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La luna e i falò

La luna e i falò di Cesare Pavese

Autore: Cesare Pavese
Prima pubblicazione: 1950
Genere: romanzo

Riassunto La luna e i falò

Entriamo nel mondo de "La luna e i falò", l'ultimo e, per molti, il miglior libro di Pavese.
Anguilla, il protagonista, è un trovatello, cresciuto sulle colline delle Langhe e allevato da contadini che lavorano le terre di Gaminella, podere presso il fiume Belbo. Dopo alcuni anni passati a fare il contadino nelle terre della Mora, aspira a far fortuna e va a vivere a Genova, poi s'imbarca per l'America. Da qui decide ben presto di tornare per riacquistare le proprie origini.

Il romanzo La luna e i falò, in prima persona, inizia con il ritorno di Anguilla a casa, e intreccia a questo i ricordi d'infanzia e di Genova. Pian piano si apre una spaccatura tra la realtà come il protagonista la ricordava: il mito; e come invece la ritrova: la Storia. Mentre Anguilla è in America, in Italia scoppia la Seconda Guerra Mondiale; e lo stesso paesino sul Belbo viene sconvolto, soprattutto quando si accentua l'odio tra fascisti e partigiani. Pavese assegna un ruolo estremamente negativo alla guerra, egli è comunista, ma non riesce ad essere un militante, è solo un intellettuale.
Così inventa il personaggio di Nuto, un artigiano comunista amico d'infanzia di Anguilla, e fa incontrare di nuovo i due amici. Anguilla conosce con Nuto, un ragazzino di nome Cinto, zoppo e molto solo, attraverso il quale il protagonista rivive la sua infanzia. Momento cruciale del romanzo è il falò del Valino. Per rabbia, egli uccide la moglie, tenta di uccidere Cinto, dà fuoco alla tenuta e s'impicca. La casa d'infanzia di Anguilla viene così distrutta da un falò immenso che in passato rappresentava momenti gioiosi. Perse le sue origini, il protagonista affida a Nuto l'educazione di Cinto e decide di andarsene, dopo che Nuto gli ha raccontato la triste fine delle tre sorellastre, in particolare della piccola Santina: giustiziata e poi bruciata dai partigiani come spia fascista, sempre in un falò.

Analisi La Luna e i falò

La luna e i falò di Cesare Pavese è il romanzo della disillusione. L'armonia del ricordo mitico dell'infanzia si scontra con la disarmonia del reale. Il ritorno alle origini è il fulcro del romanzo, pubblicato soli quattro mesi prima del suicidio di Pavese. Il testo si snoda su due livelli: il primo legato al ricordo e formato da lunghi flashback; il secondo al presente, al nuovo reale. Le Langhe sono terre piene di miseria, la vita è fatta di stenti e spesso la follia prende il sopravvento, questo incarna il personaggio di Valino, padre di Cinto.

La riflessione politica è appena accennata, non per questo poco profonda, e si concretizza nel personaggio di Nuto. In un paese diviso, dove i morti continuano a riaffiorare dalla terra, Nuto è il marxista del villaggio. In un passato dominato dalla guerra civile, il futuro appartiene a Cinto, nonostante il suo essere storpio gli impedirà di abbandonare la Langhe.
Il futuro è di Cinto perché egli appartiene alla prima generazione che non dovrà fare i conti con la guerra ma con il dopoguerra. La seconda sezione del romanzo è dominata dal ricordo dell'infanzia di Anguilla. La scena è occupata per buona parte dalle figlie del padrone: Irene, Silvia e Santina. Tutte, spinte dalla voglia di essere libere fuori dalla "Mora", sono viste da Anguilla come esseri superiori; l'autore le dipinge in tutta la loro fragilità, nelle ambizioni e nelle speranze di giovani ragazze di campagna.
Il romanzo La luna e i falò ha un piano narrativo ricco di accelerazioni e frenate. Ampie riflessioni vengono spesso concluse con un periodo che chiude il capitolo e imprime una svolta all'intreccio.
La narrazione procede secca e tagliente nei confronti delle sorti dei protagonisti, ed è il paesaggio a dominare. Nell'oscillazione tra mito e storia è l'ambiente l'unica costante. L'incendio di Gaminella è simbolo di tutto questo: il mondo perso in un momento, sepolto sotto la cenere di cui esso stesso è costituito. Ma l'importanza fondamentale appartiene al falò: prima sogno estivo con il quale la gente delle Langhe si divertiva, dopo incendio indomabile che distrugge questa relazione annuale. Ciò che dava gioia, ora dà morte.
"La luna e i falò" di Cesare Pavese può risultare quasi autobiografico come romanzo; ogni situazione è ponderata e ricalcata sull'esperienza stessa dell'autore, quasi fosse una riflessione della propria esistenza. Le gioie dei falò portano morte, così i successi letterari e gli amori di Pavese finiscono "per bruciargli l'anima e condannarlo alla fine". Interessante è anche il ruolo della memoria: Anguilla vede scorrere innanzi a sé la sua vita, viene a conoscenza del triste destino del mondo che lo ha visto crescere e dal quale è riuscito a sopravvivere. Questo dovrebbe essere motivo di gioia e semmai di nostalgia, in realtà è solo motivo di sconforto e paura.
Anguilla deve andarsene a fine romanzo, lo stesso accade per Pavese, è una partenza diversa la loro, forse perché di Anguilla non saprà mai più nulla.
Entrambi sono soli, "bastardi", abbandonati; la vita li ha sostenuti ma la solitudine del cuore non si può colmare, così il ricordo e il ritorno sfociano in un'ultima amara riflessione che influisce sul presente e decide in un attimo il futuro... Anguilla parte, Pavese anche; destinazione diversa? Forse; si sa solo che Pavese partirà per non tornare più, combattendo tra passato e presente, tra Mito e Storia.

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