sociali e psichici che hanno condotto a quei fatti. <<Osservando così le due prime fasi del ricordare, s’impone un’altra conclusione: la memoria non si oppone affatto all’oblio. I due termini che formano contrasto sono la cancellazione (l’oblio) e la conservazione; la memoria è, sempre e necessariamente, una interazione dei due>>. La memoria è necessariamente una selezione, è un oblio parziale e orientato, ma un oblio indispensabile, perché la conservazione delle tracce senza scegliere non è ancora un lavoro di memoria.
Messa a servizio
<<Dopo esser stato riconosciuto e interpretato, il passato sarà ora utilizzato>>. Per i privati e i politici il termine utilizzato vuole significare mettere le conoscenze del passato a servizio dei propri bisogni per raggiungere nuovi obiettivi; mentre per gli storici di professione non piace partecipare a questa terza fase, preferiscono considerare finito il loro ruolo. Non vogliono cioè che il loro lavoro sia utilizzato. Questo è quasi impossibile perché il loro lavoro non può prescindere dal fare riferimento a dei valori e sono questi che determinano nello storico l’individuazione dei temi da trattare, le domande da porsi, e il giudizio sul ritenere dei fatti o delle tracce utili o insignificanti per il lavoro da svolgere. <<I valori sono ovunque; e ciò non colpisce nessuno. Ora, chi dice valori dice anche desiderio di agire nel presente, di cambiare il mondo, e non solo di conoscerlo>>.
Ciò che distingue gli storici da tanti altri produttori di discorsi è l’esigenza primaria di verità, la raccolta scrupolosa di informazioni, ma questo impegno è orientato e non esclude la messa a servizio del loro sapere. Il lavoro dello storico non consiste mai esclusivamente nello stabilire dei fatti, ma anche nello sceglierne alcuni come più salienti e significativi di altri e nel metterli in relazione tra loro. Questo lavoro è necessariamente orientato dalla ricerca non solo della verità, ma del bene. <<Poiché la memoria è selezione, è stato necessario trovare criteri per scegliere fra tutte le informazioni ricevute; e questi criteri, siano stati coscienti o meno, serviranno anche, secondo ogni verosimiglianza, a orientare l’utilizzazione che faremo del passato>>.
Testimoni, storici, commemoratori
Mantenute nel presente le tracce del passato, queste si organizzano in alcune categorie di discorso e l’autore si soffermerà principalmente su tre: quella del testimone, quella dello storico e quella del commentatore.
Il testimone è colui che raccoglie i propri ricordi per dare un senso alla propria vita e costruirsi un’identità. Questo lavoro può nutrirsi di documenti, tracce materiali, ma è un lavoro solitario che non deve rendere conto a nessuno delle proprie scelte. Nessuno ha il diritto di imporci l’immagine che abbiamo del nostro passato.
Lo storico è il rappresentante designato per restituire il passato attraverso un’analisi che non tiene conto dei propri interessi, ma ricerca la verità impersonale. Nella misura dei propri mezzi, egli cerca di stabilire ciò che reputa essere la verità nel suo animo e nella sua coscienza. <<Il contrasto fra il testimone (della propria vita) e lo storico (del mondo), l’uno animato dal proprio interesse, l’altro dallo scrupolo di verità, sembra completo>>. Vi può essere anche il testimone che può ritenere che i propri ricordi meritino di entrare nella sfera pubblica, che possano essere utili per l’educazione degli altri. A questo punto egli produce una “testimonianza” che si pone in contrasto con il discorso storico. Però più che in opposizione i due momenti di procedere sono complementari. <<La vita del passato nel presente conosce altre modalità del testimone e dello storico, quella del commemoratore>>.
Il commemoratore come il testimone è guidato dall’interesse proprio, ma produce il proprio discorso nello spazio pubblico e lo presenta come se fosse dotato di una verità irrefutabile. La commemorazione ha i suoi luoghi privilegiati: la scuola, i media, le riunioni che riguardano la vita politica, i dibattiti parlamentari, gli articoli di giornale. <<La commemorazione si nutre, beninteso, di elementi apportati dai testimoni e dagli storici; ma non si sottomette alle prove di verità che sono imposte agli uni e agli altri>>. La storia complica la nostra conoscenza del passato; la commemorazione la semplifica poiché il suo obiettivo è di procurarci degli ideali da venerare o dei nemici da aborrire. La commemorazione non è il miglior modo possibile di far vivere il passato nel presente: l’uomo democratico ha bisogno d’altro che di immagini in cui credere o da odiare, e la commemorazione serve più agli interessi particolari dei protagonisti che alla loro elevazione morale.
Il giudizio morale
Mettere il passato al servizio del presente è un’azione che bisogna valutare in termini di bene e di male, ossia con criteri politici e morali, perché non tutti gli usi del passato non sono buoni e il medesimo fatto può dare luogo a lezioni molto diverse. Prima di giudicare il passato, dobbiamo porci la domanda: questo giudizio è lecito oppure no? Gli storici raramente si astengono dal farlo, ma è giusto?
Todorov affronta la tematica del giudizio morale sui fatti del passato e noi lettori capiamo che questo è cambiato nel tempo perché nel tempo è cambiato anche il concetto di bene e di male. Con la religione giudeo-cristiana abbiamo il cambiamento più profondo. L’ideale non è più quello dell’eccellenza o della perfezione, ma della beneficenza, un rapporto necessariamente intersoggettivo. Per gli umanisti il bene può esistere solo in seno alla comunità umana, non nell’individuo preso isolatamente. Osserva Rousseau: <<Solo diventando socievole [l’uomo] diventa un essere morale […] più le sue cure saranno dedicate alla felicità altrui […] e meno [l’uomo] si ingannerà su ciò che è bene o male>>.
Trattare il prossimo come noi stessi deriva dalla giustizia perché tutti dobbiamo obbedire alle solite leggi; trattarlo meglio di noi stessi, sia per amore che per senso del dovere, ci fa entrare nel regno della morale. Questo atto morale che deve essere necessariamente disinteressato è un valore assoluto. Ma per definire l’etica moderna non è sufficiente dire che bisogna preferire gli altri a se stessi e ancora meno arrogarsi il ruolo di chi dà lezioni morali. Bisogna superare la fase dell’egoismo e riconoscersi in un’identità collettiva di noi e gli altri, ma noi non siamo necessariamente il bene e gli altri non sono necessariamente peggiori di noi, quindi dobbiamo superare ogni ripartizione esclusiva e definitiva del bene e del male senza cadere nel manicheismo che vede sempre il male in se stessi o nel proprio gruppo e il bene negli altri.
Le grandi narrazioni
Nelle grandi narrazioni storiche riconosciamo due tipi di costruzione storica: la narrazione eroica che esalta le gesta trionfali dei nostri, e la narrazione <<vittimaria>> che dei nostri racconta la sofferenza. La sola opportunità che abbiamo di progredire sulla scala della morale consisterebbe nel riconoscere e nel combattere il male in noi stessi, ricordarsi delle pagine del passato in cui il nostro gruppo non è né puro eroe né pura vittima.
Il secolo di David Rousset
David Rousset è un altro esempio determinante di deportato politico che ha lottato per far conoscere al mondo l’esistenza dei campi di concentramento nel sistema repressivo nazista e comunista. La denuncia contro i campi sovietici ancora esistenti nel 1949, gli procurerà una vita ancora più dura. Abbandonato dagli amici, criticato dagli intellettuali comunisti francesi, egli continuerà la sua lotta privilegiando gli interessi collettivi, trasformando la propria esperienza passata in un movente d’azione nel presente. Questo era il suo dovere come ex deportato, e non passare il resto della sua vita a ricordare il passato leccandosi le ferite e nutrendo un sentimento negativo nei confronti di chi gli aveva inflitto quelle offese. <<Fin dall’epoca della sua deportazione, dunque, Rousset si dice che la propria esperienza, per quanto dolorosa, non deve restare isolata né venire sacralizzata; bisogna sfruttarla in vista di un progetto politico>>. Un progetto politico che per Rousset mira alla dissoluzione delle categorie utilizzate a designare i corpi collettivi.
Per Rousset non esiste un mondo diviso in due: guardiani e detenuti, carnefici e vittime. Nei diversi gruppi esistono stratificazioni e suddivisioni molteplici per cui: <<il bianco non sempre era bianco né il nero, nero>>; inoltre un altro insegnamento che ci ha lasciato è quello di rompere lo stereotipo delle nazionalità rifiutando il determinismo nazionale. Egli si rende conto che gli esseri umani non si possono capire e spiegare interamente con categorie a cui appartengono, poiché gli individui possono anche volere, scegliere e agire a fianco o contro le forze che regolano quel gruppo, cioè esercitare la loro libertà, ed è questo che li rende diversi l’uno dall’altro: <<se obbedissero interamente alle leggi, sarebbero simili gli uni agli altri come dei prodotti industriali>>. La convinzione finale, che ha permesso a Rousset di attraversare l’esperienza dei campi senza danni eccessivi è nelle parole che egli stesso enuncerà: <<nella scelta fra la verità e la menzogna non ci si può affidare né alla propria classe, né al proprio partito, né al proprio stato. Il tribunale di ultima istanza è sempre dentro se stessi>>.

