La luna e i falò di Cesare Pavese


Il romanzo “La luna e i falò” di Cesare Pavese narra di un ritorno. Anguilla è il protagonista e io narrante, il quale dopo svariati anni in America decide di tornare al suo paese natale, in un paese della valle del Belbo, in Piemonte.
La maggior parte dei ricordi di Anguilla sono legati all’amico Nuto. Nuto è l’amico d’infanzia, è scaltro, intelligente, sapiente. Nuto è più grande di lui, è un amico sincero e fin dall’adolescenza cercava di insegnargli tutto ciò che sapeva, gli aveva insegnato tutto ciò che bisognava sapere della vita e delle molteplici realtà. Ora il suo compito è quello di colmare il vuoto degli anni in cui il protagonista è rimasto lontano dal suo paese, tramite lunghi dialoghi e svariate riflessioni. La prima riflessione concerne il senso di appartenenza ad un paese: dunque alla propria patria; Pavese scrisse “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Possibile che a quarant’anni con tutto il mondo che ho visto non sappia ancora cos’è il mio paese?”
Questa frase riassume tutti i dubbi del protagonista Anguilla verso il suo paese e, partendo dal suo ritorno inizia a narrare la sua storia.
Anguilla era un emigrante in America che decise di ritornare al suo vecchio paesello del Piemonte dove era cresciuto. Riaffiorano così tutti i suoi ricordi, gli anni dell'infanzia, dell’adolescenza e della giovinezza. Anguilla, dopo esser stato abbandonato dalla propria famiglia sui gradini del Duomo di Alba, era stato accolto e allevato da una povera famiglia, nel casotto sulla collina di Gaminella, da Padrino e da Virgilia. Dopo la morte di Virgilia a seguito di una grandinata la vigna andò distrutta, il casotto fu venduto e Anguilla si trasferì alla fattoria della Mora insieme a sor Matteo e alle sue tre figlie: Irene, Silvia e Santa. Decide dunque di visitare questo luogo, e lì trovò il nuovo proprietario della casa del Padrino, Valino e suo figlio Cinto.
Cinto è un povero ragazzo storpio e subisce maltrattamenti dal padre, il quale bruciò la propria casa. Fu grazie al coltello regalato da Anguilla che Cinto riuscì a salvarsi. Anguilla era a conoscenza della morte di Irene e Silvia, ma durante questo viaggio scopre anche la sorte che ebbe Santa; lei lavorava come spia per i tedeschi, poi per i partigiani, poi nuovamente dei tedeschi e infine dei repubblicani, i quali la giustiziarono nonostante fosse ancora giovane. Con questa scoperta Anguilla è giunto alla fine della riscoperta del suo paese e ciò che gli resta è l’abbandono di quei luoghi e il sogno di sistemarsi definitivamente nella valle del Belbo fallì. Trovo questo romanzo molto interessante poiché descrive gli stati d’animo del protagonista, il quale, prima di compiere questo viaggio in Piemonte sentiva il bisogno di tornare, di rivedere i luoghi a lui cari e i suoi affetti, ma, una volta arrivato ritrovò i luoghi ma non le persone, le quali non erano più le stesse persone di un tempo, non erano più quelle che aveva conosciuto. Infatti, tutti noi abbiamo bisogno di un paese, una patria dalla quale possiamo andarcene; siamo consapevoli di non essere soli perché apparteniamo a quei luoghi e seminiamo qualcosa di nostro. Quando ce ne andiamo tutto ciò che abbiamo seminato e lasciato lo ritroveremo al nostro ritorno perché il nostro paese sarà lì pronto ad aspettarci, ma a differenza dei luoghi le persone non ci aspetteranno, loro evolveranno e cambieranno a nostra insaputa, indipendentemente da noi. Questo a mio parere è il messaggio che Pavese vuole trasmettere tramite il suo romanzo, chiunque è libero di partire, di lasciare la propria patria e i propri affetti, però deve essere consapevole che quando ritornerà solo i luoghi saranno immutati mentre le persone cambieranno e sarà molto difficile, quasi impossibile stabilirsi in quel luogo. Così accadde ad Anguilla, il quale, alla fine, fu costretto ad andarsene.
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