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Il dio delle piccole cose - Susanna Arundhati Roy

Recensione del libro Il dio delle piccole cose della scrittrice Susanna Arundhati Roy, con notizie sulla sua vita.

E io lo dico a Skuola.net
Susanna Arundhati Roy - Il dio delle piccole cose

Vita:
Susanna Arundhati Roy è nata nel 1961 a Bengal in India e vive a Nuova Delhi. Dopo essersi laureata alla Delhi School of Architecture, è stata Assistente al National Institute of Urban Affairs e ha studiato Restauro dei monumenti a Firenze. Ha scritto anche alcune sceneggiature, ma ha deciso di dedicarsi con successo esclusivamente alla scrittura letteraria. Ha vinto il Booker Prize nel 1997 con Il dio delle piccole cose, suo romanzo d’esordio che è stato tradotto in tutto il mondo e l’ha consacrata come una delle maggiori autrici contemporanee. Ora però si dedica all’impegno sociale e politico ed è diventata una delle figure di spicco della protesta in India.
Il dio delle piccole cose - Recensione
Non è una semplice lettura, quella che si compie leggendo questo libro, ma un'esperienza indimenticabile: attraverso acute percezioni sensoriali, entriamo in un mondo dove tutto è diverso, colori, luci, suoni e profumi così intensi da stordire. In questa atmosfera, l’autrice srotola una storia intensa e semplice, ambientata in India, a Aymenem, verso la fine degli anni Sessanta: Ammu, figlia di un alto funzionario, lascia il marito, alcolizzato e violento, per tornarsene a casa con i suoi due figli. Ma, secondo la tradizione indiana, una donna divorziata è priva di qualsiasi posizione riconosciuta. Se poi questa donna commette l’inaccettabile errore di innamorarsi di un paria, un «intoccabile», per lei non vi sarà più comprensione, né perdono.
La narrazione inizia quando tutto questo è accaduto da tempo e mostra i gemelli Estha e Rahel, ormai adulti, tornati ad Aymenem dopo altre tristi esperienze. I tempi del romanzo sono quelli dei nostri giorni ma il suo procedimento sposta continuamente il centro della rappresentazione dal presente al passato più prossimo e più remoto, dal personaggio alla sua storia, a quella della sua generazione, del suo popolo, della sua terra. Il romanzo ha i caratteri dell’opera epica dal momento che, tramite le particolari vicende di una famiglia,vengono ricostruisce quelle più generali e più lontane di una nazione, le sue tradizioni popolari, culturali, letterarie, artistiche, linguistiche, i suoi costumi ed ambienti, le sue religioni, i suoi miti. Ed anche perché le situazioni, le persone presentate tendono ad assumere il significato di segni, simboli di un destino ad esse preesistente e da esse indipendente, divengono gli attori di un dramma che le supera, si trasformano nelle “piccole cose” di un universo composto da “grandi, imperscrutabili e impenetrabili cose”. Gli eventi narrati risultano perennemente divisi tra una dimensione reale, concreta ed una ideale, astratta che li percorre, li sovrasta rimanendo loro invisibile, identificandosi con essi e, tuttavia, lasciando supporre che avrebbero potuto avere altro corso. E’ l’idea delle infinite possibilità che la vita ha per mostrarsi, degli immensi aspetti che può assumere una vicenda, delle incalcolabili soluzioni che può avere ed è anche la constatazione che tra tanto ben poco spetta all’uomo, solo quel che vive, che gli accade, solo quanto il caso gli procura. Una serie di casi esterni alla volontà umana è la vita per la Roy, una condizione sempre possibile di modifiche poiché segue le linee di un progetto ad essa lontano ed oscuro.
Si crea, così, nel libro un’atmosfera indefinita, sospesa tra quel che avviene e quel che sarebbe potuto avvenire, tra presenze reali e presenze irreali, arcane, misteriose. A questo dinamismo, che rimane esteriore e funge da cornice, corrisponde un racconto che, avendo presentato già all’inizio l’intera trama e l’esito finale, diviene anch’esso movimentato giacché passa ininterrottamente dal presente al passato e da questo a quel futuro preannunciato, fa di ogni circostanza o personaggio un motivo per guardare indietro e proiettarsi in avanti. E’ una situazione perennemente mobile, che si dilata all’infinito ogni volta che sta per restringersi; quindi si crea nel lettore uno stato di continua attesa anche perché l’attenzione viene continuamente distolta dalle ripetute, interminabili digressioni che l’autrice compie e che finiscono per trasformare l’opera nella rappresentazione di ogni aspetto della vita non solo umana ma anche animale, vegetale, di ogni carattere non solo della famiglia protagonista ma dell’intero popolo indiano, di ogni attributo non solo dei tempi, dei luoghi, degli ambienti, degli avvenimenti immediati ma di tutti i tempi, luoghi, ambienti e avvenimenti dell’India. Si risale alle origini, alla prima cultura e lingua, alle prime tradizioni, ai primi colonizzatori, alla diffusione del cristianesimo, alla sua convivenza con altre religioni, ai costumi che ne sono derivati e che ancora persistono, alle caste sociali, alle guerre d’indipendenza e si giunge ai tempi moderni, al marxismo, alle lotte sindacali, alla televisione, alla società dei consumi, alla crisi dei valori morali, alla corruzione, ai falsi pregiudiziali. Tutto dell’India, del suo presente, del suo passato, della sua gente, dei suoi boschi, dei suoi fiumi, dei suoi templi, dei suoi misteri, dei suoi fantasmi, delle sue leggende, delle sue verità, delle sue credenze, della sua povertà, tutto della vita è in questo libro, di quella vita che avanza recando con sé presente e passato, uomini e cose, che continuamente finisce e si rinnova, che è storia di “grandi cose” e agli uomini concede solo “le piccole”, che ha per sé i sensi, i significati ultimi e per essi solo quelli prossimi. Tale inesausto movimento non si acquieta mai in una verità definitiva né si compone in un giudizio conclusivo.
Al termine del romanzo ci si accorge di non essere pervenuti ad una nuova, chiara conoscenza ma alla rivelazione della vita come di un processo inesauribile che ci ha preceduto e ci seguirà obbedendo alle sue più che alle nostre regole. In questa prospettiva si riduce, nel romanzo, l’importanza della vicenda rappresentata in nome dell’ampia verità di cui vorrebbe essere espressione, dell’eternità e imponderabilità della vita.
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