Gli usi della memoria

Né sacralizzare né banalizzare

In questo momento, che segna il passaggio fra un secolo e l’altro (XX-XI), le democrazie occidentali sembrano essere molto prese dalla commemorazione del passato. Il culto della memoria tuttavia non sempre serve le buone cause, per questo l’autore si domanda se questa ossessiva preoccupazione per il passato serve per lusingare l’orgoglio nazionale e nostalgicamente ripensare al tempo in cui la nazione era potente, oppure vuole educare le nuove generazioni facendo loro conoscere l’esperienza dei più vecchi? <<Nel mondo intero, mentre l’informazione non ha mai circolato così bene e non si cessa di denunciare il male, questo continua a fare danni>>. La tesi che Todorov vuole sviluppare in merito a questo argomento è la seguente: << in se stessa, e senza alcuna altra restrizione, la <<memoria>> non è né buona né cattiva>>.
I nostri ricordi assumono due forme principali: la sacralizzazione o isolamento radicale del discorso, e la banalizzazione o assimilazione abusiva del presente nel passato. Nella sacralizzazione si rischia di attribuire il grado superlativo alle azioni che ci riguardano più direttamente; ciascuno di noi giudica ciò che lo tocca più importante del resto. La sacralizzazione è per principio una trincea e ci si vieta ogni lezione per il resto dell’umanità, è un passato che non ha nessun rapporto con il presente, quindi non può aiutarci nella nostra esistenza attuale. Il passato fa così da schermo al presente anziché condurvi e diventa una scusa per l’inazione. Altrettanto pericoloso è il processo di banalizzazione in cui gli avvenimenti presenti perdono ogni loro specificità essendo assimilati a quelli del passato. <<Quando si utilizza il termine “nazista” come semplice sinonimo di <<mascalzone>>, ogni lezione di Auschwitz va persa>>. Dire che Putin cammina sulle orme di Stalin impedisce di sapere chi era Stalin e chi sarà Putin.

Al servizio dell’interesse

Il richiamo al passato è necessario per affermare la propria identità, sia quella dell’individuo che quella del gruppo. Questa esigenza è legittima perché l’individuo ha bisogno di sapere chi è e a quale gruppo appartiene e se riceviamo una rivelazione brutale sul passato, che ci obbliga a rivedere l’immagine che ci facevamo di noi stessi e dei nostri parenti, mette in discussione la nostra stessa identità. Ma gli uomini, così come i gruppi, vivono in mezzo ad altri uomini e ad altri gruppi, è per questo che, oltre ad affermare che ciascuno ha diritto di esistere, bisogna anche capire come la difesa di sé influisca sull’esistenza degli altri.
Gli atti che rafforzano l’identità dell’individuo come quella del gruppo possono essere utili, ma in se stessi non possiedono valore orale. Per giudicare la morale di colui che fa rivivere il passato nel presente ci si deve domandare con chi si identifica. In ogni delitto ci sono malfattori e vittime; nulla ci dà la garanzia che coloro che prendono coscienza del passato abbraccino tutti la causa delle vittime anziché quella dei criminali. Ognuno liberamente può scegliere di stare con i “buoni” o con i “cattivi” e la scelta è condizionata dal proprio tornaconto. Ci si può riconoscere nella vittima dei misfatti passati e trarne la conclusione che questo passato autorizza o addirittura impone un atteggiamento aggressivo nel presente. È il caso di ogni vendetta. Il male subito legittima il male infinito. <<Una volta introdotto nella storia il male non scompare con l’eliminazione del suo protagonista originario>>.

Vocazione della memoria

Dopo averci fatto capire che mantenere la memoria del passato può essere un fatto negativo in quanto non permette di eliminare il male, adesso Todorov ci introduce un altro punto di riflessione: nelle democrazie esiste anche il diritto all’oblio; sarebbe una crudeltà infinita ricordare incessantemente a qualcuno gli avvenimenti più dolorosi del suo passato, anche nella vita pubblica si può preferire l’oblio alla memoria del male. <<Se il richiamo al passato conduce alla morte, come non preferirgli l’oblio?>>.
La memoria della violenza passata nutre la violenza presente e questo è il meccanismo della vendetta, dove la vecchia vittima diventa aggressore e dove la nuova vittima non ha niente a che vedere con l’antico aggressore.
Alla fine della seconda guerra mondiale, Winston Chirchill dichiarava: <<bisogna che ci sia un atto di oblio di tutti gli orrori del passato>> “dimenticando” che l’oblio non può essere stabilito a comando. Ai nostri giorni, alla vendetta si preferisce darle le apparenze della giustizia. La differenza fra giustizia e vendetta è duplice: la vendetta è la risposta individuale ad un atto individuale; la giustizia confronta l’atto individuale alla generalità della legge e l’atto di giustizia, riparando la rottura dell’ordine sociale, conferma la validità della legge. In secondo luogo la vendetta come il perdono è personale; la giustizia non lo è, la legge non conosce individui. La giustizia è la sola opportunità che abbiamo per far diminuire la violenza. Solo la pena di morte, ancora in vigore in gran parte degli Stati Uniti d’America, si avvicina alla vendetta personale; essa è inefficace come mezzo per combattere la criminalità e nega al criminale la capacità di cambiare, contraddicendo la concezione dell’uomo che è alla base di ogni regime democratico il quale garantisce l’autonomia dell’individuo di trasformarsi con la propria volontà.
Come abbiamo visto, mantenere la memoria del male può subito condurre a reazioni di vendetta, ma anche l’oblio può produrre effetti negativi. Per esempio la rimozione dalla memoria viva di avvenimenti accaduti nella prima infanzia, rimozione che porta alla nevrosi curata dalla psicoanalisi riportando in “superficie” i ricordi rimossi. Un’altra forma di marginalizzazione dei ricordi si opera nel lutto: in un primo tempo non si vuole ammettere la realtà della perdita che abbiamo subito. In modo generale, riteniamo che il passato non deve regolare il presente. Nella vita pubblica, il ricordo del passato per essere veramente utile, deve essere in grado di trasformare la propria giustificazione. Il principio di giustizia, ideale politico, regola morale, devono essere legittimi in se stessi e non perché provengono da un ricordo che ci è caro. <<Il buon uso della memoria è quello che serve una giusta causa, non quello che si limita a riprodurre il passato>>. Se si vuole che il passato non ritorni, non basta recitarlo, senso e valore del passato storico vengono dai soggetti umani che li interrogano e li giudicano.<<Il passato può nutrire i nostri principi di azione nel presente: non per questo ci rivela il senso del presente>>.

Il secolo di Primo Levi

Primo Levi è un altro dei testimoni sopravvissuti ai campi di concentramento e di sterminio che si sono sentiti come investiti dalla missione di denunciare e far conoscere al mondo i misfatti di tali campi. La storia di Primo Levi, la sua opera e il suo destino hanno suscitato numerose interpretazioni. <<L’atteggiamento adottato da Levi riguardo agli agenti del male si può descrivere così: né perdono né vendetta, ma giustizia>>. Nel contesto di tale frase si può capire perché Levi ci sembri così differente da tanti altri autori e uomini pubblici che rievocano nei loro discorsi catastrofi, più o meno recenti, con voce tonante, e che attingono nelle gesta del loro popolo la certezza di avere ragione. Levi non urla, parla con umiltà a mezza voce, pesa il pro e il contro, ricorda le eccezioni, cerca le ragioni delle proprie reazioni. Quando parla del male, fonte dell’offesa, non è per denigrarlo ma per scrutare più attentamente se stesso.
Non vi è veramente nessuna barriera fra il male e se stessi, ognuno è il Caino di suo fratello e questa conclusione spaventa l’uomo provvisto di coscienza morale. Levi però arriva ad individuare due tipi di violenza: la violenza utile, che è un mezzo brutale per raggiungere un bene, quello dell’individuo o quello della sua comunità; e la violenza inutile cioè quella che non ha scopo apparente che può sembrare anche controproducente. Tuttavia ogni volta, a forza di esaminare ciò che descrive, Levi è obbligato ad ammettere che ogni azione, a prima vista considerata inutile, su un altro piano trova la propria razionalità. Pertanto la violenza non è mai inutile e quindi si ritrova all’interno di ognuno di noi. <<[…] se si ammette che preoccuparsi del proprio bene è logico e utile, non bisogna più stupirsi della gioia che procura il danno fatto al prossimo>>. Come già abbiamo visto, bene e male provengono dalla stessa fonte. <<Il mondo non rinuncerà a essere violento se non quando accetterà di studiare il suo bisogno di violenza>>. Non è un grande impegno, basta solo leggere o riflettere su quanto ci capita attorno perché i testimoni come Levi, ci hanno insegnato che il grande responsabile delle catastrofi umane, oltre la responsabilità diretta di qualche individuo, è l’ignoranza, l’indifferenza e la passività dei popoli, che così facendo si sono resi complici dei criminali.


Passato presente

Il <<moralmente corretto>>

Come si utilizza il passato nel mondo in cui viviamo? Con questa domanda Todorov inizia questo nuovo capitolo per spiegarci quali possono essere le forme e le funzioni delle rievocazioni del passato. Per iniziare ci introduce il concetto di <<politicamente corretto>> un atteggiamento conformista che fiorisce nei campus americani e che si diffonde in tutto il mondo. In Europa alla fine della seconda guerra mondiale, il politicamente corretto consiste nell’occuparsi di posizioni risolutamente <<antifasciste>>. Il progressista medio è <<predisposto a ingoiare tutti i luoghi comuni, purché l’etichetta “di sinistra” gli venga affibbiata>>. Questo atteggiamento è determinato dal fatto che spesso la verità è sconfortante e quando l’individuo può scegliere, preferisce accettare una verità “confortevole” piuttosto che una verità “sgradevole”; e in Occidente è confortevole denunciare la borghesia e i suoi misfatti e scusare gli errori di Stalin e dei suoi epigoni.
Dal politicamente corretto siamo passati ad un discorso dalle connotazioni morali, anche se la “morale” non è sempre gradita e spesso voci indignate si fanno sentire ogni volta che affiora il sospetto di censura. Per lunghi secoli, in Europa, lo stato ha fatto propri i valori definiti dalla morale che proviene dalla dottrina cristiana. Alla fine del XIX secolo, lo stato si dichiara per principio laico, cioè neutrale nei confronti delle ideologie correnti. Questa rinuncia crea un vuoto che verrà colmato non più dai rappresentanti dello stato, ma dai rappresentanti delle diverse forze che agiscono all’interno della società civile. <<Queste ci impongono dunque delle icone da rispettare o da ammirare, dei nemici da odiare o da disprezzare>>. La società quindi mantiene un riferimento morale che non è assoluto, ma deve essere conquistato giorno dopo giorno dai vari gruppi a detrimento degli altri candidati.
Appare un nuovo ruolo, quello del moralizzatore, cioè colui che vuole sottomettere la vita di chi lo circonda di propri criteri morali traendone beneficio. Per fare questo ha bisogno di convincere quotidianamente il pubblico ad accettare non tanto il proprio giudizio morale quanto la strategia della sua azione. <<Il moralizzatore contemporaneo chiama in casa la memoria in due casi emblematici, per lodare i buoni o per stigmatizzare i cattivi>>. Il peggior sospetto che oggi si può gettare su qualcuno, è che costui <<fa il gioco dell’estrema destra>>. Così l’identificazione del nemico nel passato permette di condurre il combattimento nel presente, con la diabolizzazione sistematica dell’avversario. In questa opera portata avanti dal moralizzatore ha molto peso il potere dei media e per agire efficacemente, egli deve farsi “intellettuale”, giornalista, disporre di una tribuna che gli permetta di influenzare i lettori o gli ascoltatori. Quando il mondo è diviso in due blocchi esclusivi e falsamente simmetrici il rimedio incomincia ad assomigliare al male stesso. <<L’estremismo antiestremista è malgrado tutto un estremismo>>.
Naturalmente l’antirazzismo non è nefasto come il razzismo. Il contrario di un male non è necessariamente un bene ma può risultare un altro male, noi non siamo obbligati a scegliere in materia di scelte esistenziali o politiche fra simpatizzare con gli assassini o gioire quando ricevono l’iniezione mortale. Il problema morale si trova già enunciato in Platone o nei Vangeli: Gesù non si limita a raccomandare il compimento di un certo numero di atti lodevoli, egli aggiunge: <<Attenti a non fare i giusti davanti agli uomini per essere notati; altrimenti non avrete salario da vostro padre che è nei cieli>>. Gesù non dice di smettere di fare i giusti, domanda solo che questi atti siano compiuti <<nel segreto>>. Oggi che si è smesso di credere che un Padre veda nel segreto e che alla fine ristabilirà la giustizia finale, si è tentati di cercare l’approvazione esterna, ma la ricompensa venuta dagli altri rende l’atto interessato. <<La via dell’azione morale è solitaria, e la si prende perché la felicità degli altri fa la nostra, non perché aumenta la nostra celebrità>>.
Fare la morale agli altri non è mai stato un atto morale. Se ci si ostina a invocare ritualmente i buoni, i cattivi e le vittime del passato per servire gli interessi del proprio gruppo, si può reclamare l’ammirazione dei suoi membri, non quella della propria coscienza. Il richiamo pubblico del passato ci educa solo se ci pone personalmente in causa e ci mostra che noi stessi non siamo sempre stati l’incarnazione del bene o della forza. Un precetto per il prossimo secolo potrebbe essere quello di combattere il male non in nome del bene, ma per garantire la libertà di quelli che pretendono di sapere sempre dove si trovano bene e male. Dobbiamo lottare per disfarsi di un’ideologia manichea che divide il mondo in due metà ermetiche che non comunicano fra loro se non in termini di male.
Mito e storia
Il lavoro di memoria si sottopone a due serie di esigenze: fedeltà verso il passato, utilità per il presente e quando queste due esigenze entrano in conflitto dobbiamo chiarirci quale debba essere il ruolo della storia nella società contemporanea. A tale fine Todorov dedica tutto un capitolo al caso di Artur e Lise London, simboli indistruttibili dell’autentica passione comunista. Dal dibattito che ne scaturisce, viene fuori la posizione che lo storico deve dare forma alla propria ricerca tenendo conto del periodo storico e che quindi lo storico in alcuni periodi non può, per compiere il proprio dovere, gettare sospetti su eroi o individui d’eccezione altrimenti potrebbe avvantaggiare e aiutare i “nemici sociali”. Questo concetto in pratica afferma che certe verità è meglio che non si dicano. La stragrande maggioranza degli storici si è opposta a questo modo di concepire il ruolo della storia perché in quest’ottica lo storico non ha più doveri verso la verità ma solo verso il bene. Lo storico diventa un propagandista in niente diverso dal commentatore. Ma lo scopo dello storico è quello di avvicinarsi, nella misura dei propri mezzi, alla verità. Ancora una volta dobbiamo ritornare sulla differenza di ruolo del testimone, del commentatore e dello storico. <<Lo storico non è un uomo estraneo al mondo dei calori, e l’immensa maggioranza degli storici attuali preferisce i valori della resistenza a quella del nazismo; ma l’attaccamento senza interruzione alla ricerca di verità resta il loro valore supremo.
Giustizia e storia
Quando la giustizia smette di essere una fonte di documenti da analizzare attraverso la storia e diventa una messa in scena del sapere storico, non sempre il culto della memoria serve il bene. Non è necessario passare dai processi per mantenere viva la memoria, perché c’è il pericolo di praticare una giustizia per l’esempio e l’insegnamento, ma la memoria si custodisce attraverso gli atti politici, nelle scuole con l’insegnamento, nei media, nelle opere storiche. Inoltre la verità giuridica, che conosce solo due valori: colpevole/innocente, nero/bianco,si/no, non può essere messa sullo stesso piano della verità storica che è di altra natura e si pone obiettivi diversi. Per trarre una buona lezione del passato è preferibile lasciare che ciascuno si occupi della propria specialità. <<Che accertare i fatti e darne l’interpretazione iniziale sia affidata agli storici. Che l’educazione sia praticata dalle istituzioni dove essa è uno degli scopi dichiarati: la scuola, i media pubblici, il parlamento. La giustizia dovrebbe limitarsi a dire il diritto e ad applicarlo alle persone>>.
Il secolo di Romain Gary
Il percorso biografico di Romain Gary ha affascinato un gran numero di lettori. Nato in Russia nel 1914, ha vissuto per lungo tempo in cinque paesi scrivendo i suoi libri in francese, inglese, russo e polacco. Combatté con la Francia e ne uscì “Compagnon de la Libération”. Come scrittore firma le sue opere con almeno quattro pseudonimi di cui Romain Gary ne è uno. <<Il pensiero di Gary non ha subito una grande trasformazione durante la sua carriera di scrittore lunga trentacinque anni>>. Egli è riuscito ad esprimere interamente ciò che aveva incominciato a dire fin dal suo primo libro, Educazione europea, pubblicato nel 1945.
L’autentico nemico di Gary sembra essere l’atteggiamento manicheo. Riconosce le atrocità naziste, ma si rifiuta di dichiarare i tedeschi inumani, diversi da “noi” umani. Gli stessi che agiscono in modo inumano non cessano per questo di comportarsi da umani. La scoperta che Gary ha fatto al momento della guerra è che il male si è incarnato, a quell’epoca precisa , nel nazismo, ma quelli che vinceranno la guerra non possono illudersi che quella “giusta” guerra porterà la stabilità e l’armonia nel mondo; il primo dovere di tutti gli uomini è di combattere il male. Gary non ama fare della letteratura con la sofferenza e la morte dei suoi prossimi e più profondamente si rifiuta di dipingere gli eroi. <<Gli eroi vincitori corrono un rischio particolare: credere di essere usciti indenni dalla lotta che hanno appena sostenuto contro il male, di essere divenuti l’incoronazione definitiva del bene>>. L’eroe vincitore rischia di relegare il “male” negli altri e di ignorarlo in se stesso, e questa è l’ultima cosa di cui la gioventù ha bisogno.
L’incitamento all’eroismo è un atteggiamento manicheo che produce da millenni guerre, stermini e persecuzioni. Nello stesso tempo Gary, essendo dalla parte dei deboli, prova una simpatia spontanea per le vittime, ma non accetta di indossare le vesti della vittima, perché anche questa letteratura porterebbe a sviluppare una posizione manichea. << […] le vittime sono da commiserare e da soccorrere nel momento del loro sconforto, ma questa esperienza non le immunizza affatto dalla possibilità di svolgere a loro volta, più tardi, il ruolo del malfattore>>. Gli esempi di tale trasformazione abbondano nell’opera di Gary.
Nessuno ha diritto all’innocenza eterna. I nazisti, Stalin e gli altri esempi del male, hanno finito per darci l’idea che ciò che vi era di umano in loro era la loro inumanità e quindi la nostra parentela con il male. <<Siamo tutti presenti durante il compimento del male e non abbiamo saputo impedirlo>>. Ritorna il concetto base di tutto il testo: bene e male coabitano nella stessa persona. Gary ha rinunciato a contare l’elogio degli eroi, a soffrire in modo compiacente con le vittime, a stigmatizzare fieramente i cattivi, ma ha trovato altri personaggi, altri sentimenti che gli hanno permesso di esprimere il suo amore del mondo. Alcuni dei suoi personaggi esprimono un’immensa capacità di capire e anche di amare gli esseri più insignificanti e addirittura più sgradevoli. La forma di umanità che Gary predilige è l’amore ed è la ragione per cui egli cerca di promuovere ciò che chiama i valori “femminili” di cui l’amore materno è la prima incarnazione. <<Questi sono i valori “femminili”: dolcezza, tenerezza, compassione, non-violenza, rispetto per la debolezza […]>>. Valori questi che sono stati ugualmente assunti dal cristianesimo o piuttosto sono stati attaccati all’immagine di un uomo, Gesù Cristo, la più alta incarnazione di quei valori. La forza dei deboli è la resistenza, la forma di lotta preferita da Gary. <<[…] al di là di tutte le ragioni e di tutte le giustificazioni, egli è capace di sentire in sé un amore del mondo e una gioia di vivere>>.
Riguardo alla memoria, Gary ci fa sapere che bisogna conservare della memoria ciò che ci procura maggior piacere, perché il passato non deve occultare il presente, e del passato dobbiamo conservare ciò che ci insegna a vivere nel presente; essa deve rievocare le due vittime umane più alte: la giustizia e l’amore.

I pericoli della democrazia

Le bombe di Hiroshima e Nagasaki

In questo capitolo Todorov analizzando storicamente due importanti fatti del XX secolo: le bombe americane su Hiroshima e Nagasaki e la guerra del Kosovo, ci descrive come anche un regime democratico può essere esecutore di gravi errori umanitari se non è in grado di analizzare bene il periodo storico e se si lascia forviare ideologie e valori manichei.
In Giappone il lancio delle due bombe, non è stato un atto necessario per salvare la vita di milioni di americani, ma semplicemente un atto di vendetta per rifarsi dell’umiliazione subita dai giapponesi a Pearl Harbour, oppure come pensano altri storici per intimidire l’Unione Sovietica dimostrando una potenza militare a loro superiore. Terza ipotesi è quella del razzismo antigiapponese allora presente negli Stati Uniti. Pertanto qualunque sia stata la motivazione, per noi che siamo meglio informati sui fatti storici rispetto a quell’epoca, quei bombardamenti non avevano niente di umanitario ma devono essere definiti come chiari crimini di guerra.


Kosovo: il contesto politico

Nella situazione del Kosovo le democrazie occidentali, ma in particolare gli Stati Uniti, servendosi dell’ONU, commettono un altro grave errore appoggiando di fatto la realizzazione di stati naturali, cioè stati che coincidono con un’etnia. <<In principio sembra presiedere a questo movimento: ogni popolazione culturalmente diversa deve disporre di uno stato autonomo>>. Lo stato etnico si presenta come uno stato naturale mentre lo stato democratico, al contrario, deve essere pensato come uno stato contrattuale. Lo stato democratico non è una comunità di sangue né solo d’origine, esso lascia a ciascuno la possibilità di esercitare la propria libertà. Il regime democratico non ha mai come scopo di ottenere una omogeneizzazione culturale o etnica del paese, ma solo per preservare i diritti degli individui, fra i quali figura anche il diritto di appartenere a una minoranza culturale. Questa posizione dei paesi democratici dell’occidente aveva delle ragioni precise; i futuri stati etnici che si sarebbero formati: Slovenia, Croazia, Bosnia sembravano destinati a rompere con l’eredità comunista. Per interessi politici quindi decidono di aderire ad un principio non democratico. Anche l’intervento militare da parte dell’ONU contribuisce a creare miti e vittime che saranno strumentalizzate dalle rispettive parti per creare un movimento di azione e reazione che andrà ad allargarsi anziché arrestarsi.

L’intervento militare

L’intervento militare aveva come ragione evidente quello di impedire la violazione dei diritti umani nella provincia del Kosovo, ma in pratica i bombardamenti accentuarono gli scontri di pulizia etnica. Reazione prevedibile da parte di ogni uomo politico. La popolazione serba vittima dei bombardamenti, non può dissociarsi dal proprio governo, così l’effetto dell’intervento militare anziché indebolire Milosevic, lo rafforzano e ne aumentano il prestigio nel proprio paese. L’intervento porta acqua al mulino degli antioccidentali alimentando un discorso militare e nazionalista. Le vittime che hanno resistito al male dei bombardamenti da “cattivi” diventano l’incarnazione del bene. <<Le operazioni aeree hanno provocato una tragedia ancora più grande, amplificando l’odio e il risentimento fra serbi e kosovari di origine albanese>>. Come possiamo parlare di interevento umanitario? In Serbia la vittima principale della spedizione punitiva è stata la popolazione civile, l’esercito ha sofferto molto meno perché sapeva difendersi, il regime politico è addirittura uscito dalla prova, più forte che prima. <<Di fronte a questi risultati, così diversi da quelli dichiaratamente cercati, sono possibili due interpretazioni: o si tratta di uno scacco clamoroso, o gli obiettivi fissati non erano quelli che si dichiaravano>>.
I critici contemporanei hanno proposto numerose spiegazioni all’intervento militare dell’ONU che non prevedevano l’aspetto umanitario dichiarato dal presidente della Repubblica Ceca, ma le varie ipotesi hanno però un comune tema: interessi particolari ed egemonici degli Stati Uniti d’America. Avendo constatato lo scacco della politica militare a diversi livelli, certi dirigenti occidentali si sono visibilmente accorti che avevano altri mezzi a loro disposizione. Il governo americano avrebbe sbloccato un aiuto di 22 milioni di dollari per azioni destinate a promuovere la democrazia in Serbia. Questa scelta della carota anziché del bastone si è rivelata sufficiente a condurre i cittadini serbi a esercitare liberamente il loro giudizio autonomo, essi hanno optato per la promessa di pace e di prosperità. Non sarebbe stato meglio scaricare su quella terra i milioni di dollari prima di fare i bombardamenti? Di fronte a situazioni come quella del Kosovo noi ragioniamo abitualmente in termini binari: attivismo o conservatorismo, idealismo o realismo, sinistra o destra, mentre la possibile soluzione sarebbe quella di non vederci come vincitori del male assoluto e inorgoglirci di essere l’incarnazione del diritto e della forza nello stesso tempo. <<Idealismo o realismo sono tutti e due cattivi se si separano; insieme, essi rendono possibile una buona politica>>.

L’umanitario e il giudiziario

Altro tema di riflessione introdotto dall’autore è quello dell’azione umanitaria per alleviare la sofferenza o la miseria degli altri. Questo impegno occupa un posto rilevante nell’opinione pubblica dei paesi occidentali, perché essendosi esaurita la speranza in un sistema politico che permetta un futuro radioso,l’azione umanitaria è un impegno che dà senso alla vita e ci rende attivi nella solidarietà con il genere umano. L’umanitarismo deve necessariamente assumere una posizione rispetto alla politica, l’aiuto dato ai feriti o agli affamati non deve chiedere a quel campo politico appartengono gli stessi. Ma questa posizione di ignoranza non è sufficiente perché intervenendo in un confronto politico necessariamente gli umanitari svolgono un ruolo politico difficile. Per questo ci sono delle organizzazioni che hanno deciso di non fingere più ignoranza, ma di fondare la loro azione su un’analisi politica quanto più approfondita.
La scelta degli umanitari tra compromesso e indignazione sarà una questione di opportunità e non di principio. In alcuni casi verranno aiutati i bisognosi anche se questo atteggiamento fa il gioco di chi ha causato la sofferenza. Altro pericolo per l’atto umanitario è quello di mettersi al servizio della politica e questo può avvenire anche involontariamente se non si riesce a capire i tranelli che gli stati e la politica impongono. <<Un aiuto che non è imparziale non meriterebbe più la definizione di “umanitario”>>.
Lo stesso discorso può essere fatto per la giustizia internazionale; questa soddisfa in noi un’aspirazione profonda, ma la sua esistenza deve essere messa in rapporto ad ogni politica nazionale. <<Un capo di uno stato democratico trae la propria legittimità dalla volontà popolare che lo ha portato al potere; egli deve prima di tutto difendere gli interessi dei suoi concittadini, ciò che vuole anche dire il privilegio di questi ultimi a detrimento dei paesi vicini>>. Quindi è un suo dovere rafforzare il suo paese e queste scelte però possono apparire criminali agli occhi della giustizia internazionale, che è istituita non dalla volontà universale, ma dai vincitori o dai potenti del giorno. Uccidere è un crimine, ma se l’uccisione si chiama guerra, essa diventa titolo di gloria. La politica prende il sopravvento sull’aspetto legale.
La giustizia internazionale si guarda da organizzare processi politici per non dare giudizi di parzialità. Nella storia tuttavia si sono avuti due grandi processi di giustizia internazionale: il processo di Norimberga fatto per condannare gli autori dei crimini nazisti, e il processo dell’Aia fatto per condannare la politica di Milosevic. Questi due processi sono molto differenti fra loro: il processo di Norimberga è avvenuto a guerra ultimata e i crimini nazisti erano riconosciuti da tutti i paesi e i grandi responsabili del regime nazista erano già in galera; nel processo dell’Aia, in Jugoslavia ancora infuriava la guerra. Il consenso internazionale sulle azioni in corso non è unanime e l’intervento giudiziario avviene durante il conflitto allo scopo di influenzarlo, perciò esso assume un senso politico e anche militare che il processo di Norimberga non aveva. Come credere che esso si situi in un terreno neutro di giustizia? Questa imparzialità del tribunale rende un grande servizio alla NATO che si muove negli interessi di chi ha istituito il processo.
Amnesty International scrive un rapporto di denuncia che cade nell’indifferenza di tutti i paesi democratici dell’occidente, in cui sono elencate le irregolarità commesse dalla NATO. <<La Corte Internazionale di giustizia dell’Aia ha reso un cattivo servizio alla comunità internazionale, compromettendo l’idea di giustizia universale, affrancata da ogni tutela politica>>.
La guerra è il contrario della giustizia e fare della giustizia un mezzo di guerra significa tradire lo spirito stesso della giustizia. Le organizzazioni umanitarie come le istituzioni giuridiche hanno bisogno di mezzi finanziari, però hanno il dovere di difendere la propria indipendenza, per questo in alcuni casi devono rivoltarsi contro quelli che forniscono i mezzi economici per vivere. Non devono farsi strumentalizzare dalle forze politiche. Questo è semplice per gli umanitaristi, mentre i rappresentanti della giustizia internazionale dipendono interamente dai governi e inoltre essi devono dare un giudizio e dirigere gli innocenti e i colpevoli, compito che gli umanitaristi non devono avere. Se la giustizia internazionale rischia di tradire la propria funzione, come è successo con la questione del Kosovo, e non solo, ci si può domandare se non sia più giusto incoraggiare la vocazione internazionale, la competenza universale di ogni giustizia nazionale.

Diritto d’ingerenza o dovere di assistenza?

Con l’intervento militare in Kosovo si introduce una nuova espressione: <<diritto d’ingerenza>>, cioè gruppi di stati, come quello che intrattiene la NATO, che hanno il diritto di intervenire militarmente dovunque nel mondo se si verificano violazioni massicce e sistematiche dei diritti dell’uomo. Questa dottrina si oppone al principio di sovranità nazionale e questo comporta più pericoli che vantaggi. La resistenza contro il diritto d’ingerenza è stata particolarmente viva da parte dei paesi che appartengono all’emisfero sud dell’Africa e dell’Asia. La teoria del diritto d’ingerenza non insegna niente di nuovo, basta pensare alle crociate del XI e XIII secolo o alla politica di colonizzazione con la conquista dell’America del XV e del XVI secolo. Infine nel XIX e nel XX secolo i paesi occidentali hanno voluto esportare, nei paesi “incivili”, non più il cristianesimo ma la loro civiltà. Si potrebbe aggiungere la politica espansionistica della Russia: nel 1920 l’invasione della Polonia fu motivata dalle parole del generale Tuchačevskij: <<Con la punta delle nostre baionette, porteremo alle popolazioni laboriose la pace e la felicità>>.
Ogni volta questi paesi sono partiti dalla convinzione di essere i detentori del bene e che fosse giusto intervenire anche in paesi lontani, dove si prevede che in essi possa sbocciare il male. In tutti gli interventi in cui alcuni paesi hanno esercitato il diritto di ingerenza, le dichiarazioni di buone intenzioni non sono mai state una garanzia, molto spesso, si sono dimostrate un abile camuffamento di interessi politici o materiali. <<[…] Imporre il bene con la forza non è integralmente un bene: se bisogna conquistare il paese per correggerlo, c’è da dubitare che gli abitanti vi siano riconoscenti <<si uccide in nome dei principi umanitari>>, come scrive il quotidiano giapponese <<Asahi Shimbum>> a proposito del Kosovo>>.
Se riconosciamo agli altri popoli i nostri stessi diritti, prima di imporre loro i nostri valori, sarebbe logico e opportuno sentire il loro parere. Questo non vuole significare che dobbiamo rinunciare a qualunque universalismo dei valori, bisogna capire però che si tratta di muoversi non per imporre valori, ma per far si che questi valori possano concretizzarsi nelle società reali. Al diritto d’ingerenza militare dobbiamo sostituire i negoziati fra governi e pressioni indirette più efficaci della guerra.
L’autore, analizzando altri casi ci fa capire che spesso il diritto di ingerenza non è mai stato “universale”, ma caratterizzato da specifiche caratteristiche che ne inficiano l’uso: vale solo contro i paesi più deboli di quello che infligge la punizione e quando questi sono più deboli si rispettano quelli “amici” (vedesi l’esempio di Israele e della Turchia). Una giustizia che non è la stessa per tutti può ancora considerarsi giustizia? Nel concreto il diritto di ingerenza viene applicato solo quando esistono convenienze materiali, politiche o di prestigio internazionale. E in questa approfondita analisi viene fuori il ruolo egemone degli Stati Uniti che spesso hanno condizionato l’uso di questo diritto a vantaggio dei propri interessi nazionali e politici. <<Nessun paese può pretendere di essere un’incarnazione esemplare del bene>>.
Altra considerazione sul diritto d’ingerenza riguarda il fatto che esso, per introdurre i suoi valori, deve distruggere lo stato nazionale e questa distruzione crea un vuoto istituzionale che viene colmato da gruppi di potere privati, mafie, corruzione e delinquenza. Si deve pensare all’applicazione del diritto d’ingerenza in modo perfetto? L’autore risponde negativamente alla domanda perché questo vorrebbe dire la creazione di uno stato universale con una giustizia universale e un esercito universale per far rispettare le leggi per instaurare un nuovo ordine mondiale da cui sarebbero bandite le guerre e le violenze. Questo progetto però richiama le utopie totalitarie nel loro tentativo di rendere l’umanità migliore e stabilire il paradiso in terra.
All’unità tuttavia deve essere preferita la pluralità perché garantisce meglio la democrazia. L’equilibrio dei poteri, la tolleranza reciproca, la pluralità dei centri di decisione valgono più dell’unità. <<Il pluralismo è un bene in se stesso, indipendentemente dal valore delle differenti opinioni che lo costituiscono, sia all’interno di un paese […] sia nelle relazioni fra paesi>>. Il dovere di assistenza è un altro caso in cui l’uomo si occupa di affari altrui, non vuol dire che è un diritto, ma un dovere volontario di ciascuno che ritiene giusto portare soccorso a chi è sofferente. Il dovere di assistenza esclude l’intervento militare, in quanto è orientato al beneficio delle vittime e queste traggono poco beneficio dalla guerra. Le forme per realizzare questa assistenza possono essere politiche,esercitando pressioni sui governi stranieri, o giuridiche, umanitarie o economiche; questo dovere di assistere non deve essere tentato ad instaurare il bene in quel paese o guarire l’umanità dalle sue malattie croniche. Bisogna opporre al bene la bontà e l’amore, i quali si rivolgono sempre ad un essere umano specifico e vietano di farne un mezzo per raggiungere una meta, fosse anche sublime.

Il secolo di Germaine Tillion

Nella ricostruzione della esistenza di Germaine Tillion, Todorov ci fa capire la caratteristica principale di questo nuovo testimone del XX secolo. In essa è dominante la passione di capire l’essere umano e la tenerezza rivolta verso i propri simili. <<Per tutta la vita ha voluto capire la natura umana, il mondo nel quale vivevo>>, spiegherà Tillion parlando di sé e ancora dirà: <<L’altro mi permette di scoprire ciò che ignoravo di me, anche se non avrà mai accesso a ciò che io solo conosco; e reciprocamente>>. Per Tillion non c’è più, da una parte, la “natura umana” e dall’altra i “selvaggi”, ma due varianti della stessa natura. Ancora Tillion ci fa capire il suo pensiero attraverso le sue opere e si comprende come essa ponesse la conoscenza al servizio degli uomini e delle donne perché: <<vivere e agire senza partito preso non è concepibile>>, il meglio che si può fare è di scegliere il proprio con conoscenza di causa.

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